Turismo

Kevin Quattropani eletto presidente dei Borghi più belli del mondo: «Il mio sogno è dedicarmi completamente a questo progetto»

Il fondatore dell’associazione svizzera guiderà la federazione internazionale che riunisce oltre 1000 località in 12 Paesi: «Dalla Svizzera riceviamo poco sostegno, ma continuiamo a crescere»
Lara Sargenti
Lara Sargenti
01.06.2026 06:09

Riconoscimento prestigioso per Kevin Quattropani. Il ticinese è stato eletto negli scorsi giorni presidente della Federazione internazionale dei Borghi più belli del mondo, una rete che rappresenta oltre 1000 località di 12 nazioni: oltre alla Svizzera, Italia, Francia, Spagna, Vallonia (Belgio), Québec (Canada), Giappone, Cina, Libano, Sassonia (Germania), Russia e Bosnia-Erzegovina. Nato e cresciuto a Lugano, Quattropani ha fondato nel 2015 insieme con Fiorenzo Pichler l’associazione svizzera dei Borghi più belli, che oggi conta 56 comuni membri in 18 cantoni. Negli anni il progetto è cresciuto fino a entrare ufficialmente nella federazione internazionale. Ora arriva il passo più importante: la presidenza mondiale della rete. Lo abbiamo intervistato per capire quali compiti comporterà il suo nuovo ruolo e quali sfide attendono la rete internazionale.

Come nasce l’idea dei Borghi più belli della Svizzera?

«L’idea nasce nel 2015. Girando in Europa avevo visto che il concetto esisteva già in Italia, Spagna e Francia. Mi sono chiesto: se funziona lì, perché non dovrebbe funzionare anche da noi? Ho quindi cominciato a coinvolgere alcuni comuni, tra cui Poschiavo e Morcote. Da lì se ne sono aggiunti altri, fino ad arrivare al numero odierno».

È stato semplice far passare il concetto in Svizzera?

«No, soprattutto nella Svizzera tedesca. Ci siamo scontrati per esempio con il concetto di Staatsrecht, ossia il diritto di chiamarsi città. Erlach, nel Canton Berna, si definisce “città”, ma non arriva a 1’500 abitanti. All’inizio è stata una sfida spiegare il nostro modello, ma oggi direi che sta funzionando».

Quando siete entrati nella federazione internazionale?

«Nel 2017. Sono stati loro a contattarci, ma era già nei nostri piani farlo. Sapevamo che altri Paesi avevano già preso contatto con alcuni comuni svizzeri, per esempio la Francia con la sindaca di Hermance (GE), mentre Poschiavo (GR) aveva avuto contatti con i borghi italiani. Non volevamo un’antenna estera, ma creare una struttura svizzera. La federazione ha scoperto la nostra realtà, sono venuti a visitarci e ci hanno invitati in Spagna. Da lì siamo entrati ufficialmente nella rete internazionale».

Quali sono i criteri per essere selezionati?

«Esiste una carta di qualità riconosciuta dalla federazione internazionale, adattata ai singoli Paesi. Si guarda all’estetica, all’uniformità, alla qualità del patrimonio e all’atmosfera. Ma conta anche la volontà politica del comune. Non è un club dei “più belli” in senso assoluto: serve la volontà di condividere il progetto».

I comuni si candidano oppure li cercate voi?

«Entrambe le cose. Alcuni si propongono, altri li contattiamo noi. Ci sono realtà che avrebbero tutte le caratteristiche, ma non vogliono aderire. Dipende molto dalla sensibilità politica locale».

Qual è il principale vantaggio per un borgo che entra nella rete?

«Oltre al Label, la visibilità internazionale. Attraverso la rete abbiamo contatti con la guida Michelin, De Agostini, National Geographic e altri editori. Questo permette di attirare attenzione anche su villaggi che normalmente resterebbero fuori dai radar turistici. Bosco Gurin, per esempio, è finito in copertina sul National Geographic in Giappone. Anche la mappa tematica di Michelin dei borghi svizzeri uscita quest’anno in Francia ha avuto un ritorno incredibile. Un ristorante di Grüningen (ZH) ci ha raccontato che, dopo la pubblicazione, la clientela francese è aumentata del 300% e ora il comune compare più frequentemente nei media locali».

Non temete l’effetto overtourism?

«No, noi cerchiamo di distribuirlo meglio. Il concetto dei “borghi faro” (come ad esempio Ascona o Gruyères) serve proprio a illuminare anche i luoghi meno conosciuti e a spostare parte dei flussi turistici. Chi soffre di overtourism era già famoso prima di noi».

C’è ancora potenziale per i borghi ticinesi?

«Sicuramente. Proprio quest’anno sono stati nominati dei coordinatori regionali per individuare nuovi borghi. Per la Svizzera italiana questo ruolo è stato affidato al sindaco di Ascona Giorgio Gilardi. Attualmente i borghi ticinesi sono 5 su 56, potrebbero essercene un paio in più».

C’è un borgo che l’ha colpita particolarmente?

«Mi piacciono quelli che passano un po’ inosservati, come Arlesheim (BL) o Tschlin (GR), che ha un’atmosfera incredibile. A livello internazionale mi è piaciuto molto Castellar de la Frontera, in Spagna, dove si è appena tenuta l’ultima assemblea».

La prossima assemblea internazionale sarà in Svizzera, a Gruyères. Una vetrina importante.

«Sì, abbiamo scelto la Gruyère perché ci sostiene finanziariamente e vanta ben quattro borghi della rete. Organizzare assemblee e incontri costa molto: traduttori, logistica, accoglienza. Per una struttura come la nostra, 50 mila franchi sono tantissimi».

In Svizzera vi sentite abbastanza sostenuti?

«Sinceramente poco. Dall’estero riceviamo molta attenzione, ma dalla Svizzera abbiamo poco feedback, sia dalla politica che dalla gente comune. In Francia, Italia, Spagna o Belgio queste reti ricevono milioni dalle istituzioni, in primis dall’Unione Europea. Noi siamo una struttura no profit e molto lavoro viene svolto gratuitamente».

Eppure il progetto continua a crescere.

«Sì, ma con mezzi molto limitati rispetto ad altri Paesi e con quattro lingue nazionali da gestire. Le quote dei comuni vanno da 600 a 2500 franchi all’anno e servono soprattutto a pagare la gestione corrente e la presenza nella federazione. Il mio sogno sarebbe lasciare il mio lavoro per dedicarmi completamente ai borghi, ma oggi non possiamo permetterci dipendenti. Sarebbe bello un minimo riconoscimento dallo Stato ed i suoi enti, o quantomeno una maggiore collaborazione nella promozione».

Lei è appena stato nominato presidente della federazione internazionale. Cosa rappresenta questo ruolo?

«Era nell’aria: normalmente è il vicepresidente che diventa presidente. È un grande riconoscimento internazionale, ma anche una responsabilità importante. Oltre a gestire la rete, il sito e i social, si tratterà di trovare nuovi Paesi interessati a entrare nel progetto».

Nonostante le difficoltà, continua con entusiasmo.

«Perché non lo vivo come un lavoro. Mi interessa creare relazioni, collaborazioni e dare valore ai luoghi. Mi piace poter lavorare con realtà importanti come Michelin o De Agostini. Non sono uno da catena di montaggio: mi piace costruire qualcosa passo dopo passo e seguirne tutto l’iter».