La BCE alza i tassi, per Lagarde «la crescita dell'UE non è minacciata»

La Banca centrale europea (BCE) alza i tassi per la prima volta dal settembre 2023 e li porta al 2,25%: una decisione presa in modo «unanime e senza riserve», senza nemmeno che sul tavolo ci fossero alternative tanto era chiaro il consenso dei governatori sul quadro economico tracciato dal capo economista Philip Lane.
La presidente Christine Lagarde difende la decisione: la crescita regge, e anche nello scenario peggiore di un prolungarsi della guerra in Medio Oriente resterebbe intorno al mezzo punto percentuale. Si chiude così la riunione di Francoforte di giugno, quella a cui la BCE aveva a lungo rinviato la decisione sui tassi.
Il Fondo monetario internazionale - che pure ha tagliato allo 0,9% da 1,4% la stima di crescita per l'area euro - avverte: «se i prezzi dell'energia e le aspettative di inflazione dovessero aumentare oltre quanto previsto nello scenario di base, potrebbero essere appropriati rialzi dei tassi più rapidi e/o più consistenti». I mercati prezzano un altro rialzo entro fine anno.
A spazzare ogni dubbio dal tavolo del Consiglio direttivo è il venir meno della tregua in Medio Oriente. Francoforte, tuttavia, non intende legarsi le mani sul futuro data la volatilità alle stelle e lo scenario di guerra imprevedibile. Lagarde, alla domanda sulla «forward guidance» con cui la BCE in passato orientava le aspettative, azzarda che la strada dei tassi «sarà quella che sarà».
Nella prima conferenza stampa col nuovo vicepresidente della BCE Boris Vujcic, Lagarde si è difesa dall'accusa che l'aumento di un quarto di punto sia una «polizza assicurativa» contro chi potrebbe accusarla, come avvenne nel 2022, di aver tardato a rispondere all'inflazione.
La presidente della BCE ha poi voluto ridimensionare la portata della stretta: «non è una decisione drastica», piuttosto «un segnale». Necessario perché le nuove, attese «staff projections», cui Lagarde aveva subordinato il verdetto sui tassi, nello scenario «base» limano la crescita 2026 allo 0,8% (dallo 0,9% di marzo e dall'1,2% di prima della guerra), all'1,2% per il 2027 (dall'1,3%) e la migliorano per il 2028 all'1,5% (dall'1,4%). L'inflazione sale al 3% per quest'anno (era attesa al 2,6% a marzo), al 2,3% per il 2027 e poi frena al 2%.
«Non è che ci troviamo in un contesto in cui la crescita manca o sia minacciata in modo significativo», dice Lagarde. Tantopiù che l'area euro «è in crescita nel primo trimestre» 2026 se si toglie la caduta del PIL irlandese, un fattore una tantum legato al boom di export delle multinazionali prima dei dazi di Trump lo scorso anno. E anche nello scenario «grave» tracciato dalla BCE, la crescita resta, anche se si fermerebbe a circa mezzo punto nel 2026 e 2027.
L'inflazione, invece, nello scenario grave che vede il petrolio a 122 dollari e il gas a 60 euro col prolungarsi della guerra, supererebbe il 5% nel 2027, con una coda lunga al 3% ancora nel 2028. Una spirale rialzista che, per Francoforte, rischierebbe di far uscire dalla lampada il genio dell'inflazione. Imponendo poi rialzi drastici dei tassi, proprio come avvenne nel 2022-23.
È lo scenario con cui rischia di fare i conti anche la Federal Reserve: i prezzi alla produzione negli Stati Uniti, volati al 6,5% a maggio, gonfiano un'inflazione che viaggia già al 4,2%. Mettendo Kevin Warsh, il neo presidente della Fed voluto da Trump che esordisce al primo meeting la prossima settimana, nella condizione di dover dire «no» fin da subito al presidente che lo ha nominato aspettandosi un taglio dei tassi.