Israele, il lutto è entrato nella campagna di voto

I cellulari in Israele non smettono di suonare a qualsiasi ora. I call center continuano a tartassare chiunque possieda una sim card con numero israeliano, per spingerlo a votare questo o quel partito. Anche i social non sono da meno. Dopotutto la posta in gioco è pesante: il primo governo post 7 ottobre.
In Israele, a pochi giorni dal voto, si parla poco o nulla di programmi. Si parla di chi manca. Israele sembra un Paese che martedì non andrà alle urne per scegliere un futuro, ma per chiedere conto del passato e capire se può ancora fidarsi di chi lo governa. Non c’è entusiasmo, ma una determinazione cupa, quella di chi sente che stavolta il proprio voto è anche una forma di memoria.
Per le famiglie del 7 ottobre il seggio è l’ultimo luogo in cui farsi ascoltare. Chi ha perso una figlia al festival Nova, un marito morto in prigionia a Gaza, una madre nel kibbutz, ha deciso di stare davanti ai seggi con le fotografie in mano e un cartello semplice: ricordatevi di loro nella cabina. Non chiedono slogan, chiedono risposte, una commissione d’inchiesta, il nome di chi dovrà rispondere. Su questo il dolore si è diviso come la politica. C’è chi ha trovato nel premier l’uomo che ha protetto il Paese e chi lo vive come il responsabile che non ha mai chiesto scusa. Per chi ha riabbracciato un ostaggio tornato da Gaza, il sollievo convive con una rabbia che non si spegne. Il lutto è entrato nella campagna e a nessuno sfugge quanto sia scomodo.
Intorno, un Paese esausto. Riservisti richiamati più volte, famiglie che hanno imparato a vivere con un posto vuoto a tavola, stipendi che non bastano più. Molti non cercano un programma ma un momento in cui smettere di sentirsi in guerra, di controllare il telefono a ogni sirena, di rimandare la vita a dopo. La parola “pace”, però, è scivolata fuori dal lessico comune. I più giovani, che votano per la prima volta, sono cresciuti dentro un’unica idea di sicurezza e la mettono davanti a tutto, anche se c’è chi, tra i ragazzi dei kibbutz del centro, osa dire che gestire il conflitto all’infinito non è una soluzione, non se si vuole crescere dei figli qui.
Nelle città arabe l’attesa ha un altro sapore. Dopo troppi funerali per mano della criminalità e una campagna che li ha dipinti come una minaccia, i cittadini arabi sembrano decisi a esserci. Chiedono strade sicure, dignità, un posto al tavolo. Qualcuno spera che il voto pesi davvero, anche solo per aprire la strada all’inchiesta sul 7 ottobre che i loro leader promettono di sostenere, qualcuno teme di restare inascoltato ancora una volta. E nel mondo ultraortodosso cresce il malumore per le promesse tradite sulla leva, e c’è chi si sente usato.
Poi c’è la paura del giorno dopo, quando le urne si chiuderanno e comincerà l’attesa. Le trattative potrebbero durare settimane, forse mesi, e molti temono un’altra lunga sospensione, nuova incertezza dopo tre anni di incertezza. A destra come a sinistra la speranza è la stessa, detta con parole diverse: che chiunque vinca, la ferita non diventi un campo di battaglia permanente, e che dopo il voto il Paese ritrovi almeno la voglia di guardarsi in faccia.
Israele insegue la stabilità
Martedì sera, poco dopo la chiusura dei seggi, Israele crederà per qualche ora di sapere chi ha vinto. Poi arriverà l’aritmetica, e con essa il vero rebus di queste elezioni: nessuno dei due campi, a dar retta ai sondaggi, raggiunge i 61 seggi su 120 alla Knesset che servono per avere la maggioranza. È il primo voto dopo il 7 ottobre 2023, e arriva dopo una guerra con l’Iran (e le sue ramificazioni) lunga e logorante e chiusa senza un esito netto, con il Paese diviso su responsabilità, leva obbligatoria e giustizia, con pseudotregue in corso in Libano e a Gaza, con un serio problema in Cisgiordania dovuto ai coloni estremisti.
La scelta del premier
Gli ultimi sondaggi, che da stasera non si possono più pubblicare, descrivono una corsa sul filo. Yashar, il partito dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, è primo con 20-24 seggi; il Likud di Benjamin Netanyahu lo segue con 18-21. Il blocco del premier oscilla tra 49 e 54 seggi a seconda degli istituti e dei criteri di classificazione delle liste, l’opposizione sionista tra 50 e 55. I partiti arabi, esclusi a priori dal governo da entrambi i campi, potrebbero salire a 13-14 seggi (oggi sono 10) e pesare nell’aritmetica. Bastano pochi seggi, o una lista sotto soglia, a cambiare tutto.
