In una Kabul senza pace, parlano i talebani: «Siamo cambiati»

Fino a un mese fa i talebani erano a un passo dal firmare un accordo di pace storico con gli Stati Uniti, che avrebbe messo la parola fine a un conflitto decennale e sancito il ritiro di gran parte delle truppe straniere dall’Afghanistan, anche se non avrebbe posto termine alla guerra afghana. Il Paese ha compiuto in agosto 100 anni e a fine settembre sono arrivate - puntuali - le elezioni presidenziali di un Governo non riconosciuto dagli «studenti coranici». In un momento carico di tensione il pensiero dei talebani e la loro personalità restano avvolte nel mistero. Un motivo cruciale per il quale avrebbero deciso di negoziare con i loro nemici, ammettendo pure gli errori commessi in passato, sarebbe, secondo loro, l’emancipazione del gruppo.

Due esponenti talebani che abbiamo incontrato ci parlano della pace e chiariscono le loro richieste nel contesto attuale. Ma su un possibile ritorno talebano al potere, i civili si dividono fra fiduciosi e preoccupati, specialmente nelle province dove continuano a venir perpetrati abusi. Che cosa vogliono quindi i talebani per porre fine alla resistenza armata?
Il primo incontro
Talebano è una parola entrata anche nel nostro vocabolario con il significato di estremo, drastico. Una parola che lascia trasparire anche un po’ di mistero. Perché pochi sanno davvero chi sia e cosa faccia davvero un talebano. Difficile da spiegare, anche perché i veri talebani sono difficili da identificare. Tuttavia, nascosti nei meandri di Kabul, risiedono molti di loro. Spie, combattenti ma ci sono anche quelli considerati «civilizzati» dalla popolazione, ovvero coloro che hanno deposto le armi e si sono, per così dire, distaccati dal gruppo pur mantenendone l’identità e i contatti attivi. Syed Muhammad Akbar Agha è uno di loro. Uomo ormai sulla sessantina, è ancora un esponente influente del gruppo armato che ha tenuto in scacco le forze internazionali per quasi 20 anni. Siede nella sua casa di Khushal Khan – un quartiere con stretti legami con i talebani a Kabul – controllata da uomini armati. È stato un combattente, ma per alcune frizioni con il movimento principale del Mullah Omar ha dapprima fondato un suo movimento armato dopo l’invasione americana, per poi pubblicare un libro e fondare nel 2010 un gruppo pacifista chiamato «Il cammino della salvezza», che vorrebbe favorire il dialogo fra le varie parti in Afghanistan. Ha deciso di tornare a una vita normale anche se, in fondo, l’ideologia non l’ha mai cambiata: «Non mi fido degli americani. Prima negoziano con noi la pace, poi sostengono le elezioni presidenziali di questo Governo fantoccio. È certo che per loro l’Afghanistan ha significato perdere la dignità, oltre che tanti soldi e vite umane. Hanno dato ai talebani un grande potere, facendoli risorgere più forti di prima a livello militare e, ora, anche politico. Saranno loro a dare l’impronta sulla quale nascerà il nuovo Governo, chiaramente dopo aver discusso con partiti politici e società civile afghana. Siamo pronti alla discussione ma se gli altri non accetteranno, arriveranno con la forza a Kabul».

Di questo, la leadership talebana ne è convinta: dopo un accordo con Washington, gli «studenti coranici» avrebbero il diritto di decidere cosa fare del nuovo Governo. E questo nonostante afferminino che sono pronti a dividere il potere: «Durante l’Emirato talebano, fra il 1996 e il 2001, non sono stati capaci di gestire il potere politico perché c’era la guerra. E gli americani, con il pretesto di Al-Qaeda, hanno deciso di distruggere il Paese».

