Lo strappo

La destra si spacca: tra Lega e UDC è divorzio a distanza

I democentristi mettono fine all’alleanza – Decisiva la presenza di Claudio Zali – Via Monte Boglia prende atto e accusa i cugini di «personalismi» – «A perdere è tutta l’area» – La decisione apre una nuova fase per entrambi gli schieramenti in vista della tornata elettorale
©Gabriele Putzu
Francesco Pellegrinelli
23.06.2026 20:30

A poche ore dello strappo consumato tra Lega e UDC, la destra ticinese deve fare i conti con un interrogativo in più. Giocando d’anticipo sul calendario di via Monte Boglia, i cugini democentristi hanno tagliato il cordone ombelicale: alle prossime Cantonali di aprile i due schieramenti correranno ognuno con la propria lista per il Consiglio di Stato. «Avrei preferito una telefonata», ha commentato a caldo il coordinatore della Lega, Daniele Piccaluga. «Prima di leggere sul giornale una decisione del genere, mi aspettavo almeno un messaggino».

Il divorzio, consumato a distanza tramite un comunicato stampa, non lascia dubbi. La rottura è completa e, con ogni probabilità, si rifletterà anche sugli appuntamenti successivi, Federali e Comunali, che in passato avevano costituito i punti fermi di un’intesa elettorale che aveva premiato – a turno – i rispettivi schieramenti. Oggi, per la destra ticinese è un altro giorno. Sicuramente con qualche punto di domanda in più.

Non è forse un caso, allora, che nella risposta – altrettanto piccata della Lega affidata a un comunicato stampa – tra i vari rimpalli di responsabilità c’è spazio anche per rivendicare la paternità della «vera destra». «Non saranno certo altri partiti a stabilire chi abbia o non abbia il diritto di rappresentare la destra ticinese», recita il comunicato in risposta all’affondo UDC che, una volta di più, ha motivato la decisione con la presenza di Claudio Zali tra le fila leghiste, reo di «aver più volte criticato pubblicamente la politica dell’UDC», «di non aver mai riconosciuto il grosso contributo dell’UDC nel garantire i due seggi in Consiglio di Stato, specialmente il suo» e «di sentirsi più vicino ai Verdi». Posizione legittima – si legge –, ma non in linea con una lista UDC-Lega dei Ticinesi, che deve rappresentare una visione di destra e non una politica statalista, ambientalista e contro la responsabilità individuale».

Oggi si raccolgono i cocci? Per Sergio Morisoli, «è una questione di coerenza, un atto dovuto verso chi ha riposto – e riporrà – fiducia in noi. Non possiamo più nasconderci dietro l’alibi del “non siamo in Governo, facciano loro”. Vogliamo esserci, per dimostrare che qualcosa può davvero cambiare». Di certo, attribuirsi le colpe e le responsabilità reciproche del divorzio, a questo punto, non ha più senso. «Zali è certamente stata una pietra d’inciampo nella collaborazione, ma abbiamo un progetto molto più ampio, fatto di politiche tematiche precise che vogliamo portare in Governo, cose che la Lega stessa non ha sempre difeso in questi anni».

Per Piccaluga, il nodo del «veto Zali» e quello della lista congiunta andavano sciolti in assemblea, «l’unico organo competente in materia». Il loro diktat su Claudio Zali era cosa nota a tutti, aggiunge: «Noi, però, non avevamo chiuso alcun capitolo riguardante l’alleanza. Eravamo prontissimi ad andare a parlare in assemblea».

Un approccio (poco movimentista) che, a conti fatti, ha finito per servire un assist al contropiede democentrista, con il sapore di un gol. Una fuga in avanti «necessaria», secondo le parole di Morisoli, «perché siamo in crescita, e il nostro elettorato ha la legittima aspettativa di vedere quanto valiamo».

Una corsa a tappe

La tornata elettorale, però, è una corsa a tappe che termina con le Comunali, e se il castello delle alleanze crolla, il rischio di lasciare qualcosa sul tappeto è concreto, a cominciare dai seggi a Berna. «È probabile che la decisione si rifletterà sulle Federali. Di sicuro non volevamo costruire un pacchetto unico come nelle ultime elezioni, perché questa volta ogni gara avrà la sua storia. Se l’UDC dovesse uscire vincente dalle Cantonali di primavera, cambieranno anche le dinamiche per le Federali; se non dovesse andarci bene, cambierebbe ugualmente il quadro», spiega Morisoli.

