«In guerra l’informazione è sempre più decisiva»

«La gestione delle narrazioni mediali è un aspetto cruciale nei conflitti moderni e il controllo delle immagini e dei messaggi è spesso tanto potente quanto il controllo delle risorse militari». Valentina Bartolucci, docente di Sociologia dei conflitti e della pace all’Università di Pisa, spiega perché i video del rilascio degli ostaggi a Gaza sono diventati la nuova frontiera dello scontro in atto in Medio Oriente.
«I media di massa - dice al Corriere del Ticino Bartolucci - rivestono un ruolo centrale nel plasmare la percezione della guerra e nel veicolare le narrazioni sugli eventi bellici. La guerra, infatti, non è una questione di soli combattimenti sul campo di battaglia: è anche, e forse principalmente, una battaglia di immagini, parole e messaggi. I media, attraverso la televisione, la stampa, la radio e, oggi più che mai, i social media, hanno la capacità di influenzare l’opinione pubblica, orientare le politiche internazionali e persino modificare l’esito di un conflitto». Per questo, «l’uso da parte di Hamas del rilascio degli ostaggi come una forma di show mediatico ha significativi effetti strategici su tutti gli attori in guerra: mentre permette ai miliziani sciiti di guadagnare visibilità e legittimazione, può essere problematico per Israele e per la comunità internazionale, rendendo ancora più difficile la composizione del conflitto».
Nelle guerre contemporanee, spiega ancora la sociologa toscana, «le immagini delle atrocità, dei combattimenti e della sofferenza civile sono potenti e spesso in grado di scatenare forti reazioni emotive. Queste immagini sono selezionate e talvolta manipolate per evocare una risposta specifica da parte del pubblico. Mentre immagini di bambini feriti e città distrutte possono generare indignazione e solidarietà, altre immagini - come quelle di soldati vittoriosi o di combattenti eroici - possono rafforzare la narrazione di una guerra “giusta” o “inevitabile”. Così, una foto di un attacco aereo che colpisce obiettivi civili può suscitare una reazione di condanna internazionale, mentre una foto di una “vittoria” sul campo di battaglia può servire a galvanizzare il supporto per la causa di uno dei contendenti».
Hamas tenta quindi di sfruttare le «sue» immagini. Che rimbalzano sulle Tv ma, soprattutto, sui telefonini. «Con l’avvento dei social media - insiste Bartolucci - la guerra è diventata infatti anche un campo di battaglia virtuale. I social consentono la diffusione rapida e capillare di notizie, ma anche di disinformazione e propaganda. Piattaforme come Facebook e Telegram sono diventate strumenti fondamentali per la comunicazione durante i conflitti, ma sono anche spazi in cui le narrazioni possono essere manipolate, distorte o fabbricate. La guerra digitale ha modificato profondamente la natura della guerra stessa, creando nuove frontiere nella “battaglia” per l’opinione pubblica». Così, «le informazioni e le disinformazioni diffuse sui social possono accelerare l’escalation del conflitto, alimentando la polarizzazione e aumentando l’intensità delle violenze».
Anche per questo motivo, «i media di massa sono responsabili nel rappresentare la guerra senza banalizzarla: hanno cioè il dovere di informare correttamente il pubblico e fornire una narrazione basata sui fatti, anche quando questi sono scomodi o difficili da digerire».
