Attacco hacker

La finanza del Liechtenstein in allarme per il furto di dati

Il governo del Principato parla di un attacco «mirato e di alto livello», ma nega il furto di dati patrimoniali – Il caso rischia di alimentare ulteriori pressioni internazionali sulla trasparenza – Paolo Bernasconi: «Vaduz è ben nota ai ticinesi»
© KEYSTONE/GIAN EHRENZELLER
Generoso Chiaradonna
05.08.2026 06:00

Il furto informatico ai danni del registro delle fondazioni del Liechtenstein si conferma un caso delicato, anche se il governo del principato rassicura: dai dati sottratti non emergono informazioni finanziarie o patrimoniali. Le prime analisi forensi indicano un attacco mirato, di alto livello tecnico, contro il Verzeichnis wirtschaftlich berechtigter Personen (VwbP), l’elenco dei titolari effettivi dietro fondazioni e altre società.

Secondo le autorità, l’attacco non avrebbe coinvolto altri sistemi dell’amministrazione statale. Per precauzione, però, alcuni archivi contenenti dati sensibili sono stati isolati e sottoposti a ulteriori verifiche. La prima ministra del Liechtenstein, Brigitte Haas, ha parlato di un lavoro degli inquirenti condotto «a pieno ritmo» per chiarire i fatti, ricordando che il registro è uno strumento di trasparenza e prevenzione dei reati, creato in coordinamento con i partner europei e in linea con la quinta direttiva antiriciclaggio dell’Unione europea. Il registro, infatti, è stato introdotto nel 2021 su pressione internazionale per prevenire il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo.

Il governo precisa inoltre che i dati rubati di 31.000 entità non permettono di ricostruire patrimoni o valori finanziari: nel registro compaiono soltanto la ragione sociale del soggetto giuridico, nome, cognome, data di nascita, nazionalità e paese di residenza dei beneficiari effettivi, senza indirizzi, numeri di telefono o informazioni su fatturato, patrimonio e dividendi. Proprio per la mancanza di recapiti, l’informazione diretta agli interessati è complicata; per questo è stato concordato che siano gli stessi soggetti giuridici a informare i beneficiari economici, mentre una linea di contatto dedicata è stata attivata per fornire assistenza.

Sul fronte giudiziario, l’Ufficio di giustizia ha presentato denuncia contro ignoti e le indagini sono partite immediatamente, in collaborazione con le autorità europee per l’analisi delle tracce digitali. Intanto, il caso alimenta anche timori più ampi: l’avvocato zurighese Thomas Sprecher, dalle colonne della Neue Zürcher Zeitung, ha avvertito che il furto potrebbe danneggiare la reputazione della piazza finanziaria del Liechtenstein e avere ripercussioni anche in Svizzera, oltre a possibili conseguenze fiscali e penali in diversi Paesi europei. Il principato partecipa allo scambio automatico di informazioni, ma questo meccanismo presenta un vuoto proprio sui titolari effettivi. Vengono comunicati solo gli organi della persona giuridica (società per azioni, fondazioni e trust), ma non sempre i beneficiari economici.

Sprecher sottolinea che il registro dei beneficiari effettivi è centrale per il principato, ma che il suo eventuale uso improprio potrebbe far emergere fondazioni finora sconosciute al fisco di altri Paesi e attirare l’attenzione delle autorità tributarie. Pur ricordando che il sistema delle fondazioni del Liechtenstein non coincide con quello svizzero, il legale non esclude che il caso possa alimentare pressioni per una maggiore trasparenza anche nella Confederazione. Il prossimo primo ottobre, infatti, entrerà in vigore in Svizzera un registro analogo, con lo stesso scopo di lotta al riciclaggio, ma solo per le società di capitale.

In Svizzera è diverso

Bisogna però tenere presente che in Svizzera non esistono veicoli giuridici come quelli del Liechtenstein per trasferire, per esempio, il patrimonio ereditario da una generazione all’altra. «Le fondazioni di diritto svizzero sono principalmente enti di pubblica utilità o istituzioni costituite per scopi ideali e filantropici, non per creare uno schermo tra il proprio patrimonio e il fisco», precisa l’avvocato luganese Paolo Bernasconi, esperto di diritto bancario e societario. Per questo tipo di società offshore, nei decenni passati si utilizzava il diritto di altri Paesi, e quello del Liechtenstein era più a portata di mano, per vicinanza geografica e culturale, rispetto a quello di altre giurisdizioni più esotiche. «Fin dagli anni Sessanta, commercialisti, fiduciari e avvocati di Lugano e Chiasso hanno richiesto per i loro clienti, principalmente italiani, via studi legali e società fiduciarie di Vaduz, la costituzione di migliaia di società buca lettere, prevalentemente nella forma cosiddetta della fondazione. Erano però entità che venivano utilizzate per aprire conti presso banche svizzere, a favore dei quali facevano affluire fiumi di denaro spesso sottratti alla fiscalità straniera», aggiunge Bernasconi, che ricorda come il fenomeno «si sia nel frattempo drasticamente ridotto con l’avvento dello scambio automatico di informazioni e con la recentissima legge federale sulla responsabilità dei consulenti». «Le banche svizzere erano talmente coinvolte che spesso, nei primi anni, i loro direttori e vicedirettori erano membri dei CdA di queste società buca lettere con sede nel Liechtenstein», aggiunge Bernasconi, ricordando un pezzo della recente storia ticinese.

Storia bancaria ticinese

I furti di dati nel Liechtenstein non sono però una novità recente. Già a metà degli anni Novanta balzò agli onori della cronaca il caso dello studio dell’avvocato Herbert Batliner di Vaduz. «In quell’occasione un ex dipendente dello studio legale sottrasse informazioni di clienti, poi cedute al fisco tedesco, che le girò a sua volta alle autorità tributarie estere competenti, comprese quelle svizzere», ricorda ancora Bernasconi. Nei primi anni Duemila, inoltre, un altro caso di dati finanziari ceduti illegalmente sempre al fisco tedesco scosse il Principato e contribuì alla fine del segreto bancario così come era conosciuto.