«La Chiesa di Roma e i lefebvriani sono ormai due mondi distanti»

Massimo Faggioli è uno dei più apprezzati storici italiani della religione. Da anni insegna alla Villanova University, in Pennsylvania (lo stesso ateneo nel quale si è formato l’attuale pontefice), ed è appena rientrato da un incarico annuale al Trinity College di Dublino. I suoi ultimi lavori sono Da Dio a Trump. Crisi cattolica e politica americana (Scholé, 2025) e Leone XIV e la Chiesa globale (Morcelliana, 2026).
Professor Faggioli, in una serie di saggi pubblicati lo scorso anno sulla rivista “Commonweal” lei ha parlato di «Tradizionalismo 2.0» e ha spiegato come il baricentro geografico di questo tradizionalismo si sia spostato dall’Europa francofona agli Stati Uniti. Può spiegare ai nostri lettori chi siano oggi i tradizionalisti e in che modo sono legati alla politica delle nuove destre?
«Il tradizionalismo dei lefebvriani nasce negli anni ’70 del Novecento come rigetto del Concilio Vaticano II, ma in una chiave anche politica. Il fondatore della Fraternità sacerdotale san Pio X, l’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, in molti suoi scritti sostenne che il Vaticano II era stato la Rivoluzione francese della Chiesa. Vedeva il Concilio come uno stravolgimento che aveva portato nel cattolicesimo la cultura delle libertà: la libertà di coscienza, la libertà di religione, la distinzione fra Chiesa e Stato. In questo senso, quella visione lefebvriana dei rapporti tra Chiesa e politica, tra Chiesa e altre religioni, si confà abbastanza a una visione contemporanea di un certo nazionalismo di destra, l’etno-nazionalismo. Perché quella lefebvriana è un’idea di Chiesa non solo premoderna, ma anche molto europea, molto bianca, molto occidentale. Anche se i legami personali tra i lefebvriani e i leader politici sono, in questo momento, abbastanza difficili da decifrare, ideologicamente c’è di sicuro un contatto».
Ciò avviene soprattutto negli Stati Uniti e in Argentina, i due Paesi del continente americano nei quali i lefebvriani sono più presenti; Paesi i cui leader stanno anche tentando di riagganciare la politica alla religione.
«Stati Uniti e Argentina sono accomunati dal fatto che in essi il cattolicesimo nasce e rimane fino a oggi dominato da una maggioranza bianca, cosa che non avviene nel resto del continente. Una maggioranza bianca che ha una qualche nostalgia per l’Europa medievale. Un certo cattolicesimo, con la sua struttura gerarchica, la sua tradizione millenaria, le sue radici nell’Europa, ma anche la sua forte cultura politica, si presta bene al tentativo di opporsi alla cultura progressista nelle sue varie incarnazioni - quella più moderata di Barack Obama o quella più woke di Kamala Harris. Ovviamente, è un cattolicesimo che viene strumentalizzato: è molto difficile, anzi impossibile, ritrovare nelle parole dei Papi degli ultimi 60 anni qualsiasi cosa che sia assimilabile al lefebvrismo e al modo in cui Donald Trump o Javier Milei vogliono usarlo. Dal punto di vista della propaganda, però, si presta bene allo scopo, perché parla di una Chiesa che non ammette le donne prete o che combatte l’omosessualità. E tuttavia, un abisso separa il cattolicesimo da queste posizioni».
Gli ultimi due Papi sono stati un argentino e uno statunitense. Mentre Francesco aveva comunque tentato un dialogo e concesso anche qualcosa ai lefebvriani, Leone XIV sembra essere molto netto nel prendere le distanze. Come legge l’atteggiamento dell’attuale Papa? C’è forse la paura che negli Stati Uniti i lefebvriani possano togliere spazio alla Chiesa di Roma?
«In parte c’è forse la paura di una concorrenza interna, ma il punto principale è un altro: papa Leone è nato nel 1955 ed è cresciuto nel cattolicesimo seguìto al Concilio Vaticano II. Un cattolicesimo che si emancipa dalla condizione di minoranza in cui era negli Stati Uniti, che accetta alcuni cambiamenti come ad esempio la libertà religiosa, una di quelle cose che riducevano e costringevano i cattolici americani nell’angolo della minoranza. Leone XIV, inoltre, ha le credenziali per rispondere ai lefebvriani, perché non è un Papa che ha fatto rotture a sinistra: nessuno può accusarlo di essere un pericoloso liberale. In questo senso, lo scisma avviene nel momento peggiore per i lefebvriani: con papa Francesco, qualcuno poteva anche comprendere lo shock per le aperture sul sinodo, i viaggi nei Paesi musulmani, e così via. Ma Leone è stato molto cauto su tutto questo. Ciò detto, è vero che Francesco, nella prima fase del suo pontificato, aveva fatto alcune aperture, poi però si era reso conto che i lefebvriani non avevano alcuna intenzione di negoziare, anzi di accettare il Vaticano II. Oggi credo che ci sia un maggiore realismo nella Santa sede rispetto agli anni di papa Benedetto XVI, il quale aveva immaginato che, concedendo più messe in latino, si potesse riassorbire la frattura. Cosa che non è successa».
Certo, anche perché le posizioni anti-conciliari dei lefebvriani sono nettissime.
«Sì, e sono state riconfermate ancora pochi giorni fa da don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità. La quale è ormai una Chiesa diversa, che non ha solo una sua struttura clericale separata, ma anche una tradizione. Al tempo di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI i dirigenti dei lefebvriani facevano parte della generazione conciliare o di quella immediatamente successiva. Oggi non più, è un gruppo separato, e come tale bisogna trattarlo. Con un sano realismo».
L’Europa da decenni ha mostrato di credere nella separazione tra Chiesa e Stato. Adesso, le destre - che hanno molto consenso - tentano invece di riagganciarsi alla questione religiosa, magari in chiave anti-islamica e anti-immigrazione. Lei pensa che i lefebvriani vogliano, o possano, sfruttare questa situazione per una loro crescita o per affermarsi come punto di riferimento culturale e ideologico delle destre europee?
«Non ho dubbi che cerchino di farlo, ho più dubbi che ci riusciranno. Credo anche che lo scisma lefebvriano sia più pericoloso per la Chiesa, all’interno della quale ci sono simpatizzanti i quali sostengono che i lefebvriani abbiano ragione su alcuni punti. Non credo invece che sia un problema per il futuro politico dell’Europa che, rispetto agli Stati Uniti, è molto più secolarizzata. Certo, anche nel Vecchio continente le destre politiche possono tentare di usare il cristianesimo in funzione anti-islamica o anti-immigrazione, ma non c’è questo potere di convincere l’elettorato che il cattolicesimo reazionario ottocentesco sia degno di guidare un singolo Paese. In America, al contrario, è una questione anche politica, alla Casa Bianca si vedono oggi alcuni personaggi che dicono questo genere di cose».
È per questo che il Vaticano mostra fermezza?
«Sì, perché esiste anche un problema di reputazione della Chiesa che oggi deve prendere le distanze dicendo: “Noi non siamo come questi qui, i quali pensano che o sei cattolico oppure vai all’inferno”. Non vedo un problema politico immediato, perlomeno per l’Europa occidentale, che ha caratteristiche un po’ diverse rispetto al trumpismo; caratteristiche che, secondo me, rendono più difficile immaginare un trumpismo europeo simile a quello esistente negli Stati Uniti. L’Europa è più secolarizzata. Forse qualche rischio in più c’è a Est, dove persiste una questione russa».