Ad Akbar Agha piace parlare. Soprattutto di argomenti spinosi e che, una volta cominciati gli accordi fra le parti afghane dopo un eventuale accordo con gli americani, creeranno sicurament più problemi: il cambiamento della costituzione, richiesto a gran voce, e la questione dei diritti fondamentali, in particolar modo quelli delle donne. Akbar Agha ride mentre si immagina le reazioni durante la traduzione delle sue risposte alle domande più provocatorie. Si tocca la barba e, con i suoi occhietti d’aquila, lancia sguardi pieni di sfida. È vestito tradizionalmente, con il turbante. Immancabilmente nero. «In passato i talebani hanno commesso svariati errori. Non volevano impedire alle donne di studiare e uscire di casa, ma c’era la guerra. Oggi non sarebbe così. Chiediamo però di cambiare la Costituzione secondo le leggi islamiche perché ora le donne hanno troppi diritti che l’Islam non concede e che quindi devono essere abrogati. Inoltre ci sono diritti ora omessi ma fondamentali per la cultura islamica. Un esempio: molte ragazze minorenni, nelle province, vengono sfruttate dai padri per lavorare nei campi, quando è loro diritto sposarsi».
«Fuori gli americani»
Sulla stessa linea c’è un altro esponente talebano. Nazar Mohamed Mutmain, oggi analista politico ma che al tempo dell’Emirato islamico ha avuto una carica importante come responsabile del ministero della comunicazione della provincia di Nagarhar, a Jalalabad. È un altro «civilizzato». Parla un inglese perfetto (solitamente i talabeni si esprimono per ragioni ovvie solo in pashtu): «Innanzitutto è essenziale che gli americani si ritirino. Altrimenti i talebani non avrebbero mai intavolato un negoziato di pace. Poi si chiede la dissoluzione dell’attuale Governo marionetta. I talebani non discuteranno mai con il Governo attuale. Non è necessario parlare al subordinato se puoi parlare con il capo». I talebani, infatti, si sono sempre rifiutati di parlare al Governo dopo il 2002 proprio perché visto come entità esterna. Mutmain ribadisce scandendo con maggior precisione le dichiarazioni di Akbar Agha: «I talebani sono gli unici ad essere riusciti, al tempo dell’Emirato, a costituire una legislazione islamica. Se rubavi, perdevi la mano. Se assassinavi, venivi a tua volta ucciso. E oggi vogliamo che torni questa legge. La gente lo accettava e lo accetterà ancora. Lo assicuro, erano tanti quelli che avevano deciso di combattere l’invasore americano nel 2004, solo che molti non ne avevano i mezzi. Ricordo che, quando cominciò la resistenza, molti cercavano di finanziarli».

