«In montagna una foto virale non basta, serve responsabilità personale»

Mauro Corona appeso nel vuoto, attaccato al cartello installato sulla ferrata delle Aquile in Paganella, in Trentino. Oppure l’escursionista diventato virale che quest’estate ha percorso la via ferrata di Mürren (Oberland bernese) con ai piedi delle Crocs gialle. Questi sono solo due esempi di immagini diventate virali che rischiano di mettere nei guai le persone inesperte pronte a tutto pur di replicarle e postarle a loro volta, incuranti dei pericoli e dei rischi che alcune attività comportano.
Dall’altra parte, però, queste immagini giocano un ruolo comprimario all’interno della promozione turistica di una regione, attirando diverse persone. In Italia il tema è stato al centro del convegno «Vie ferrate tra paesaggio, economia e loisir», organizzato lo scorso 17 ottobre dalle sezioni della Società Alpinisti Tridentini (SAT) di Mori e Avio, con il supporto della SAT Centrale e del Club Alpino Italiano (CAI). Un momento in cui rappresentanti del mondo alpinistico, delle guide alpine, del soccorso, del turismo e della tutela ambientale hanno parlato delle scelte necessarie per conservarle, ma anche dei limiti della loro diffusione e delle ricadute sui territori. Centrale è stato il fenomeno della narrazione digitale e della distorsione che questa comporta.
Un argomento attuale in Italia, ma non solo. La Svizzera è la culla dell’escursionismo, dell’alpinismo e dell’arrampicata, ed è direttamente interessata da questo fenomeno di distorsione della realtà sui social. Qual è quindi la posizione del Club Alpino Svizzero (CAS)? «Un’immagine su Instagram è un’istantanea che fa passare in secondo piano una realistica autovalutazione della situazione», ci risponde il CAS, che nel 2022 ha lanciato una campagna di sensibilizzazione denominata #NoGeotag incentrata proprio sull’impatto delle immagini postate sui social media sugli sport di montagna e sulle montagne stesse.
Ma quindi come capire se un percorso fa al caso proprio oppure no? «Bisognerebbe affidarsi a fonti verificate, ad esempio sul nostro portale escursionistico ogni itinerario è classificato secondo una scala di difficoltà, dove vengono descritti i passaggi più complicati e aggiornate le condizioni del percorso. Per le vie ferrate in Svizzera, ad esempio, si va da K1 (la più facile) a K6 (la più difficile)». Queste, viene precisato, «sono valutazioni oggettive e comparabili».
Oltre alla valutazione del percorso in base alla propria esperienza e alle proprie capacità, però, è essenziale avere il giusto equipaggiamento e una corretta formazione. «Senza una preparazione di base gli escursionisti faticano a valutare cosa serve per compiere un’uscita: basandosi solo su un’immagine è difficile stimare quale attrezzatura e quale preparazione siano effettivamente necessarie». Per questo il Club Alpino Svizzero interviene su più livelli, focalizzandosi sulla formazione per una pratica responsabile degli sport di montagna. Lo fa con una serie di corsi e schede informative, così come offrendo la possibilità di un accompagnamento professionale nelle proprie uscite grazie a guide alpine, istruttori e capigita.
Inoltre, «la pianificazione di una gita non termina con l’inizio dell’escursione: lungo il percorso si passa a una modalità dinamica dove si verificano continuamente le condizioni e le ipotesi inerenti tempistiche, stato dei tracciati e previsioni meteorologiche. Nessun strumento e nessun social media può sostituire questo confronto tra percorso, condizioni e capacità personali».
In altre parole, «i social media possono ispirare, ma gli sport di montagna richiedono un alto grado di responsabilità personale. Per la preparazione e la concreta attuazione di un’escursione servono esperienza e pianificazione».
