«La Casa Bianca non ha tenuto conto delle informazioni del Pentagono e dei servizi segreti»

Dopo aver deciso di prorogare la tregua con l’Iran, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto sapere ieri che nuovi colloqui di pace con Teheran potrebbero essere avviati già nelle prossime 24 ore. Come spesso accaduto in questi giorni, la notizia è stata riportata dal New York Post, che ha citato un messaggio di testo inviato dal presidente alla redazione. Secondo il Post, che ha citato sia quanto riferito da Trump sia proprie fonti pakistane, «ulteriori colloqui di pace potrebbero tenersi entro «venerdì». Una possibilità che il presidente USA ha giudicato «possibile» in un altro messaggio spedito ai cronisti del quotidiano newyorchese.
Come sempre, però, l’ottimismo della Casa Bianca si è quasi immediatamente scontrato con il muro di diffidenza iraniano. Intorno alle 18 di ieri, l’agenzia di stampa Tasnim - ritenuta vicina ai Guardiani della Rivoluzione (IRGC) - ha postato su X una secca nota di smentita: «Trump ha mentito di nuovo. L’Iran, al momento, non ha intenzione di negoziare». Due ore prima, la stessa agenzia Tasnim aveva anche negato che l’Iran avesse «ufficialmente accettato di estendere il cessate il fuoco», così come deciso da Trump.
L’unica notizia confermata ieri da Teheran è stata quella relativa al sequestro di due navi nello Stretto di Hormuz: la Epaminondas e la svizzera MSC Francesca, trasferite sulla costa iraniana, con l’avvertimento dell’IRGC di considerare lo Stretto di Hormuz «una linea rossa».
Interpretazione difficile
«Interpretare le scelte di Trump è estremamente difficile proprio per l’incostanza della sua politica - dice al CdT Stefano Luconi, associato di Storia degli Stati Uniti all’Università di Padova - continuo a credere che l’azione intrapresa in Iran a partire dal 28 febbraio sia stata un utilizzo della guerra come strumento di distrazione di massa. L’amministrazione Trump aveva un serissimo problema di consenso in politica interna dopo che la Corte Suprema aveva bocciato il ricorso ai decreti presidenziali per imporre tariffe doganali, prerogativa che spetta al Congresso. C’era stata, poi, la pessima gestione del caso Epstein con i file in parte secretati dal Dipartimento di Giustizia e in parte rivelati: scelte che hanno dato l’impressione, all’interno dello stesso movimento MAGA, che Trump volesse nascondere qualcosa. Ancora, c’era stato il caso dei due manifestanti uccisi a Minneapolis in gennaio e le successive proteste contro i brutali metodi dell’ICE. Trump ha voluto spostare l’attenzione altrove con un’azione militare in Iran, avviata però senza una vera strategia - continua Luconi - Nonostante l’intelligence lo avesse avvertito, pensava che, una volta colpito il vertice iraniano, un sollevamento popolare avrebbe portato a un cambiamento di regime. Come vediamo, invece, il regime degli ayatollah ha una grandissima capacità di resistenza, di cui peraltro i vertici militari erano perfettamente a conoscenza e che Trump ha ignorato».
Le scelte di Washington, riflette ancora Luconi, sono andate anche contro la storia.
«Gli Stati Uniti hanno sempre evitato un’azione militare diretta in Iran perché la struttura di potere nel Paese sciita non è così verticistica come ci si immagina in Occidente. Nuclei dirigenti separati, localizzati regionalmente, sono in grado di organizzare una resistenza, così come sta avvenendo da due mesi. Se torniamo indietro nel tempo al cosiddetto “Asse del male” di George Bush junior ai tempi della “war on terror”, scopriamo che Iran, Iraq e Corea del Nord erano sì messi insieme nel novero delle potenze diaboliche, ma che gli USA non pensarono mai di attaccare o di colpire l’Iran, proprio perché consapevoli della capacità di resistenza del regime».
Lo storico dell’Università patavina sottolinea un altro punto essenziale: «Trump sapeva, perché glielo avevano detto i servizi di intelligence, che l’Iran era ben lontano dal realizzare in breve tempo un ordigno nucleare. L’attacco del 28 febbraio è stata quindi una decisione improvvida, che non ha tenuto conto sia dei precedenti storici, sia delle informazioni che giungevano dai vertici militari americani».
L’illusione del tycoon
L’illusione di Trump di portare a casa una qualche forma di successo nella guerra contro l’Iran spiega altre apparenti incongruenze. «Questa sorta di tiramolla sugli ultimatum che scadono in continuazione - uso volontariamente un linguaggio poco accademico, dice Luconi - e che Trump gestisce come gli pare è la dimostrazione di una mancanza di strategia che mette a repentaglio l’immagine stessa degli USA. Una superpotenza deve dimostrare anche di esserlo, non può muoversi o cambiare tattica da un giorno all’altro sulla base del momento».
Avere spostato l’attenzione dall’interno all’esterno non è parso nemmeno servire granché: la popolarità di Trump è in caduta libera e i repubblicani temono sempre più di perdere le elezioni a novembre.
«Di solito, il partito che controlla la Casa Bianca perde quasi sempre le elezioni di medio termine, non necessariamente andando in minoranza ma subendo una contrazione rilevante del numero dei seggi. È il contraccolpo della vittoria nelle presidenziali - dice Luconi - Nessun presidente è in grado di mantenere tutte le sue promesse. E questo crea scontento. A novembre, tuttavia, il partito repubblicano è teoricamente avvantaggiato dal fatto che il Senato si rinnova soltanto per un terzo, e che la maggioranza dei seggi in palio è nelle mani dei democratici. Quindi, è probabile che i repubblicani mantengano la maggioranza in Senato, anche se quasi sicuramente la perderanno alla Camera».
