L'intervista

«In Formula 1 ho portato l’organizzazione svizzera»

Lanciamo il GP di Barcellona con una chiacchierata con l'ingegnera strutturale svizzera della Cadillac Aurore Kerr
Zero i punti finora conquistati dalla coppia Pérez-Bottas. © Fatima Shbair
Maddalena Buila
13.06.2026 06:00

Il viaggio della Cadillac in F1 è iniziato da poco, pochissimo. A marzo la scuderia americana debuttava nel Circus in qualità di 11. forza del campionato. Con lei, anche l’ingegnera svizzera Aurore Kerr. 30 anni e una laurea in ingegneria meccanica al Politecnico di Losanna, ci racconta delle sfide, personali e del team, legate al debutto.

Aurore, sei svizzera, hai studiato al Politecnico di Losanna e oggi lavori per Cadillac in Formula 1. Quale percorso ti ha portato nel paddock?
«Il mio non è stato un percorso tradizionale. La prima disciplina di cui mi sono innamorata è stata la vela. Così ho intrapreso gli studi di ingegneria al Politecnico di Losanna con l’obiettivo di entrare nell’America’s Cup. E ci sono riuscita, partecipando a due campagne. Ho iniziato con American Magic, in Nuova Zelanda, come stagista e poi come ingegnere. Successivamente ho lavorato a Barcellona per Alinghi Red Bull Racing come ingegnere strutturale. Era il lavoro dei miei sogni, ma al termine della seconda campagna non era chiaro se il team avrebbe proseguito. Ho quindi iniziato a guardarmi intorno. Quando mi sono candidata per Cadillac non ero sicura di avere il profilo giusto, ma alla fine è andata bene. Non sognavo la F1 fin da bambina, ma l’ho sempre considerata il vertice del motorsport. Oggi vivo quotidianamente una sfida che mi permette di imparare ogni giorno».

Com’è vivere dall’interno la nascita del progetto Cadillac?
«Estremamente stimolante. Il team è in piena crescita e cerca persone con esperienze differenti. Molti processi devono essere costruiti da zero e questo ti dà la possibilità di avere un impatto concreto. In squadre presenti in griglia da decenni tutto è già strutturato. Qui invece ho la sensazione di poter contribuire davvero. È come assistere alla nascita di qualcosa di nuovo e farne parte».

C’è qualcosa della mentalità svizzera che porti nel tuo lavoro?
«Direi soprattutto l’organizzazione e l’apertura internazionale. In F1 va gestita un’enorme quantità di informazioni, lavorando contemporaneamente sulla stagione in corso e su quella successiva. Essere organizzati aiuta molto. Inoltre, essendo cresciuta a Ginevra e avendo lavorato in ambienti internazionali, sono abituata a collaborare con persone provenienti da culture diverse. È una caratteristica che considero un valore aggiunto».

Quali sono state le sfide più grandi e gli aspetti più entusiasmanti di questa esperienza?
«La sfida principale è stata adattarmi a un ambiente completamente nuovo. Conoscevo perfettamente il funzionamento di una barca a vela, non quello di una monoposto di Formula 1 (sorride, ndr). Ho dovuto imparare procedure, metodologie e dinamiche di una struttura molto più grande rispetto a quelle a cui ero abituata. Ma forse è proprio questo l’aspetto più bello. Poi c’è l’emozione di far parte di un team di F1. A volte bisogna ricordarsi quanto sia speciale. I weekend di gara rendono tutto molto concreto: vivi la competizione dall’interno e lavori con l’obiettivo di migliorare le prestazioni della vettura. Per me è molto più motivante contribuire a rendere una macchina più veloce che semplicemente aumentare i profitti di un’azienda».

Di cosa ti occupi esattamente?
«Sono un ingegnere strutturale. Analizzo il comportamento dei componenti della vettura sotto carico, verificando che siano sicuri e ottimizzati dal punto di vista del peso e della rigidità. È un lavoro simile a quello che svolgevo nell’America’s Cup sui “foil”, le appendici che permettono alle barche di sollevarsi sull’acqua. Alcuni ingegneri progettano il componente, io ne studio il comportamento e ne seguo il ciclo di vita, monitorandolo anche dopo la produzione per capire quando deve essere sostituito a causa dell’usura».

Che consiglio daresti a una giovane donna che sogna di lavorare nel motorsport?
«Prima di tutto di permettersi di sognarlo. Quando mi sono candidata per Cadillac ero convinta che il mio profilo non sarebbe stato preso in considerazione. Invece eccomi qui. Le competenze sono importanti, ma anche l’atteggiamento. La motivazione e la disponibilità a mettersi in gioco possono fare la differenza. Le competenze si acquisiscono. La curiosità deve partire da te. Consiglierei anche di sfruttare tutte le opportunità disponibili durante gli studi, dai team universitari ai progetti pratici. E di essere aperti agli incontri. Spesso le occasioni arrivano da dove meno te lo aspetti».

Cosa ti ha sorpreso di più del mondo della Formula 1?
«Le dimensioni dell’organizzazione. Provenendo dall’America’s Cup, sono rimasta impressionata dalla struttura del team e dalle risorse disponibili. Nell’ultima squadra in cui lavoravo eravamo circa tre ingegneri strutturali. Qui siamo molti di più e questo significa avere la possibilità di confrontarsi e imparare continuamente. Mi ha colpito anche la varietà delle competenze presenti in squadra. Si entra in contatto con persone provenienti da ambiti molto diversi. Inoltre il team sta crescendo rapidamente e questo rende l’ambiente particolarmente dinamico».

Quando si dice Formula 1 si pensa subito ai piloti. Qual è il rapporto tra gli ingegneri e i conducenti? Hai già avuto modo di incontrare Sergio Pérez e Valtteri Bottas?
«Non ancora. Il calendario è stato molto intenso e non hanno avuto molte occasioni per passare in fabbrica. Tuttavia riceviamo costantemente i loro feedback attraverso i vari reparti e sappiamo esattamente quali siano le loro sensazioni e le loro esigenze. Uno degli aspetti che apprezzo di più è la comunicazione interna. C’è molta trasparenza e tutti condividono lo stesso obiettivo: rendere la vettura più competitiva. Anche senza aver incontrato personalmente i piloti, faccio parte della loro stessa squadra, lavorando insieme verso un traguardo comune».