Incorreggibile Oriana, dall'inizio alla fine

«Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero, quando mi chiedono a quale paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa». Riecheggiano ancora la rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci grande inviata di guerra e primadonna del giornalismo, spesso oggetto di critiche feroci, e «scomoda, irriverente, antipatica» sia a destra che a sinistra, ma sempre affascinante nella sua personalità indomita e, soprattutto, «Mai stanca di vivere» (Mondadori, 180 pagine). A vent’anni dalla morte (Firenze, 29 Giugno 1929 -15 Settembre 2006) la ricorda l’amico storico, politico e scrittore Riccardo Nencini (già presidente del Gabinetto scientifico letterario G.P. Vieusseux, Firenze), e la racconta in un intenso romanzo biografico, evidenziando «Passioni e tumulti di Oriana Fallaci», determinata figura che emanava impegno e autorità.
Il suo è un romanzo biografico che parla d’un rapporto a volte anche teso ma sempre illuminante, con documenti inediti e notizie poco note che delineano la donna che con una penna più affilata d’un fioretto e una grinta da guerriera fronteggiò guerre e personaggi di livello internazionale, capi di stato e dittatori, senza mai venir meno al suo impegno-dovere: scrivere in assoluta libertà. Autrice di articoli e interviste che sono diventati documenti storici di un’epoca complessa, e di dodici libri venduti in oltre venti milioni di copie in tutto il mondo (alcuni dei quali come «Lettera a un bambino mai nato» e «Un uomo» sono dei «long seller» continuamente ristampati), Oriana Fallaci iniziò la carriera giornalistica a sedici anni, dopo aver partecipato alla Resistenza e fu la prima donna in Italia inviata di guerra. Dal 1963 scelse di vivere a New York. Era un «donnino» quasi microscopico nel suo metro e cinquantaquattro centimetri di altezza, «ma se entrava in una stanza, sviluppava subito una tensione positiva, ma molto spesso anche negativa».
Presidente Nencini, qual era l’atteggiamento giusto per incontrare la Fallaci, e come nacque la vostra amicizia?
«Standole in piedi, davanti. Se ti piegavi veniva meno il rispetto e senza rispetto eri immediatamente accantonato. La nostra amicizia nacque con un litigio. Mi telefonò da New York una notte, per me erano le tre del mattino, a NY le otto o le nove, e fu una telefonata senza un senso preciso. E dopo alcuni minuti (lei mi chiamava presidente, io signora) le chiesi qual era il problema. E lei di rimando: ho capito, la sto disturbando, e riattaccò. La mattina dopo mi ha richiamato per scusarsi dicendomi: a questo punto possiamo usare il tu. Io ti posso chiamare Riccardo e tu mi chiami Oriana».
Era sempre così brusca?
«Sì, ma quando riuscivi a portare delle argomentazioni, valide, fondate, stava ad ascoltare con attenzione. Poi molto spesso faceva di testa sua, però ti ascoltava e argomentava la sua posizione soprattutto quando era contraria».

Era così anche nel lavoro?
«Lei cercava fonti primarie su tutto e non si fidava del sentito dire. Scavava continuamente. Bisogna essere precisi, diceva: lei voleva la precisione. La certezza. Molte volte parlammo della Resistenza alla quale lei aveva partecipato (aveva ricordi precisi ma non globali anche perché erano passati decine di anni), e di una serie di fatti di cui parlammo mi fu grata perché aprirono una finestra su una storia cui teneva moltissimo».
Perché era considerata antipatica?
«Il modo che aveva di scrivere non la rendeva simpatica perché era di una bravura superba. Geno Pampaloni, il grande critico letterario, ha scritto che aveva uno stile perfetto. Lei diceva: io uso sempre questo stile tagliente perché sono una donna e nelle redazioni è l’unico modo per farci vedere noi donne. Per molto tempo lei era l’unica, poi piano piano sono cresciute di numero, ma non se ne ricordano moltissime negli anni ’50-’60. Grandi giornaliste del nostro tempo, come Lucia Annunziata, Giovanna Botteri e Conchita de Gregorio spesso la citano come una maestra, e Oriana riteneva Botteri, come inviata di guerra, una sua erede».
Lei stessa diceva che non era simpatica con una punta d’arroganza: era questo il segreto del suo fascino e della sua totale indipendenza?
«Era una donna affascinante e difendeva sempre il suo punto di vista libera in tutto e sempre. Diceva che Dante ha fatto bene a mettere gli accidiosi nella bolgia peggiore dell’inferno perché nella vita bisogna prendere parte. Lei l’ha fatto sin da quando faceva la staffetta partigiana fino al resto della sua vita. Era una donna carina, si occupava di politica estera quando lo facevano solo gli uomini e questo le ha procurato qualche inimicizia e qualche invidia in giro per il mondo».
Come otteneva le interviste con capi di Stato e personaggi di primo piano della politica mondiale?
«Intanto il suo prestigio che veniva giocato in due sensi: serviva a lei per agganciare la personalità da intervistare, ma spesso serviva anche alla personalità avere un’intervista da Oriana per far conoscere il proprio pensiero. Lei si preparava in maniera certosina alle interviste. Della persona da intervistare studiava tutto, anche quello che era stato sottinteso e si conosceva meno, in modo da poterlo utilizzare durante il colloquio per mettere l’intervistato con le spalle al muro. Successe con Kissinger col quale lavorò di fino. Prima affrontando in maniera collaterale alcuni argomenti, poi andò direttamente addosso al Segretario di Stato americano».
Perché con Khomeini ebbe un gesto di ribellione?
«Con Khomeini ebbe un gesto di ribellione quando si strappò il velo che le avevano imposto di usare nel presentarsi a lui. Lei sapeva di essere di fronte al fondatore della teocrazia non soltanto iraniana, perché con Khomeini poi nasce e prende consistenza un movimento in larga parte del Medio Oriente, e non solo del Medio Oriente: è lui il protagonista di ciò che avviene anche negli anni successivi. Ma lei che non subiva imposizioni togliendosi il velo espresse ancora una volta la sua totale libertà».

