L'intervista

«La NATO ha tuttora un senso, ma deve sicuramente cambiare»

Stefano Marcuzzi, storico e analista politico, descrive i cambiamenti dell'Alleanza atlantica e i possibili scenari futuri
L’Alleanza atlantica, nata in funzione anti-sovietica, negli ultimi tre decenni ha completamente rivisto i propri assetti strategici. ©Olivier Matthys
Dario Campione
02.06.2026 06:00

Stefano Marcuzzi, storico e analista politico, è docente di Storia delle Relazioni Internazionali al Centro Alti Studi Difesa (CASD) a Roma, Adjunct Fellow all’University College di Dublino e collabora con importanti think tank e centri di ricerca, fra cui l’ISPI e il NATO Defense College di Roma. L’ultimo suo lavoro di ricerca è L'Europa e la NATO alla fine della Guerra fredda. Il crollo dell’ordine bipolare e il dilemma della sicurezza collettiva (Il Mulino, 2025).

Professor Marcuzzi, dopo l’ultima riunione dei ministri degli Esteri NATO in Svezia è stato chiaro a tutti che l’Alleanza si sta ristrutturando. Lo ha detto anche il segretario generale Mark Rutte: meno Stati Uniti, più Europa, quantomeno sul territorio continentale. È davvero così?
«Sì, è abbastanza reale. Faccio una brevissima premessa storica: la NATO si trascina questo tema da decenni. Perfino durante la Guerra fredda se ne discuteva tra europei e americani. Questi ultimi già all’epoca investivano di più: su di loro ricadeva la principale responsabilità, sia dal punto di vista nucleare sia dal punto di vista delle forze convenzionali. E si lamentavano del fatto che gli europei facessero il minimo indispensabile. Dopo la fine della Guerra fredda, non avendo più nemmeno la minaccia dell’invasione sovietica, gli europei hanno tagliato ulteriormente la spesa militare. L’Italia è rimasta a lungo sotto la soglia minima del 2% del PIL introdotta nel 2014. Gli americani si sono sempre lamentati di ciò. Adesso Trump, estremizzando l’ostilità verso l’Europa, ha imposto una crescita degli investimenti nel settore della difesa. Alcuni europei hanno accolto con favore questa richiesta. Di fronte alla minaccia di Mosca, ad esempio, la Polonia da sola, senza neanche bisogno della pressione americana, è arrivata al 4,7%. Molti altri, però, fra cui ancora l’Italia, hanno acconsentito a questa indicazione soltanto sulla carta. Va aggiunta un’altra riflessione».

Prego.
«Donald Trump, ancora una volta, ha estremizzato e radicalizzato le sue affermazioni soprattutto dal punto di vista della comunicazione. Ma va ricordato che, in tempi recenti, il disengagement - il disimpegno americano - risale almeno a Barack Obama. È stato Obama a sganciarsi per primo dal bacino mediorientale; ed è stato Obama che ha cominciato a spostare l’attenzione degli USA verso l’Asia. Se volessimo andare ancora più indietro, già la National Strategy americana del 1992, a cavallo fra George Bush senior e Bill Clinton, citava l’Indo-Pacifico come futuro scenario di particolare interesse americano a discapito dell’Europa. Quindi, c’è un trend di lungo corso in questo senso, poi effettivamente accelerato e radicalizzato nei toni da Trump».

Ma quanti sono, oggi, i soldati americani in Europa?
«All’incirca 80 mila, in diminuzione. Lavorando al mio ultimo libro, ho intervistato alcuni ufficiali americani i quali mi sottolineavano come effettivamente il presidente Trump stia usando la sua autorità per tagliare parte delle forze convenzionali in Europa. C’è, però, una soglia - fissata attorno ai 76 mila uomini - sotto la quale non si può scendere senza il consenso del Congresso. Al momento, Trump ha ancora la maggioranza in entrambe le Camere, ma le elezioni di midterm a novembre potrebbero cambiare gli equilibri. Se non ci saranno ulteriori scossoni fino ad allora, e nell’ipotesi che Trump perda il controllo delle Camere o di almeno una delle due, questo aspetto del disarmo convenzionale potrebbe essere contenuto o quantomeno rinviato fino alla prossima amministrazione».

Per l’Europa il problema resta, chiunque sieda alla Casa Bianca.
«Sicuramente. Anche perché il prossimo presidente potrebbe essere J.D. Vance, che è un Trump 2.0. Gli europei devono porsi seriamente la prospettiva di rendersi più autonomi dal punto di vista della difesa convenzionale».

