Il dato

In Ticino meno figli e sempre più tardi

Il ritratto statistico dei nuclei familiari racconta una società in evoluzione – Quattro neomamme su cinque hanno più di trent’anni e oltre un quarto dei giovani non intende avere bambini – La demografa: «Servono politiche mirate, non sono una spesa ma un investimento»
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Martina Salvini
03.04.2026 06:00

Famiglie sempre meno numerose, donne che fanno figli sempre più tardi e una quota crescente di giovani che non ne desiderano affatto. La popolazione ticinese, oggi, appare ben diversa - per composizione e aspettative - rispetto a quella di qualche decennio fa, e uno studio dell’Ufficio cantonale di statistica ha messo in rilievo alcuni dei cambiamenti più significativi. Partendo dalle economie domestiche, si nota ad esempio come nel corso dei decenni siano costantemente aumentati i nuclei familiari composti da una o due persone. In particolare, le famiglie monoparentali sono passate dal 21% del 2010 al 26,3% del 2024, mentre le coppie non sposate con figli sono aumentate dal 4,8% al 9,9%. Nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni, circa tre quarti delle coppie non sono sposate, mentre la proporzione si ribalta dopo i 35 anni, quando tre persone in coppia su 4 risultano legate dal matrimonio. Secondo i ricercatori, negli anni la tendenza è profondamente mutata: non solo ci si sposa sempre più tardi, ma si registra «un cambiamento dell’approccio alla formazione della famiglia, nel quale la convivenza rappresenta il primo tassello di un percorso che può perdurare per molti anni senza sfociare nel matrimonio». Per contro, aumentano le seconde nozze (erano il 13% nel 1969 e sono salite al 37% nel 2015), conseguenza sia di una crescita delle persone divorziate, sia di un cambiamento socioculturale che non stigmatizza più chi si lascia e intraprende nuove relazioni.

Chi ne vuole due, chi nessuno

Ma è al capitolo sui figli che emerge uno dei dati più interessanti. Sì, perché tra i giovani tra i 20 e i 29 anni, nel 2022, quasi la metà (il 45,6%) dichiarava di desiderare due bambini. Poco più di un quarto (il 26%), però, diceva invece di non volerne affatto. Un dato, questo, che in quattro anni ha conosciuto un incremento notevole, di quasi 17 punti percentuali. «Per molti anni, in tutta l’Europa la famiglia ideale era composta da padre-madre e due figli. Oggi non è più così, perché è diventato normale avere intorno persone che non hanno figli o ne hanno uno solo. Il modello della famiglia da ‘‘Mulino bianco’’ è stato scardinato dalla realtà di tutti i giorni», spiega la professoressa Letizia Mencarini, ordinaria di Demografia all’Università Bocconi di Milano, che nel recente passato ha collaborato con l’USTAT. I giovani, insomma, oggi conoscono bene anche la realtà senza figli e spesso desiderano una vita «child-free».«Questo non sarebbe affatto un problema in una società in grado di mantenere la popolazione in equilibrio. Invece, ci troviamo nella situazione in cui una parte delle persone non desidera figli e un’altra parte li vorrebbe, ma non ci riesce perché magari è troppo tardi biologicamente». Infatti, come mostra lo studio dell’USTAT, in 50 anni l’età media delle madri alla nascita del primo figlio è costantemente aumentata, passando dai 25,8 anni di età del 1969 ai 32,9 del 2024. «E il Ticino, come l’Italia, è tra i Paesi in cui l’età media alla nascita del primo figlio è più elevata», evidenzia Mencarini. Ma il fatto che oggi quattro neomamme su cinque abbiano più di 30 anni è anche uno degli elementi «che porta a una diminuzione della fecondità complessiva», scrive l’USTAT, «poiché il periodo disponibile per mettere al mondo altri figli viene a ridursi». Non a caso, malgrado siano in aumento, le nascite da madri ultraquarantenni (passate nello stesso periodo dal 2,8% all’11%) non compensano la diminuzione della natalità nelle età più giovani. «Sono tanti - rileva Mencarini - i fattori che si sommano, tra cui l’entrata in un’unione stabile sempre più tardiva e anche il fatto che - rispetto al passato - si assiste a una grande responsabilizzazione della genitorialità. Elemento che comporta anche più incertezza e paura».

Invertire la rotta?

Il modello familiare tipico delle società moderne, scrivono i ricercatori, oggi è il prodotto di una maternità tardiva e di una bassa fecondità. Detto altrimenti, meno figli e avuti più tardi. Non a caso, l’indice congiunturale di fecondità, che misura l’evoluzione del numero medio di figli per donna nel corso degli anni, è costantemente diminuito nel tempo, toccando nel 2024 il valore di 1,16 figli per donna. Del resto, la diminuzione del numero di figli per donna è evidente anche osservando le nascite: la metà dei bambini venuti al mondo nel 2024 è costituita da primogeniti, mentre nel 1969 erano il 40,8%. Che fare, dunque? Secondo Mencarini, per cercare di invertire la rotta servirebbero politiche familiari mirate e più coraggiose. «Da un lato, occorre pensare ai giovani: favorire l’accesso alla casa, a un lavoro sicuro. Permettere loro, quindi, di raggiungere una certa stabilità, che contribuisce poi alla scelta di avere un figlio. Per le famiglie, invece, bisogna puntare su politiche che permettano di raggiungere una vera conciliabilità lavoro-famiglia». In una società moderna, prosegue la professoressa, «le politiche familiari non sono una spesa, ma un investimento. E i Paesi che lo hanno capito - come la Francia - vivono una situazione un po’ migliore della nostra».

L’impatto sul lavoro

Leggendo lo studio, appare poi evidente l’impatto della maternità sul lavoro. Fino ai 30 anni, infatti, la partecipazione al mercato del lavoro è simile tra uomini e donne. Dopo, invece, si osserva una divergenza crescente: l’arrivo dei figli incide sul tasso di attività femminile, che dopo la nascita del primo figlio diminuisce gradualmente. Al contrario, quello degli uomini resta più stabile ed elevato. «La genitorialità - scrive l’Ufficio di statistica - continua a rappresentare un punto di svolta nella carriera femminile, determinando percorsi lavorativi più frammentati e intermittenti rispetto a quelli maschili, che non subiscono modifiche». Ne consegue che anche il modello di organizzazione del lavoro nella coppia sia «prevalentemente asimmetrico», con l’uomo che lavora a tempo pieno e la donna a tempo parziale. Eppure, il 51% riterrebbe preferibile la soluzione nella quale entrambi i genitori lavorano a tempo parziale. Un proposito che tuttavia si scontra con la realtà, rimarca l’USTAT: «Il modello che consente di raggiungere una parità sostanziale è quello in cui entrambi i partner lavorano meno per conciliare meglio famiglia e lavoro. Ma il risultato di compromesso più frequente resta invece una divisione dei ruoli ancora sbilanciata a sfavore delle donne».