Oggi possiamo dire che le sue profezie sull’Islam erano tutte giuste? Non era solo profetica, ma anche una grande analista politica e storica come dimostra in La rabbia e l’orgoglio, La forza della ragione e L’Apocalisse?
«Questo fu uno dei punti di maggiore dissenso tra noi. Io non ero d’accordo quando lei sosteneva che l’Europa si sarebbe trasformata in Eurabia: l’Europa cristiana, cattolica, laica, avrebbe assunto valori ideali di natura opposta a quelli che aveva. Ed ero molto più ottimista. Aveva ragione invece quando considerava l’Europa fuori dai grandi giochi della politica internazionale. L’Europa a pancia piena, diceva, ha perso i suoi valori fondamentali e questo nella geopolitica che si sta preparando la metteva in un angolo, ai margini. Oggi lo riconoscono anche moltissimi tra coloro che venticinque anni fa la criticavano in maniera durissima».
Parlava sempre con cognizione di causa a proposito dell’Islam?
«Oriana era una grande esperta di Islam. Si era occupata di Medio Oriente durante tutta la vita, dal ‘61 in poi quando compì il primo reportage importante. Insciallah era un libro basato sulle sue esperienze e ricerche, e lei conosceva perfettamente quel mondo. C’era stata, ci aveva lavorato a lungo, aveva scambiato opinioni con altri suoi colleghi di mezzo mondo. Era una materia che lei governava, e la governava decisamente bene. E dentro Insciallah c’è un di più di natura letteraria che lo rende straordinario. È un libro che lei scrisse due volte affidandosi alla teoria del caos nella seconda stesura. Un libro importante diverso dai suoi, ma anche quella è Oriana».
Fu sempre spericolata anche in zona di guerra?
«Sì, ma era una forma di spericolatezza mescolata all’irrazionalità specialmente - come le fece rilevare François Pelou, il capo del France Press a Saigon e suo secondo grande amore a New York -, quando andava al fronte con i mocassini di Gucci. Poi i mocassini furono sostituiti dagli stivali, e ovunque andasse rischiava la vita: dalla guerra del Vietnam a quella tra India e Pakistan, in Sud America e in Medio Oriente, lei era presente, e sempre in prima linea. Nel 1968 a Città del Messico fu colpita da una raffica di mitra alla schiena e creduta morta fu gettata su una catasta di cadaveri. Per caso un prete però si accorse che era ancora viva e la salvò. Rischiò anche la vita in Kuwait dopo l’attacco di Saddam del 1990. Il suo era un mestiere dove la paura deve avere il contrappasso del coraggio e il rischio della vita metterlo sempre in conto».
Quando scriveva dell’Italia era animata da un Istinto patriottico o solo passionale?
«Per l’Italia e per Firenze c’era un amore viscerale e la muoveva l’istinto patriottico. Col passare degli anni non riconosceva più Firenze, la sua città, troppo legata all’attività bottegaia, e in questo condivideva un giudizio che aveva espresso più o meno negli stessi mesi Tiziano Terzani. E non riconosceva più la politica italiana che aveva perso i suoi grandi amori. Lei aveva tanta stima per Pietro Nenni, che aveva una lunghissima storia simile alla sua, anche lui giornalista, anche lui inviato su alcuni fronti. Ricalcava la cultura del padre che proveniva da Giustizia e Libertà e poi fu socialista. Aveva stima anche per Enrico Berlinguer, conosceva bene Pajetta e stimava Marco Pannella. Quel mondo lì, negli anni Novanta e Duemila, lei lentamente lo vedeva sparire».

Il greco Alekos Panagulis è stato il suo grande amore?
«Io penso di no. I suoi grandi amori sono stati soprattutto un suo collega, Alfredo Pieroni e François Pelou cui lei chiese di sposarla. Ma lui, già sposato, le rispose con un diniego. Per vendicarsi, prese le lettere che si erano scambiate, le impacchettò con un fiocchetto rosso e le mandò alla moglie. Panagulis fu il mito, l’amore per ciò che rappresentava. Lei diceva: mi guardo allo specchio e mi vedo come lui, e lui si vede come me. Un uomo e una donna che avevano lavorato molto per la libertà (Oriana per la Resistenza in Italia, lui in Grecia), e condividevano lo stesso destino. Ma la vera passione amorosa, a parte la relazione con un astronauta italiano, la ravvisò verso Pieroni e Pelou».
Aveva dei rimpianti?
«Nella solitudine con la quale conviveva sentiva la mancanza di un figlio. Aveva avuto degli aborti spontanei, e l’essere madre fu l’ossessione della sua vita».
