Tel Aviv

Israele, l’anniversario del 7 ottobre alimenta lo scontro elettorale

I sondaggi in vista del voto per la Knesset non indicano un vincitore certo tra i sostenitori del premier Benjamin Netanyahu e la coalizione schierata a favore del leader di Yashar, Gadi Eisenkot - La paura è uno dei sentimenti dominanti - L’appello alla pace lanciato dal patriarca di Gerusalemme
Il 27 ottobre gli israeliani sono chiamati a rinnovare i 120 seggi della Knesset, il Parlamento monocamerale del Paese. ©ABIR SULTAN
Dario Campione
07.10.2026 06:00

Tre anni dopo gli attentati del 7 ottobre, Israele commemora i propri caduti guardando alle imminenti elezioni generali. Il voto del 27 ottobre potrebbe portare alla caduta del premier Benjamin Netanyahu, anche se le previsioni di analisti e sondaggisti non sono concordi: l’ultima rilevazione (del 5 ottobre) di Channel 12, emittente televisiva in chiaro di proprietà del Keshet Media Group, dà il blocco che sostiene Gadi Eisenkot (formato da Yashar, Insieme, Democratici e Yisrael Beiteinu) avanti di 5 seggi sulla coalizione conservatrice del primo ministro (Likud, UTJ, Shas, Otsma Yehudit, Sionismo religioso, Amcha Yisrael): 54 a 49.

Altri 17 seggi andrebbero a tre forze politiche fuori dai due schieramenti principali. Nessuno, quindi, raggiungerebbe in prima battuta la maggioranza di 61 seggi necessaria per governare il Paese.

L’avversario ex ministro

Gadi Eisenkot, 66 anni, è stato il 21. capo di Stato maggiore (Ramatkal) delle forze di difesa israeliane (IDF), dal 2015 al 2019. Già ministro senza portafoglio con Netanyahu da ottobre 2023 a giugno 2024, è il leader di Yashar, partito cui tutti i sondaggi assegnano il risultato migliore (tra i 23 e i 25 seggi). Esponente di un centro moderato, sottolineano i media israeliani, porta nei comizi il sorriso mesto di chi in questi tre anni ha sofferto molto: ha infatti perso un figlio e due nipoti nell’offensiva a Gaza. «Non lo ricorda dal palco - ma se lo ricorda gran parte degli israeliani - che Yair, il secondogenito di Netanyahu, ha passato invece la guerra a Miami», ha chiosato Maariv, quotidiano indipendente tra i più diffusi nel Paese.

L’intera campagna elettorale si sta giocando, inevitabilmente, sulla paura. Come sempre, Netanyahu tenta di spostare l’attenzione dell’elettorato sulle battaglie ancora da combattere e su quelle combattute dopo il 7 ottobre. Gli avversari, invece, sottolineano gli errori del premier e, adesso, gli contestano pure di avere saputo prima dei possibili attacchi di Hamas, e di non aver impedito la morte di 1.200 civili innocenti.

Yoana Gonen, editorialista di Haaretz - quotidiano di Tel Aviv fondato nel 1919 e oggi su posizioni progressiste - ha bene descritto ieri la dura condizione psicologica vissuta dai cittadini israeliani in queste settimane. «La destra - scrive Gonen - può presentare la sua insistenza sulle vecchie posizioni come la lezione inevitabile della nuova realtà, liquidando le alternative come resti di un mondo crollato. L’avvertimento contro il “tornare indietro” le conferisce un monopolio sul futuro: ogni proposta di sinistra per un cambiamento di rotta viene automaticamente inviata indietro al 6 ottobre. La verità è che chi ci mette costantemente in guardia dal tornare al 6 ottobre vuole che restiamo bloccati per sempre sul 7 ottobre: un pubblico spaventato, mobilitato, affamato di vendetta e guerra, senza fare domande e pretendere risposte. Un pubblico per cui il compromesso è un pericolo, la compassione è tradimento e solo più forza porta sicurezza. E così, tre anni dopo il peggior disastro della storia del Paese, l’uomo che ci ha abbandonati può presentarsi come colui senza il quale non sopravviveremo».

Visioni opposte

Ovviamente, dall’altra parte dello schieramento politico-culturale la visione è diametralmente opposta. La stampa vicina al Likud, il partito del premier, sostiene che «l’ossessione per “Chiunque tranne Bibi” sta paralizzando il Paese». Nel frattempo, il Governo insiste nel tenere alta la tensione. Ieri, il Consiglio per la Sicurezza nazionale israeliano ha diffuso una nota in cui è stato sottolineato «l’aumento del rischio di attentati contro israeliani ed ebrei all’estero, nonché di manifestazioni e disordini in vista dell’anniversario del 7 ottobre, una data che le organizzazioni terroristiche, guidate dall’Iran e dai suoi alleati, da Hamas e da elementi del jihadismo globale, considerano fondamentale».

Il Consiglio ha invitato i cittadini residenti all’estero «a essere vigili; evitare di pubblicare sui social media informazioni sui propri spostamenti; evitare di utilizzare l’ebraico in luoghi affollati e di partecipare a manifestazioni e assembramenti». E ha raccomandato agli israeliani in patria di «evitare di recarsi in destinazioni con un livello di allerta viaggi 4: Giordania, Qatar, Somalia ed Egitto».

«Hamas cercherà di sfidarci con le forze rimanenti in vista delle elezioni, nel tentativo di influenzarle. Siamo preparati per sventare questi tentativi e risponderemo con estrema forza se commetteranno questo errore - ha poi detto il premier Benjamin Netanyahu, sempre ieri, all’inizio della riunione di Governo, così come riferito da una nota del suo ufficio - In questi tre anni dal massacro del 7 ottobre, abbiamo ribaltato la situazione: Israele è il Paese più forte del Medio Oriente, i nostri nemici sono più deboli che mai. A tutti i nostri nemici dico: guardate cosa vi abbiamo fatto su sette fronti. Non scherzate con noi».

Le parole del cardinale

Se Netanyahu, nel solco di quanto detto e fatto non soltanto negli ultimi anni, ha usato ieri parole durissime, un linguaggio di pace e di speranza è stato invece quello del patriarca di Gerusalemme dei Latini, cardinale Pierbattista Pizzaballa: «Il 7 ottobre è stato, ed è ancora, un dramma gravissimo. Quello che è successo nel sud di Israele 3 anni fa ha certamente segnato uno spartiacque nella vita di Israele, ma anche nella nazione e tra i palestinesi. Il futuro sicuramente è tutto da ricostruire in questo momento, non solo a livello di infrastrutture, ma anche a livello di relazioni, di umanità, che ha bisogno di essere ripensata dentro tutto quello che è accaduto», ha detto Pizzaballa a margine della cerimonia di conferimento di un dottorato honoris causa in diritti umani alla Scuola Sant’Anna di Pisa.

«La situazione - ha osservato il porporato - resta difficile. Non ne siamo ancora usciti: siamo in una fase di non pace e di non guerra, in questa via di mezzo con ancora tantissima violenza. A Gaza, in Giordania, ci sono dibattiti in corso a livello politico anche dentro Israele, ormai alla vigilia delle elezioni. Insomma, siamo in una fase di grande movimento, molto importante comunque».