«Io come Lombardi? Lui insegna a non montarsi mai la testa»

Non è raro che Michele Roncoroni si faccia definire «il piccolo Lombardi», o «il giovane Lombardi», vista la sua attività nelle alte sfere del movimento giovanile del Partito popolare europeo, dove già l’attuale municipale di Lugano ebbe un ruolo di peso. «Ne sono molto lusingato», dice il 32.enne di Mezzovico.
Signor Roncoroni, i giovani tendono ad assumere posizioni profilate, a sinistra o a destra. Come mai lei ha scelto il Centro?
«Io credo nell’importanza di un movimento che garantisca stabilità ed equilibrio, a maggior ragione in un periodo storico come questo, in cui vediamo le pericolosissime derive della polarizzazione delle opinioni».
Dunque non è un affare di famiglia?
«Nella mia famiglia la politica ha saltato una generazione. Mio nonno Giorgio Zappa era attivo nell’allora PPD ma non ne ha mai fatto una questione familiare. Quando ho iniziato a interessarmi alla politica mi sono chiesto a quale partito mi sentissi più vicino. Sono giunto alla conclusione che fosse quello del nonno. In più trovo che il cambiamento del nome abbia portato nuova freschezza e più apertura».
In Germania la CDU non ha cancellato la «C» di Cristiano, eppure ha vinto le elezioni.
«Sono due realtà diverse. Da noi è stato un cambiamento epocale, chiaramente, ma credo che in Ticino se ne sia discusso fin troppo, anche perché la «C» non c’era già più. Il cambiamento è stato a livello di approccio, di apertura a una certa area. Difatti già alle ultime cantonali ci sono state persone provenienti da altri partiti, per esempio dal PLR, che hanno scelto di candidarsi con il Centro».
Oltre a Filippo Lombardi, quale altro politico ha funto da modello per il suo attivismo politico?
«Io ammiro Fiorenzo Dadò per la sua schiettezza e il suo coraggio a livello politico. Vedere un presidente che si batte con vigore per i propri ideali, per posizioni anche critiche o difficili, è qualcosa che dà forza a tutto il movimento ».
Il Centro sta piuttosto bene mentre l’altro partito della stabilità, il PLR, è più in affanno. Perché?
«Non sta a me dire loro cosa fare. È vero che su molti temi abbiamo posizioni simili al PLR e spero che si continuerà a collaborare bene con loro. Ma noi in origine siamo il partito popolare. Credo che questo sia un grande valore, un concetto senza tempo che rimarrà sempre di attualità».
Cosa significa essere popolari?
«Innanzitutto essere vicini alla popolazione».
Quei forum cui lei partecipa vengono visti dalla popolazione come momenti in cui i politici stringono mani e levano calici ma non risolvono granché.
«Non nego la facciata più artificiosa di certi forum e capisco che la popolazione li possa percepire come lontani. Ma spesso è proprio in queste sedi che si prendono decisioni che poi, a cascata, hanno ripercussioni sulla vita di tutti i giorni anche in Svizzera».
Ha un esempio da fare?
«Nel 2023 noi giovani del Centro abbiamo presentato una risoluzione che chiedeva la riammissione della Svizzera nei programmi Erasmus e Horizon. È chiaro che non basta una risoluzione giovanile a dirimere una vertenza. Però intanto è stata accettata all’unanimità da tutti i partiti, anche da quelli che a livello di partito madre non erano così d’accordo. È stato un segnale potente».
Noi svizzeri, che non facciamo parte dell’UE, non veniamo visti come intrusi in questi forum europei?
«No, al contrario, noi giovani del Centro abbiamo notato sempre commenti estremamente positivi e lusinghieri, quasi di invidia. È chiaro che sto parlando di movimenti giovanili, non mi sento di dire che questa sia la posizione della Commissione europea. Ma mi sembra che l’immagine della Svizzera sia ancora molto positiva».
Però lei, al contrario dei suoi compagni di banco, non potrà fare carriera al Parlamento europeo.
«Che lo si voglia o no, la Svizzera fa parte del continente europeo. Ed è anche attraverso questi forum che può partecipare al processo di definizione del suo futuro. Il nostro rapporto con l’Europa è caratterizzato da una dicotomia. Da un lato vi è la sovranità, valore fondamentale per la Svizzera e per il suoi cittadini. Dall’altro vi è l’integrazione continentale. Le due dimensioni non sono in contraddizione: rimanere integrati non significa rinunciare alla propria sovranità o autonomia».
Quindi essere fuori dall’UE non è un limite?
«Io non l’ho vissuto come un limite. Anzi, in certe occasioni è stato utile, come in occasione di un forum transatlantico a Washington in cui c’erano stati alcuni momenti di tensione tra europei e americani. In qualità di rappresentante proveniente dalla Svizzera, hanno chiesto a me di tenere il discorso finale. E io ne ho approfittato per invitare al dialogo e per un paio di battute che hanno permesso di sciogliere la tensione».
Tra europei e americani ci si capisce sempre meno.
«Sì, purtroppo è così. Molte discussioni che un tempo avvenivano con altri toni, adesso avvengono in modo molto più diretto. Sono toni che non combaciano con il modo di fare politica in Svizzera. Noi non siamo l’unica vittima di questo nuovo modo di fare politica o di gestire dispute a livello internazionale. Quello che si vede però è che spesso queste retoriche portano a sgonfiarsi e finire nel nulla».
Quindi Trump non le fa paura?
«Quella di Trump è una strategia negoziale. Finché ci sono interessi comuni penso che si possa essere fiduciosi. In ottica futura, penso che a favorire il dialogo tra le parti possano contribuire anche questi incontri a livello giovanile, che permettono di aprire canali di comunicazioni tra quelle che saranno le nuove generazioni di leader».
Cosa l’ha marcata di più durante questi forum di movimenti giovanili?
«È stato sicuramente toccante partecipare a congressi in Ucraina, Moldavia o Bosnia ed Erzegovina e vedere la forza con la quale le giovani generazioni di quei Paesi lottano per la democrazia, in difesa di valori comuni ai nostri».
Deve essere strano incontrare Donald Tusk, Maia Sandu o Friedrich Merz e poi partecipare alle sedute di Consiglio comunale a Mezzovico-Vira.
«(ride) Sì, ma a me piace molto anche parlare di tematiche concrete come possono essere le canalizzazioni o lo sviluppo del territorio. Sono convinto che le istanze internazionali avrebbero molto da imparare da un approccio più locale e pragmatico. E, detto con un sorriso, forse a qualche europarlamentare non guasterebbe partecipare a un paio di sedute di Consiglio comunale a Mezzovico-Vira».
Per concludere, quale consiglio le ha dato Filippo Lombardi?
«Tra i numerosi insegnamenti ricevuti, uno risuona con forza particolare: non montarsi mai la testa. In un’arena come quella della politica internazionale, spesso sedotta dal fascino del glamour, la vera autorevolezza nasce dalla capacità di restare con i piedi ben saldi per terra».
