L'intervista

«La Casa Bianca non vuole che il conflitto nel Golfo Persico riprenda»

Giuseppe Acconcia, storico delle Relazioni internazionali all’Università di Milano: «Siamo di fronte a una sconfitta strategica per gli USA, una sorta di Vietnam» - Dopo 41 giorni di bombardamenti non si sa quali risultati sono stati raggiunti
Le distruzioni a Teheran saranno una delle eredità più difficili da assorbire per l'Iran. ©Majid Asgaripour
Dario Campione
09.04.2026 17:30

«L’accordo raggiunto da Iran e Stati Uniti per il cessate il fuoco nella guerra nel Golfo Persico non sancisce la fine del conflitto. Ci sono tre nodi da sciogliere: la riapertura dello Stretto di Hormuz, che avrebbe già dovuto essere navigabile, ma che in realtà è tuttora chiuso; la questione della guerra in Libano, che per l’Iran dev’essere inclusa nell’accordo, ma che invece continua; e l’arricchimento dell’uranio iraniano, che gli USA vorrebbero azzerare ma che Teheran considera una questione di principio, intendendo proseguire il proprio programma nucleare civile. Finché questi tre punti non saranno sciolti, non si può dire con certezza se la guerra sia finita oppure no».

Giuseppe Acconcia insegna Storia delle relazioni internazionali all’Università di Milano. Con il Corriere del Ticino analizza quanto sta accadendo nel quadrante mediorientale. «In questo momento - dice Acconcia - la Casa Bianca non vuole che la guerra riprenda, visti anche gli effetti catastrofici che essa ha avuto sull’economia globale, con l’aumento dei prezzi del petrolio e del gas. C’è la necessità di giungere a un compromesso per la riapertura dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Bab El Mandeb e per la ripresa di tutta la navigazione nel Golfo Persico. Il punto è che questa eventualità dev’essere collegata a una pace globale, che è anche uno degli elementi centrali dell’accordo annunciato mercoledì: non si deve più combattere in Libano, in Iraq e nel Golfo, e non ci devono essere più attacchi. Finché questo non succede, è improbabile che il conflitto si concluda completamente».

Dopo 41 giorni di guerra, non è ancora chiaro quali fossero gli obiettivi degli Stati Uniti e non è chiaro quali siano stati i reali risultati raggiunti. Secondo Acconcia, «questo conflitto, sinora, è stato una sconfitta strategica per gli Stati Uniti. Una sorta di Vietnam. Parliamo di una guerra che non doveva iniziare, dato che l’Iran non rappresentava una minaccia imminente. Una guerra che non ha prodotto nemmeno l’auspicato cambiamento di regime. Certo, c’è un indebolimento delle capacità militari e industriali iraniane, determinato da quasi 7 settimane di bombardamenti, ma l’Iran sembra in grado di ripristinare rapidamente la sua produzione di droni e di missili. Restano, invece, i danni umani, l’altissimo numero di morti civili, le distruzioni delle infrastrutture e del patrimonio artistico, i cui effetti l’Iran si trascinerà per molti anni».

Il risultato incerto della guerra, nonostante le reboanti dichiarazioni del Pentagono e della Casa Bianca, potrebbe avere ripercussioni pesanti nelle elezioni di midterm. L’Iran, insomma, potrebbe diventare un Vietnam anche da un punto di vista politico ed elettorale interno.

«È così - dice Acconcia - al di là della richiesta di impeachment di Trump per i post su Truth nei quali minacciava la fine della civiltà persiana e il ritorno dell’Iran all’età della pietra, c’è una presa di coscienza dei parlamentari democratici, ma anche di una parte del partito repubblicano, dell’incoerenza delle dichiarazioni del presidente USA. Qualcosa che può mettere a dura prova il suo mandato e il successo nelle elezioni di medio termine. Non solo, si sta creando un movimento dal basso contro le guerre di Trump. Pensiamo ai No Kings e alle manifestazioni tenute in tutto il Paese in cui gli americani si oppongono, ad esempio, alle azioni dell’ICE e alle politiche anti-immigrati. Proteste che estendono il malcontento anche alla politica estera e al coinvolgimento degli Stati Uniti in Medio Oriente; una scelta, quest’ultima, che contrasta con le dichiarazioni di Trump in campagna elettorale».

La realtà, conclude lo storico dell’Università di Milano, è che Trump «si è fatto trascinare in questa guerra da Israele e ha evidentemente perseguito più gli interessi di Tel Aviv che quelli statunitensi, contraddicendo le intenzioni iniziali di un disimpegno degli USA dalle guerre regionali, e in particolare dal Medio Oriente».