«La canicola è una realtà, le norme vanno riviste»

Mentre il Ticino affronta una nuova ondata di caldo, UNIA torna a denunciare le condizioni in cui lavorano migliaia di persone e chiede al Cantone misure vincolanti, sul modello di Ginevra, con la possibilità di sospendere le attività all’aperto quando le temperature superano i 33 gradi.
«Abbiamo sentito dichiarazioni da parte dell’Ispettorato del lavoro secondo cui i piani predisposti per affrontare la prima ondata di canicola avrebbero funzionato. Evidentemente la nostra analisi non è la stessa», ha affermato Giangiorgio Gargantini, segretario regionale di UNIA e responsabile del settore edilizia. Secondo il sindacato, durante la prima ondata di canicola sono emerse numerose criticità, molte delle quali sarebbero già state segnalate alle autorità competenti.
Il punto, ha insistito Gargantini, non è la meteo in sé, ma l’organizzazione del lavoro. «La meteo non è responsabile delle condizioni di lavoro: i responsabili sono i datori di lavoro». Nei cantieri, dove pure esistono alcune tutele contrattuali, la situazione resta disomogenea. Per l’edilizia principale è prevista la chiusura alle 14 in caso di canicola di grado 4; per pavimentazioni stradali e pittura lo stop scatta alle 13 già con il grado 3. Ma molte altre professioni restano senza protezioni specifiche.
Da qui situazioni che UNIA definisce «inspiegabili», con «il gessatore che continua a lavorare mentre il pittore, a un metro di distanza, interrompe l’attività». Il sindacato chiede quindi di uniformare le regole nei cantieri, estendendo a tutti i rami professionali le tutele già previste per alcuni settori dai contratti collettivi. Denuncia, inoltre, il mancato rispetto delle pause raccomandate dalla Suva, l’ente di assicurazione contro gli infortuni, che in caso di canicola prevede dieci minuti di pausa ogni ora, soprattutto nei cantieri autostradali, spesso privi di zone d’ombra e completamente esposti al calore di asfalto e cemento.
Nel lavoro al chiuso, UNIA segnala casi giudicati altrettanto gravi. Chiara Landi, responsabile del settore terziario di UNIA, ha citato una cucina di un ristorante ticinese dove sono stati misurati 45,2 gradi. «Il climatizzatore era presente, ma il datore di lavoro riteneva opportuno lasciarlo spento per risparmiare sui costi dell’energia. Ai lavoratori era stato proposto di accenderlo solo accettando una trattenuta di 50 franchi al mese sullo stipendio». Segnalazioni sono arrivate anche da grandi negozi con impianti di climatizzazione guasti e da magazzini della logistica, dove al caldo si somma lo sforzo fisico.
Per Vincenzo Cicero, responsabile del settore industria, è illusorio sostenere che la situazione sia sotto controllo. «Mi domando come sia possibile affermarlo, quando non si ha accesso alle centinaia di fabbriche presenti nel Mendrisiotto». Fonderie, reparti di stiratura, verniciatura ed essiccazione sono, secondo UNIA, tra gli ambienti più esposti. «Facciamo enorme fatica a far rispettare non solo le norme, ma perfino semplici regole di buon senso».
Cicero ha denunciato anche la scarsa efficacia dei controlli, annunciati con giorni di anticipo: «È facile immaginare cosa succeda: vengono spenti determinati macchinari, accesi impianti di ventilazione che normalmente restano spenti per risparmiare e adottate temporaneamente misure che nella quotidianità non vengono applicate».
Per UNIA si tratta di una scelta politica. Il sindacato chiede quindi di sospendere i lavori all’aperto quando le temperature superano i 33 gradi o, per le attività indispensabili, di introdurre turni alternati di lavoro e recupero. «Se Ginevra ha potuto farlo, ci chiediamo perché non possa farlo anche il Ticino», ha concluso Gargantini. «In questo momento, in questa piazza, (dove UNIA ha convocato la conferenza stampa, ndr.) ci sono 37 gradi. Domando se sia davvero accettabile che si lavori normalmente in queste condizioni».
