L'intervista

«La guerra all'Iran colpisce duramente anche Cina e Russia»

Alessia Amighini, professoressa associata di Economia politica all’Università del Piemonte Orientale, spiega perché il conflitto nel Golfo Persico ha conseguenze anche per Mosca e Pechino
Le città iraniane sono nel mirino delle incursioni aeree di Israele e Stati Uniti. ©Vahid Salemi
Dario Campione
03.03.2026 06:00

Alessia Amighini insegna Economia politica all’Università del Piemonte Orientale. Da 30 anni si occupa di Cina, argomento sul quale ha scritto numerosi saggi. «Ormai dagli anni ’80 - dice Amighini al Corriere del Ticino - la Cina guarda all’Iran in modo strategico, con investimenti nelle infrastrutture, nel petrolchimico e nell’industria automobilistica. La collaborazione di Pechino con Teheran è quindi datata, anche se di recente - e in modo significativo soprattutto nel dopo Covid, dal 2021 - si è rinvigorita con un accordo pluridecennale di investimenti infrastrutturali in cambio delle forniture di petrolio. Per i cinesi, questa guerra è un danno enorme».

Il blocco del canale di Hormuz potrebbe essere un gigantesco problema, per Pechino.
«Non c’è dubbio, le ripercussioni saranno pesanti, anche perché non sappiamo quanto effettivamente potrà durare il blocco. Il petrolio che viaggia da Hormuz è tanto, circa il 45% di tutto il greggio verso Oriente e la Cina è in grandissima difficoltà. Insieme all’India, sta cercando di sostituirlo con il greggio russo».

Così come la Russia.
«Certamente. Mosca ha fatto stoccare all’Iran un bel po’ del proprio greggio. Non solo: la guerra mette in crisi anche l’idea del corridoio petrolifero Nord-Sud, pensato per aggirare il blocco occidentale».

Si potrebbe dire che Israele ha attaccato per la questione nucleare, e che gli Stati Uniti ne abbiano “approfittato” per assestare, indirettamente, un colpo pesante sia alla Cina sia alla Russia.
«È logico pensarlo. Cina e Russia sono potenze che diventano estremamente insidiose non tanto da sole, quanto se si alleano o cooperano in asse con altri. Che tra Mosca e Pechino ci sia una vera amicizia, è tutto da discutere. E tuttavia, non importa perché sul campo lo sono. Ma c’è anche l’India, che gioca un ruolo sempre un po’ ambiguo, perché non vuole andare in collisione con nessuno. E ci sono pure gli Emirati, che hanno grandi interessi ormai verso Oriente. Una cosa è evidente: Cina e Russia, da sole, sono fragili e hanno bisogno di supporto sia logistico, sia militare, sia energetico da parte di molti Paesi. E l’Iran è uno di questi. Tra l’altro, parliamo di un Paese enorme, che va dal Pakistan fino alla Turchia, e con una geografia estremamente strategica».

Perché, di fronte a un attacco annunciato, Cina e Russia non hanno garantito all’Iran la possibilità di una difesa più solida?
«Non mi occupo di aspetti militari, ma la Russia ha problemi economici interni reali, anche se tenta di nasconderli, ed è importatrice di materiale militare dall’Iran, non il contrario. Non so, quindi, quanto sia davvero in grado di aiutare Teheran. Mosca non può aprire un altro fronte bellico, peraltro non così determinante come quello ucraino. La Cina, invece, non si sporca mai le mani fuori di casa, tenta sempre di sistemare le cose con la diplomazia. A parole protesta per l’interferenza in un Paese sovrano, ma non va oltre. La loro narrativa è molto costruita, ma poi sul campo si muovono soltanto se sono coinvolti direttamente».

Se la guerra dovesse proseguire a lungo, Cina e Russia potrebbero agire almeno diplomaticamente sugli USA o tentare di convincere gli stessi iraniani a trovare una soluzione?
«Il problema della lunga durata del conflitto si pone soprattutto per la Cina, che ha stoccato tanto greggio ma potrebbe non avere lunga autonomia energetica. Dubito, tuttavia, che Pechino si metta a negoziare apertamente con Washington. Se dovesse intraprendere una via diplomatica lo farebbe sicuramente in modo sotterraneo, a porte chiuse. Anche l’Iran, storicamente, è sempre stato un osso duro. Purtroppo, credo che il futuro ci riservi scenari spiacevoli».