Netanyahu, 77 anni appena compiuti, è il premier più longevo della storia israeliana: 19 anni complessivi, al governo quasi senza interruzioni dal 2009. È imputato per corruzione, colpito da un mandato d’arresto della Corte penale internazionale e considerato da molti il responsabile politico del 7 ottobre. Nei giorni scorsi è arrivato l’endorsement di Donald Trump, tardivo e accompagnato dall’avvertimento che potrebbe rinunciare a «chiudere i conti» con Teheran se il premier perdesse. Itamar Ben-Gvir, con Otzma Yehudit, corre da solo e punta a otto seggi, pescando tra i giovani. Il Sionismo religioso di Bezalel Smotrich perde terreno, tra 6 e 7 seggi. Gli ultraortodossi di Shas e Torah Unita, 7-8 seggi ciascuno, hanno rotto con il governo sull’esenzione dalla leva.
Eisenkot, 66 anni, ha lasciato il governo di guerra nel 2024 e ha perso un figlio a Gaza. Propone servizio obbligatorio per tutti, haredim compresi, una commissione statale d’inchiesta sul 7 ottobre, una legge fondamentale che regoli i poteri di Knesset, governo e tribunali e un piano contro la criminalità organizzata. Giura che non servirà sotto Netanyahu, nemmeno a rotazione, senza escludere un governo con il Likud. Attorno a lui ci sono Insieme, la lista di Naftali Bennett e Yair Lapid, il laico Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman e i Democratici di Yair Golan. Ma il blocco è meno compatto di quanto appaia: si litiga sul candidato premier, questione rinviata a dopo il voto; Lieberman ha evocato lo spettro di un nuovo Gantz, l’ex generale che doveva fare il premier a rotazione con Netanyahu e restò a mani vuote; Bennett ha lasciato dieci dei primi 24 posti a Yesh Atid, alimentando i timori di scissione. Lo stesso Gantz si è ritirato lunedì perché Blu e Bianco non superava la soglia, scelta che altri piccoli partiti potrebbero imitare per non disperdere i voti. La scommessa di Eisenkot, spiegano gli analisti locali, è doppia: diventare il primo partito per erodere il Likud e spingere Netanyahu a drenare voti dai piccoli alleati, fino a lasciarli sotto soglia. Il premier potrebbe così crescere come partito e perdere come blocco.
I cittadini arabi
Nel mezzo ci sono i cittadini arabi, circa il 20% della popolazione. Il Likud ne ha fatto il bersaglio della campagna, con lo slogan «Non c’è Gadi senza Tibi», dal nome del leader di Ta’al, e a settembre la Commissione elettorale ne aveva votato l’esclusione. Il 2 ottobre la Corte suprema ha riammesso la Lista unita (Hadash, Ta’al, Balad) e Ra’am di Mansour Abbas; Sami Abu Shehadeh, leader di Balad, si era ritirato il giorno prima. La Lista unita, accreditata di nove seggi, offre un «salvagente»: non voterebbe contro la fiducia a un governo anti-Netanyahu, in cambio di una prospettiva di Stato palestinese e di un impegno contro la criminalità che devasta i centri arabi. Ra’am, cinque seggi, è l’unico partito arabo già entrato in una coalizione, nel 2021, e ha candidato al secondo posto l’ex viceministro della Sicurezza interna Yoav Segalovitz, ebreo. Secondo l’analista Yossi Mekelberg, Netanyahu tratterebbe con Ra’am «in un attimo» se servisse a restare al potere; a maggio perfino Bennett ha chiesto scusa per aver governato con loro. Tutto dipende dall’affluenza: secondo Canale 12 voterebbe il 72% degli israeliani, ma l’81% degli elettori dell’opposizione contro il 74% di quelli pro-Netanyahu.
Le successive negoziazioni
Martedì non si elegge direttamente il premier: si vota una lista, e quelle che superano il 3,25% dei voti validi si dividono proporzionalmente i 120 seggi. Le urne restano aperte dalle 7 alle 22, poi arrivano gli exit poll, indicativi ma non definitivi; i risultati ufficiali nei giorni successivi. Il presidente Isaac Herzog consulterà i rappresentanti delle liste elette e darà l’incarico a chi riterrà più capace di formare una maggioranza, con 28 giorni per negoziare, prorogabili di 14,con Netanyahu che terrà l’interim fino a nomina nuovo premier. Il voto, dunque, non chiuderà necessariamente la partita martedì notte. Potrebbero aprirsi settimane di trattative, con i partiti piccoli a negoziare ministeri, leggi e impegni in cambio del sostegno, e in caso di fallimento un nuovo stallo. Non è peregrina l’ipotesi di un governo di coalizione o di uno di minoranza. La posta in gioco non è solo chi arriverà primo, ma chi saprà trasformare i seggi in un governo stabile e rispondere alle questioni che hanno logorato il Paese: sicurezza, responsabilità per il 7 ottobre, rapporto tra religione e Stato, disuguaglianze e futuro dei cittadini arabi.