Chiesa

La Babele dell’intelligenza artificiale: la prima enciclica di Papa Leone XIV

Nella lettera «Magnifica humanitas» il Pontefice riflette sul rapporto tra uomo, società e tecnologia, mettendo in guardia dai rischi legati all’IA: «Non possiamo considerarla moralmente neutra» - Per il Santo Padre servono regole etiche condivise a livello internazionale
©Andrew Medichini
Francesco Anfossi
25.05.2026 17:59

C’è un’immagine che attraversa tutta la prima enciclica di Leone XIV, «Magnifica Humanitas»: quella della torre di Babele. Uomini convinti che basti salire sempre più in alto per diventare migliori. Costruttori instancabili di torri, di potere, di tecnologia. Parlano tutti la stessa lingua globale, quella degli algoritmi e delle connessioni infinite, ma non riescono più a dirsi le cose essenziali. Non si capiscono. Forse non si ascoltano nemmeno. Il Pontefice, che l’ha presentata personalmente, prima volta nella storia di un papa, la usa come metafora del nostro tempo dominato dall’Intelligenza Artificiale e dal potere tecnologico privato. E alla Babele della Genesi contrappone la Gerusalemme del libro di Neemia: la città ricostruita insieme, pietra dopo pietra, da un popolo che non mette il profitto al centro ma la persona. Per questo la prima scelta dell’umanità, scrive papa Prevost, «non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna».

Chi controlla questo potere?

È una enciclica poderosa, 231 pagine divisa in 5 capitoli e 245 paragrafi , che si colloca apertamente nella tradizione della Dottrina sociale della Chiesa inaugurata da Leone XIII con la Rerum novarum nel 1891. Non a caso il Papa ricorda il 135. anniversario di quel testo fondamentale e afferma che oggi le «res novae», le «cose nuove», hanno il volto dell’IA e della rivoluzione digitale.

Leone XIV, che ha una laurea in matematica, non demonizza la tecnica. Anzi, riconosce che il progresso tecnologico ha migliorato nei secoli la vita dell’umanità. Ma mette in guardia contro l’illusione che la tecnica possa diventare la risposta totale ai problemi dell’uomo. «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa», scrive citando papa Francesco. E subito dopo pone la domanda decisiva: chi controlla questo potere? E a vantaggio di chi?

Qui l’enciclica entra nel cuore del problema contemporaneo. Un tempo – osserva il Papa – erano gli Stati a guidare l’innovazione. Oggi i grandi protagonisti sono soggetti privati, multinazionali tecnologiche con capacità economiche superiori a quelle di molti Governi. Il potere digitale ha assunto «un volto inedito, prevalentemente privato», e proprio per questo è più difficile da controllare e orientare al bene comune.

Omologazione o fraternità?

Il punto è decidere se vogliamo costruire Babele oppure Gerusalemme. Da una parte c’è un modello fondato sull’omologazione, sul dominio, sull’idolatria dell’efficienza e del profitto. Dall’altra una civiltà della fraternità, della corresponsabilità e del limite. Nel testo ricorre continuamente la parola “dignità”. È la bussola morale dell’enciclica. Leone XIV teme una società nella quale il valore dell’uomo venga misurato dalla produttività attraverso gli algoritmi, dalla capacità di stare dentro il flusso tecnologico, dalla competitività. Per questo insiste sul lavoro, sulla scuola, sulla famiglia, sulla tutela dei più fragili, a partire dai poveri.

Da qui la conseguenza che non possiamo considerare l’IA moralmente neutra. Leone vuole «disarmare» l’IA. «Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita». L’enciclica dedica pagine severe anche alla comunicazione contemporanea. Parla della necessità di una «ecologia della comunicazione» e mette in guardia dalle manipolazioni dell’immaginario collettivo.

Ma il cuore spirituale del documento è altrove. È nell’idea che l’essere umano non possa salvarsi da solo. Leone XIV critica apertamente le correnti transumaniste e postumaniste che sognano un uomo potenziato dalla tecnica fino a superare i propri limiti biologici. Per il Papa il limite non è una maledizione da cancellare, ma una dimensione costitutiva dell’umano. Da qui nasce anche la critica alla cultura dello scarto. Leone XIV parla dei poveri, dei migranti, dei malati, dei piccoli come delle «pietre scartate» che devono diventare «testata d’angolo». È un linguaggio che richiama direttamente il magistero di Francesco ma che viene qui riletto dentro la nuova questione tecnologica. Se il progresso lascia indietro interi popoli, se la rivoluzione digitale accresce le disuguaglianze, allora quel progresso è fallito.

La forza senza limiti

Molto forti anche le pagine dedicate alla guerra e all’uso militare dell’intelligenza artificiale. In un mondo ormai dominato dai droni, l’enciclica denuncia «la normalizzazione della guerra» e mette in guardia contro «la forza senza limiti». C’è la consapevolezza che le nuove tecnologie stiano cambiando non soltanto l’economia ma anche i conflitti: droni autonomi, sistemi di sorveglianza, armi intelligenti. E c’è una critica netta al declino del multilateralismo e della diplomazia internazionale. Leone XIV non offre soluzioni tecniche. Non è un manifesto politico né un programma economico. È piuttosto un grande appello morale e spirituale. Il Papa invita scienziati, imprenditori, legislatori, educatori e comunità religiose ad assumersi una responsabilità condivisa. «A ciascuno il suo tratto di muro», scrive evocando la ricostruzione di Gerusalemme nel libro biblico di Neemia. C’è in queste pagine un realismo che colpisce. Leone XIV sa bene che il mondo non tornerà indietro. La rivoluzione digitale è già qui. Ma proprio per questo insiste sulla necessità di governarla prima che sia lei a governare l’uomo. Il rischio, avverte, è costruire un mondo efficientissimo e insieme profondamente disumano.

L’appello a fermare il cantiere

Alla fine l’enciclica si chiude con un appello che suona quasi come una consegna per il futuro: «Fermare il cantiere dell’ennesima Babele e unire le forze per edificare nel bene». Non è solo una formula religiosa. È una domanda politica, culturale e perfino antropologica rivolta a tutti: che cosa resterà dell’uomo nell’epoca delle macchine intelligenti? Leone XIV risponde senza esitazioni: resterà tutto, se l’uomo saprà ricordarsi che nessuna tecnologia potrà mai sostituire «la magnifica umanità» rivelata in Cristo: «Come Neemia, preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte. Allora le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace, come nel salmo, si baceranno».