Mutmain difende a spada tratta il cambiamento epocale dei talebani, ammettendo le loro colpe ma anche dicendo che hanno il diritto al potere, perché hanno combattuto. «Sono cambiati. Si sono resi conto degli errori commessi. Si cercherà un compromesso con la società civile afghana e i partiti politici per creare un Governo ad interim che porti a nuove elezioni, ma in futuro i talebani vogliono che la legge islamica sia implementata». Alla consueta domanda sulla questione delle donne, Mutmain è schietto: «I loro diritti verranno rispettati secondo regolamenti islamici. Punto. Potranno lavorare e studiare. Ci sono cose che non potranno fare perché non sono contemplate dalla legge islamica» commenta. E in un Afghanistan ancora diviso e caotico, sono in molti a pensarla così.
Un popolo spaccato fra passato e futuro
Sono tutte parole oppure i talebani dicono la verità sul fatto che siano cambiati ed emancipati? Vogliono davvero condividere il potere con la popolazione e i partiti politici? Più che sulla politica, la popolazione si divide su quelli che potrebbero essere i reali cambiamenti nella vita di ogni giorno. O sugli argomenti che più fanno discutere, come i diritti umani. Una parte degli abitanti è felice del possibile ritorno al potere dei talebani proprio per questo motivo: «Gli americani ci danno dei terroristi. Ma sono loro i terroristi. Hanno distrutto la nostra cultura, imponendoci valori occidentali. Molti diritti che hanno dato alle donne, per esempio, non fanno parte dei nostri usi. Noi siamo un Paese musulmano e vogliamo valori islamici. I talebani difenderebbero questa visione. Perciò sono contento che tornino al potere» commenta Rafiqullah, un ingegnere che vive a Helmand.
Un altro ragazzo vicino a lui aggiunge: «L’America è un grande problema. Se non se ne vanno non ci sarà la pace. I talebani uccidono i nostri soldati perché proteggono gli americani. Ma è anche vero che, se loro se ne vanno, le cose positive potrebbero svanire». In molti, anche moderati, riconoscono che i valori introdotti negli ultimi 19 anni di invasione non sempre sono accettati dagli afghani. E questa è stata una delle grandi ragioni della sconfitta dell’Occidente in Afghanistan.
Via i valori occidentali
Il caporedattore del quotidiano Maseer, Asadullah Wahidi, lo spiega bene: «Queste novità non interessano e non piacciono alla gente. Vogliamo mantenere i nostri valori. Chi ha detto che i talebani si opporranno all’educazione delle donne? I miei genitori vivono ancora nei territori controllati da loro. L’ho visto, sono cambiati, sono educati. Insomma, hanno ammesso i propri errori e vogliono ricostruire il Paese. Sono persone di parola e se fanno un accordo, lo rispettano fino alla morte. Hanno sacrificato molto per questa Nazione. Invece una grande fetta di media nazionali, foraggiati dall’esterno, continua a incolparli dei massacri».
C’è chi dice no
Poi c’è un’altra grande fetta della popolazione che vede il ritorno dei talebani con timore, considerandoli «lupi». È la generazione del coraggioso e giovane poeta Ramin Mazhar, che, nel verso più famoso della sua poesia Bacio, dice «ti bacio in mezzo ai talebani», indignando così la comunità taleabana. Quella generazione che ha fatto propri gli sviluppi sociali e l’emancipazione mentre i talebani, ancora oggi, continuano a perseguitare, uccidere attivisti e imporre leggi arbitrarie nei territori controllati. E proprio 30 giorni fa è toccato a Syeed, un giovane di Helmand, finire tra le grinfie talebane. Il motivo? Futile: «Ho partecipato al Movimento di Pace di Helmand. Abbiamo marciato dal sud del Paese fino a Kabul, per continuare fino a Mazar-i-Sharif. A piedi scalzi per migliaia di chilometri. Quando sono tornato a casa, i talebani mi aspettavano. Mi hanno imprigionato, picchiato, umiliato per giorni». Syeed porta ancora i segni delle brutalità subìte. Dopo 10 giorni, il padre e lo zio hanno garantito per lui promettendo ai talebani che non avrebbe più partecipato al Movimento, secondo loro finanziato dagli americani, e che non avrebbe fiatato sulle sevizie. «Sono tornato a Kabul e ho raccontato tutto. Hanno imprigionato la mia famiglia. Ma io non mollo, continuo la mia missione».
Cosa è successo negli ultimi mesi:
L’indipendenza
Il 19 agosto l’Afghanistan ha celebrato il centenario dell’indipendenza, ottenuta dallo Shah Amanullah Khan nel 1919. I festeggiamenti sono stati rovinati da vari attentati e sono arrivati in un momento di grande tensione per il Paese, concentrato sulle elezioni presidenziali, che si sono tenute il 28 settembre, e sugli sviluppi dei negoziati fra talebani e Stati Uniti a Doha, che si sono interrotti dopo una serie di attentati.
Negoziati in stand-by
Dopo 9 sessioni di negoziati di pace, iniziati a febbraio e preceduti da altri numerosi incontri, talebani e Stati Uniti erano giunti vicini alla firma di un accordo di pace all’inizio di settembre, che avrebbe posto fine all’intervento militare americano, iniziato 17 anni fa, e che ha fatto decine di migliaia di morti. Quando si pensava che la firma dovesse arrivare, tutto è stato sospeso dal presidente statunitense Donald Trump attraverso un tweet la sera del 7 settembre. Si è scoperto solo in seguito che Trump aveva organizzato, nella sua residenza di Camp David, un incontro segreto con talebani e un altro con il presidente afghano Ashraf Ghani, per gli ultimi chiarimenti prima della firma. Il motivo di questa decisione è stato principalmente la morte di un soldato americano in uno dei due attentati compiuti a Kabul fra il 2 e il 3 settembre, rivendicati dai talebani e che hanno fatto decine di morti. Le esplosioni hanno avuto luogo mentre il rappresentante degli Stati Uniti al tavolo di Doha, Zalmay Khalilzad, era a Kabul per presentare l’accordo al presidente afghano Ghani. Nei giorni precedenti, inoltre, c’era stato un aumento dei raid talebani in diverse province contro le forze afghane. Ancora sangue: il 28 settembre gli afghani si sono recati alle urne per scegliere il nuovo presidente. Durante la giornata di voto, ci sono stati diversi attentati che hanno provocato almeno 2 morti e 15 feriti.
Le reazioni
Gli afghani hanno reagito con molta sorpresa all’improvvisa interruzione delle trattative. A Kabul è prevalsa la felicità. L’accordo non avrebbe preso sufficientemente in considerazione le necessità della popolazione civile. Fonti riservate dicono che questo potrebbe rafforzare la posizione governativa e costringere i talebani a ritrattare le loro posizioni. Ma potrebbe anche aumentare la violenza. Senza una pace fra USA e talebani, difficilmente ci sarebbe una vera pace nel Paese. La questione ruota intorno al ritiro delle truppe straniere. E con un ritorno dei talebani si aprono altri scenari di guerra civile. Molti gruppi, su base etnica, si sono già riarmati. Senza contare poi la presenza dello Stato islamico, sempre intento a creare divisioni fra sciiti e sunniti.
L’accordo
Una bozza di accordo di pace è stata emessa il primo di settembre, dopo che la leadership talebana a Doha ha annunciato che era stata trovata un’intesa di principio fra le due parti. Alla base dell’intesa vi sarebbero due principi chiave: il ritiro progressivo delle truppe americane dal Paese, in concomitanza con l’istituzione di un Governo ad interim e di istituzioni governative, che porterebbero il Paese a nuove elezioni, a un esercito nazionale inclusivo e all’amnistia generale per tutti i combattenti talebani. Dall’altro lato, la promessa talebana di non far diventare l’Afghanistan un covo di terroristi. Intorno a questi due pilastri si è costruito tutto il resto: scambio di prigionieri, abolizione di tutte le sanzioni, richieste di cambiamento di Costituzione (da discutere attraverso una conferenza fra le parti afghane; trattativa parzialmente già iniziata), l’istituzione di un «consiglio di studiosi» che monitorerebbe la legge e i nuovi emendamenti per garantirne la conformità con i principi islamici e una missione di monitoraggio conferita alle Nazioni Unite (nessun peacekeeping) con responsabilità limitate.