L'intervista

«La nostra sicurezza è minacciata, difenderci da soli è irrealistico»

Martin Pfister, consigliere federale a capo del Dipartimento della difesa, sarà ospite a Lugano della conferenza annuale dell’Associazione per la rivista militare svizzera di lingua italiana, editrice dell’omonima rivista – Lo abbiamo intervistato.
© ANTHONY ANEX
Moreno Bernasconi
06.10.2026 06:00

Martedì 13 ottobre, alle 18, al LAC di Lugano, il consigliere federale Martin Pfister sarà ospite della conferenza annuale dell’Associazione per la rivista militare svizzera di lingua italiana, editrice dell’omonima rivista. Lo abbiamo intervistato.

La Russia ha invaso l’Ucraina più di 4 anni fa e Mosca moltiplica i segnali di aggressività anche verso l’Europa. Come valuta la minaccia per l’Europa e la Svizzera? La situazione è grave?
«Sì. La sicurezza della Svizzera è oggi minacciata in misura così significativa e su tanti fronti come non accadeva da decenni. Dobbiamo prepararci al fatto che, nel prossimo futuro, il contesto della politica di sicurezza rimarrà instabile e imprevedibile. Gli sviluppi in Europa sono particolarmente preoccupanti. La Russia sta orientando sempre più la propria economia verso la guerra e continua a potenziare le proprie capacità militari. Non dobbiamo certo drammatizzare il rischio di una guerra tra la Russia e i Paesi della NATO, ma tale rischio è presente, dobbiamo prenderlo sul serio e prepararci in tal senso. A ciò si aggiunge il fatto che da tempo i conflitti non vengono più combattuti solo con mezzi militari convenzionali. Disinformazione, ciberattacchi, spionaggio e sabotaggio fanno oggi parte della guerra ibrida e toccano anche la Svizzera. Per questo motivo dobbiamo rafforzare con coerenza la nostra sicurezza e la nostra capacità di difesa».

Come si concretizza la minaccia? Attacchi al suolo, aerei, alle infrastrutture critiche vitali, ciberattacchi? E con quali armi?
«La minaccia non ha un’unica forma. La sfida sta proprio nel fatto che diverse minacce si verificano contemporaneamente e si combinano tra loro. Spionaggio, attività di influenza e ciberattacchi come mezzi di guerra ibrida colpiscono già oggi la Svizzera. Ritengo che tali attività continueranno ad aumentare se le tensioni geopolitiche dovessero intensificarsi ulteriormente. A ciò si aggiunge la minaccia a distanza. I moderni droni, i missili da crociera e i missili balistici guidati hanno una gittata sempre maggiore e una precisione elevata. Ciò consentirebbe di attaccare obiettivi in Svizzera senza che truppe di terra debbano prima invadere il nostro Paese. Disponiamo inoltre di infrastrutture critiche il cui malfunzionamento avrebbe gravi ripercussioni non solo su di noi, ma in parte anche su altri Stati europei».

Disponiamo dei mezzi militari necessari per proteggere la Svizzera in caso di una guerra ibrida in Europa? Qual è lo stato di prontezza del nostro esercito?
«In linea di principio, il nostro esercito è in grado di adempiere ai compiti che gli sono attualmente affidati. Dobbiamo tuttavia constatare chiaramente che esistono delle lacune di capacità. L’esercito non è sufficientemente equipaggiato per poter respingere, su ampia scala e per un periodo prolungato, soprattutto le minacce più probabili: azioni ibride e attacchi a distanza. Un esempio sono le minacce rappresentate dai droni. Per questo motivo stiamo rafforzando in modo mirato la capacità di difesa dell’esercito. A tal fine non solo investiamo in capacità e sistemi aggiuntivi, ma adattiamo anche la concezione operativa, le strutture di comando e l’organizzazione dell’esercito. Il Governo ha deliberato questi cambiamenti con le linee guida per la difesa».

Entro quanto tempo saremo davvero pronti a difenderci?
«Il nostro obiettivo è chiaro: entro la metà degli anni ’30, al più tardi, vogliamo essere in grado di respingere efficacemente azioni ibride e attacchi a distanza. A partire dalla fine degli anni 2030, l’esercito dovrà poi essere in grado anche di respingere un attacco su vasta scala contro la Svizzera. Lo sviluppo di queste capacità avverrà gradualmente: è fondamentale che creiamo ora i presupposti necessari a tal fine. La prontezza all’impiego dell’esercito dipende tuttavia in larga misura dalle risorse finanziarie disponibili».

Negli ultimi 5 anni l’Europa ha aumentato del 75% i propri finanziamenti alla difesa, che oggi sono il 2,5 per cento del PIL. La Svizzera cosa ha fatto? E qual è la sua quota rispetto al PIL? 
«Negli ultimi anni abbiamo aumentato i fondi destinati all’esercito. Rispetto al nostro prodotto interno lordo, ci manteniamo comunque su un livello basso. La quota delle spese militari rispetto al PIL è passata da circa lo 0,6 per cento nel 2021 a circa lo 0,7 per cento. Siamo quindi ben lontani dal 2,5 per cento che lei cita per l’Europa. È vero che il finanziamento del nostro sistema non può essere paragonato alla lettera con quello di altri Paesi. Ma una cosa è chiara: dobbiamo investire maggiormente nella sicurezza».