Ma senza il sostegno della Lega è possibile difendere il seggio di Marco Chiesa agli Stati? «Per la camera Alta si vota con il maggioritario, il che personalizza la gara. Penso che un Marco Chiesa, ma anche un Fabio Regazzi, non dovranno temere molti avversari sul fronte: sfidare due uscenti di quel calibro richiede coraggio». Prova di forza o tatticismo? Saranno le urne a stabilirlo. Senza contare che il primo vero banco di prova riguarda l’eventuale presenza di Marco Chiesa sulla lista per il Consiglio di Stato. Le voci di corridoio di una sua possibile candidatura a Bellinzona sono insistenti, anche perché per il «senatore» uscente potrebbe rappresentare l’approdo più sicuro nel mare agitato delle alleanze cadute.

«So che dovrà fare i suoi calcoli. Ha due ruoli molto importanti, quello a Berna – dove rappresenta il Ticino egregiamente – e il Municipio di Lugano. E se non funziona la città più grande del Cantone è tutto il Ticino a risentirne. È una figura importante per l’UDC, per Lugano e per il Cantone», aggiunge Morisoli.

Parole che, di fatto, calmano le acque anche in casa UDC, dove le ambizioni di Piero Marchesi – che oggi ha preferito non commentare lo strappo – non sono un mistero. Si vedrà.

Di certo, la corsa democentrista al Nazionale, questa sì, sarà molto, molto più dura. «L’ultima volta il seggio in più è stato conquistato con i resti dei resti», ricorda Morisoli. La possibilità di perderlo, insomma, è concreta.

La storia e la matematica

E la Lega? «Se non si vuole correre con noi alle Cantonali, non vedo perché si dovrebbe volerlo fare alle Federali», ha commentato dal canto suo Piccaluga. «In quel caso diventerebbe puramente un discorso di poltrone e la Lega non è disposta ad accettarlo». Quindi? «Prendiamo atto che l’UDC ha deciso di fare una scelta senza permettere alla Lega dei ticinesi di fare la propria».

Come non vedere però che gli effetti saranno pesanti. Era il 10 aprile 2011 quando via Monte Boglia festeggiava il secondo seggio in Consiglio di Stato. Un risultato storico, conquistato a spese del PLR, che aveva consacrato la Lega come primo partito dell’Esecutivo cantonale. Un traguardo che, sedici anni dopo, rischia di lasciare il posto a un amaro passo indietro. «La matematica non mente. Senza l’UDC c’è una forte probabilità di perdere quel seggio. Lavoreremo comunque sodo per fare il miglior risultato possibile», aggiunge Piccaluga. A pagare dazio «per alcuni personalismi» però è tutta l’area di destra, dice il coordinatore.

Ma nel gioco delle alleanze e degli specchi è impossibile non scorgere il riflesso di ciò che accadrà più avanti sul fronte federale. Piccaluga non vuole sentire parlare di «resa dei conti». «Qui si parla di volontà di non correre assieme». Poi, però, se gli si chiede se la Lega sosterrà un’eventuale candidatura di Chiesa agli Stati, il coordinatore taglia corto. «Quattro anni fa era un candidato Lega-UDC; se si candiderà agli Stati, sarà un candidato dell’UDC. Punto».

Parole e fatti

Pronta, la replica del capogruppo democentrista in Gran Consiglio, Alain Bühler. «Se Marco Chiesa dovesse correre ancora per la Camera Alta, avrebbe la forza per difendere il seggio. È l’esponente UDC che più di tutti capitalizza voti anche all’esterno del partito. Ed è ciò che serve per la corsa agli Stati». Quanto invece alle critiche rivolte da Piccaluga sulle tempistiche violate, Bühler ricorda che «dalla Lega aspettavamo un segnale già da ottobre 2025, termine posticipato a più riprese, pur essendo chiaro a chiunque che Zali non avrebbe mai fatto un passo indietro».

Che dire invece della scelta di correre da soli: sfalda definitivamente la destra? «La destra non la si unisce solo con dichiarazioni di facciata. In questi anni, non ricordo un solo atto parlamentare dell’UDC sostenuto dai due consiglieri di Stato leghisti. Così non si poteva più andare avanti. In futuro, se i temi convergono collaboreremo con la Lega come abbiamo sempre fatto».