Devono farlo anche per ciò che riguarda l’armamento nucleare?
«Fino a questo momento, gli USA non hanno mai citato il comparto nucleare come un’area a cui intendono apportare modifiche. Questo, naturalmente, determina un problema strategico. Se, nello scenario peggiore per l’Europa, un esponente dei MAGA vincesse nuovamente e rilanciasse la medesima linea di Trump - cioè un sostanziale e progressivo disimpegno dal continente europeo in termini convenzionali, lasciando soltanto come copertura l’ombrello atomico - l’Europa avrebbe due strade: o tornare alla logica della mutua distruzione assicurata, quindi all’incubo del terrore atomico. Oppure darsi da sola la componente convenzionale della deterrenza».

Quindi l’Europa avrebbe bisogno di quegli uomini che gli Stati Uniti teoricamente potrebbero richiamare. Ma Washington ha davvero l’interesse strategico e militare ad abbandonare le basi in Europa, mantenendo attivi soltanto i presìdi a difesa dell’armamento atomico?
«È una domanda di difficile risposta. I militari, tendenzialmente, mi sembra abbiano una visione diversa, o non perfettamente in linea, con quella dell’attuale amministrazione repubblicana. Si percepisce imbarazzo, quando parli con loro di questo argomento. Sanno benissimo che è più difficile proiettare influenza e potenza militare non solo in Europa, ma in tutto il Medio Oriente allargato, senza avere a disposizione le basi su cui hanno costruito la propria influenza militare negli ultimi decenni. I professionisti della difesa sono estremamente perplessi rispetto a questo scenario. I decisori politici, però, non sempre sono in linea con i professionisti della difesa. E questa non è una peculiarità soltanto americana. Il punto è che, in questo momento, gli americani hanno decisori politici profondamente ideologizzati, che non rispondono necessariamente a una logica di razionale pianificazione militare. Prevale in loro un bias ideologico che certamente non è filoeuropeo».

Da un punto di vista teorico generale, l’Alleanza atlantica ha ancora un senso così come è stata costruita quasi 80 anni fa? O pensa che bisognerebbe rivederne princìpi e strategie?
«La NATO continua ad avere sicuramente un senso in alcune delle sue ragioni d’esistere. Si ricorda spesso la famosa frase del primo segretario generale, Hastings Lionel Ismay, il quale disse che la NATO fondamentalmente serviva a tenere gli americani dentro, i tedeschi sotto controllo e i russi fuori dall’Europa occidentale. Di questa triade di ragioni, la NATO continua a esercitarne almeno due su tre. Lo spauracchio del riarmo tedesco non è più considerato una minaccia; anzi, nonostante le perplessità di alcuni, molti in Europa applaudono al nuovo corso della politica estera tedesca, orientato a una maggiore responsabilità, tendenzialmente non percepita come una minaccia nelle cancellerie del continente anche per l’esistenza dell’Unione Europea. Le altre due ragioni - cioè cercare in tutti i modi di trattenere gli americani, che in questo caso si stanno progressivamente sganciando - e tenere fuori i russi dall’Europa, sono ancora vitali per la sopravvivenza dell’Alleanza. C’è anche da dire un’altra cosa».

Quale?
«La NATO, negli anni ’90, quando almeno apparentemente era scomparso l’antagonismo con Mosca, si è saputa riproporre soprattutto come forum politico di discussione fra gli alleati, un luogo in cui gestire una serie di dossier politici: il processo di trasformazione della Comunità europea in Unione Europea, l’unificazione della Germania, la stabilizzazione dei Balcani. Ha una nuova raison d’être, ed è infatti sopravvissuta, al contrario del Patto di Varsavia. La NATO ha dimostrato di avere la capacità di adattarsi ai tempi».

È possibile pensare alla Gran Bretagna, un tempo alleata di ferro degli USA, come Paese di riferimento della difesa europea?
«Il discorso degli inglesi come possibile elemento cardine di una nuova difesa europea si pone quotidianamente. Il problema è che i britannici sono usciti dall’Unione Europea. Bruxelles si sta ingegnando per trovare una serie di formule che non coinvolgano tutti gli attori dell’Unione Europea, ma i principali, coinvolgendo nel sistema anche il Canada. Ad esempio, un formato 3+2: tre Paesi UE - Francia, Germania e Italia - e due extra-UE, appunto Gran Bretagna e Canada. Una decisione, tra l’altro, che favorirebbe l’abolizione della regola del consenso e del diritto di veto sulle decisioni congiunte di politica estera».