Iran, la guerra breve non sembra essere un’opzione reale

La guerra sta per finire. Forse. Lunedì sera, il presidente degli Stati Uniti, soprattutto per raffreddare i mercati petroliferi, aveva dichiarato che il conflitto aperto in Iran si sarebbe concluso presto. Non questa settimana, ma comunque in tempi brevi.
«Stiamo facendo grandi passi avanti verso gli obiettivi militari - ha detto Trump - potremmo colpire la produzione elettrica ma non vogliamo farlo. Abbiamo lasciato alcuni target nel caso in cui avessimo bisogno di colpire».
Le parole di Trump sono sicuramente servite a fermare la verticale ascesa del prezzo del greggio, ma non sono state condivise dall’alleato israeliano né comprese sino in fondo dalla stessa amministrazione di Washington.
In una dichiarazione rilasciata alla France Presse, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha infatti detto chiaramente: «Non abbiamo ancora finito con gli attacchi». L’obiettivo di Tel Aviv è sempre lo stesso: rovesciare il regime degli ayatollah. Perché ciò accada, però, serve la mobilitazione degli iraniani. «Far crollare il regime è nelle mani del popolo iraniano - ha detto Netanyahu durante una visita al Centro nazionale delle operazioni di emergenza sanitaria, a quanto riporta il quotidiano conservatore Times of Israel - La nostra aspirazione è di portare il popolo iraniano a liberarsi del giogo della tirannia. In definitiva, dipende da loro. Ma non c’è dubbio che attraverso le azioni intraprese finora stiamo rompendo loro le ossa. Se avremo successo assieme al popolo iraniano, porteremo a una fine permanente e al cambiamento».
Avanti fino alla «sconfitta completa del nemico», ha poi ribadito il segretario alla Guerra degli Stati Uniti Pete Hegseth in una conferenza stampa convocata al Pentagono proprio poche ore dopo la dichiarazione del presidente Trump sulla fine ravvicinata del conflitto.
Gli iraniani, ha spiegato Hegseth, stanno «correndo verso una bomba nucleare, e la Casa Bianca non lo permetterà mai». Secondo il capo della Difesa americana, i mullah sanno che il loro esercito è «sistematicamente sgretolato e che l’Iran sta soltanto perdendo malamente la guerra».
Al contrario, ha ripetuto Hegseth, «gli Stati Uniti stanno vincendo e continuano a perseguire i propri obiettivi per distruggere la Marina e la capacità missilistica iraniane», ovvero «impedire permanentemente all’Iran di avere armi nucleari per sempre. Non desisteremo finché il nemico non sarà totalmente e completamente sconfitto», ha scandito il segretario alla Guerra.
Le critiche di Friedman
A chi credere, allora? Dalle colonne del New York Times, sono rimbalzate le durissime considerazioni di Thomas Friedman, tre volte premio Pulitzer, forse il più autorevole giornalista e commentatore statunitense: «È ovvio che Trump e Netanyahu hanno iniziato questa guerra senza un obiettivo finale chiaro in mente», ha scritto Friedman. Anche se, ha aggiunto, «sospetto che Netanyahu probabilmente sarebbe felice di trasformare l’Iran in un’altra grande Gaza e di continuare semplicemente a “tagliare l’erba”, o a reprimere periodicamente le minacce lì, così come era incline a fare nella Striscia».
Da parte sua, ha continuato Friedman, «Trump è stato un po’ ondivago quando ha parlato del mattino dopo in Iran, e ha detto cose spesso contraddittorie che rivelano un comandante in capo che si inventa tutto strada facendo. Un giorno è un cambio di regime, un altro no; un giorno non gli importa del futuro dell’Iran, il giorno dopo avrà voce in capitolo nella scelta del prossimo leader del Paese sciita; un giorno è aperto alle trattative, il giorno dopo chiede la “resa incondizionata”. Investiresti in un’azienda il cui leader, senza preavviso, ha intrapreso una strategia aziendale radicalmente nuova e poi, nella settimana successiva, ha descritto i suoi obiettivi in cinque modi diversi?».
La sensazione è di totale incertezza. Persino il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha detto oggi di non vedere «alcun piano comune da parte di Stati Uniti e Israele per porre fine rapidamente e in modo convincente alla guerra» scatenata contro l’Iran. «Molti di questi obiettivi fissati dagli americani e dagli israeliani sono anche i nostri, ma ogni giorno di guerra solleva nuove domande - ha aggiunto Merz in una conferenza stampa a Berlino, sottolineando di non vedere, al momento - alcun interesse in una guerra senza fine né in una messa in discussione dell’integrità territoriale» dell’Iran.
Gli ayatollah non si arrendono
Una cosa è chiara, almeno stando alle parole delle ultime ore: il gruppo dirigente di Teheran non ha alcuna intenzione di arrendersi, né di deporre le armi. Il ministro iraniano degli Esteri, Abbas Araghchi, è stato il primo, oggi, ad affermare di voler combattere «per tutto il tempo necessario» contro gli Stati Uniti e Israele. «Siamo pronti a continuare gli attacchi missilistici contro di loro per tutto il tempo che serve e ogni volta che sarà necessario - ha detto Araghchi al canale televisivo pubblico americano PBS News, aggiungendo che i negoziati con Washington - non sono più all’ordine del giorno».
Anche Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, ha scritto sul suo profilo X che Teheran non intende scendere a patti. «Non stiamo certo cercando un cessate il fuoco. Crediamo che l’aggressore debba essere colpito affinché impari la lezione e non pensi mai più di attaccare l’Iran - ha scritto Ghalibaf, sottolineando come Israele si affidi a un ciclo di - guerra, negoziati, cessate il fuoco e poi di nuovo guerra» per mantenere il suo dominio.
L’Iran, ha affermato il presidente del Parlamento di Teheran, «interromperà questo ciclo. Risponderemo anche occhio per occhio a qualsiasi attacco alle nostre infrastrutture. Se inizieranno una guerra alle infrastrutture, noi prenderemo di mira le loro. Il nemico deve sapere che qualunque cosa faccia, noi daremo senza dubbio una risposta proporzionata e immediata. Nessun atto malvagio rimarrà impunito. Oggi applicheremo la legge dell’occhio per occhio e non ci saranno sconti né eccezioni».
Missili per miliardi
Al netto dei reboanti annunci dei vertici sciiti, giustificati anche dalla necessità di non mostrare debolezza, l’Iran ha comunque subìto nei primi 10 giorni di guerra un bombardamento continuo e martellante. Secondo il Washington Post, che ha citato tre fonti del Pentagono, nei soli primi due giorni dell’attacco gli Stati Uniti hanno bruciato munizioni per un valore di 5,6 miliardi di dollari. Un dispiegamento talmente massiccio da aver fatto scattare un allarme a Capitol Hill per la velocità con cui sono state erose le scorte degli armamenti più avanzati. Lo stesso Washington Post prevede che Trump chiederà al Congresso più fondi per la difesa già questa settimana - potenzialmente per un totale di decine di miliardi di dollari - per contribuire a sostenere la campagna militare in Iran.