È sufficiente per ricostruire la prontezza alla difesa?
«Una capacità di difesa credibile può essere sviluppata solo se sono disponibili anche le risorse finanziarie necessarie. Alla luce dell’aggravarsi della situazione in materia di politica di sicurezza, nei prossimi anni saranno necessarie entrate supplementari dell’ordine di miliardi – per l’esercito, ma anche per gli uffici federali civili con compiti rilevanti per la sicurezza. Il Consiglio federale ha quindi proposto un contributo alla sicurezza sotto forma di un aumento temporaneo dell’imposta sul valore aggiunto. La questione è ora oggetto di dibattito in Parlamento. Le entrate supplementari confluiranno in un Fondo per gli armamenti in grado di contrarre debiti. In questo modo creiamo i presupposti finanziari per effettuare investimenti più rapidamente, colmare le lacune di capacità e rafforzare gradualmente la capacità di difesa della Svizzera. La prontezza alla difesa dipende però anche dalla volontà di difendersi e dalla resilienza della popolazione. In questo ambito abbiamo ancora margini di miglioramento».

Oggi la domanda di armi è superiore all’offerta. Le armi indispensabili che abbiamo ordinato saranno consegnate in tempo?
«Dobbiamo partire dal presupposto che non tutti i sistemi già ordinati saranno disponibili con la rapidità che la situazione in materia di politica di sicurezza richiederebbe. La domanda di beni d’armamento è aumentata notevolmente a livello mondiale. Per i sistemi particolarmente richiesti, come ad esempio i sistemi di difesa terra-aria o i sistemi di artiglieria, i tempi di consegna si aggirano oggi spesso tra i quattro e i sei anni. In situazioni di tensione, a ciò si aggiunge il fatto che i produttori stranieri danno la priorità alle proprie forze armate e ai propri partner d’alleanza. Ciò è evidente, ad esempio, nel caso del sistema di difesa terra-aria Patriot: abbiamo ordinato i sistemi nell’ambito del messaggio sull’esercito 2022. Allo stato attuale, tuttavia, la consegna è prevista solo negli anni ’30, poiché gli Stati Uniti hanno dato priorità alle consegne e riforniscono per primi i Paesi che hanno messo a disposizione dell’Ucraina le proprie dotazioni».

Siamo indipendenti o in realtà dipendiamo dall’Europa, dalla NATO e dagli USA – sia dal punto di vista tecnologico che militare?
«In quanto piccolo Stato nel cuore dell’Europa, non possiamo considerare la nostra sicurezza prescindendo dal contesto in cui ci troviamo. La nostra sicurezza dipende in modo determinante dalla stabilità dell’Europa, nonché dagli sforzi in materia di difesa dei nostri vicini europei e della NATO. Ciò vale anche dal punto di vista tecnologico: per molti sistemi militari, tecnologie e standard dipendiamo da partner e fornitori internazionali. Il nostro obiettivo deve quindi essere quello di raggiungere la massima autonomia possibile in materia di difesa. Allo stesso tempo, dobbiamo essere in grado, in caso di emergenza, di difenderci insieme ai nostri partner. Credere infatti di poterci difendere completamente da soli in ogni situazione immaginabile non sarebbe realistico. Ecco perché è necessaria l’interoperabilità: standard comuni, sistemi e processi compatibili, scambio di informazioni, nonché istruzione ed esercitazioni congiunte».

Fino a che punto la Svizzera neutrale dovrebbe cooperare con la NATO, l’Europa e gli USA e quali limiti non deve assolutamente superare?
«L’adesione a un’alleanza militare con obbligo di assistenza reciproca è fuori discussione per la Svizzera. Finché la Svizzera non viene attaccata direttamente, non può impegnarsi a fornire militarmente appoggio a una delle parti in conflitto. Essere neutrali, tuttavia, non significa rinunciare alla cooperazione. Al contrario. Entro questi limiti, possiamo e dobbiamo collaborare strettamente con la NATO, gli Stati europei e gli Stati Uniti, se ciò rafforza la nostra sicurezza. Per me il confine è quindi chiaro. La Svizzera deve rimanere il più possibile autonoma e, al contempo, collaborare con i propri partner nella misura necessaria alla propria sicurezza. Ciò che non deve assumere in tempo di pace sono impegni di assistenza militare incompatibili con la sua neutralità».

Il Parlamento è consapevole del fatto che, in caso di emergenza, ci vogliono misure di necessità?
«Sì. A tal fine, la Costituzione federale ci fornisce gli strumenti necessari affinché il Consiglio federale possa agire rapidamente in caso di emergenza. Le misure di necessità non devono mai diventare la norma. Devono essere proporzionate e limitate nel tempo. Inoltre, il Parlamento deve poter svolgere il proprio ruolo».

E la popolazione ne è consapevole?
«In tempi normali, i cittadini si aspettano, a ragione, che le decisioni politiche vengano prese secondo le consuete procedure democratiche. In una situazione di emergenza, può arrivare il momento in cui il Consiglio federale deve decidere molto rapidamente per garantire la sicurezza e la capacità di agire del nostro Paese. Dobbiamo parlarne apertamente – e farlo prima che si verifichi una crisi. Infatti, in caso di emergenza, non serve solo la capacità d’azione dello Stato, ma anche la fiducia della popolazione. Le persone devono poter comprendere perché sono necessarie misure straordinarie, quali effetti dovrebbero avere e quando torneremo alle procedure ordinarie. Il dibattito politico nel nostro Paese, caratterizzato dalla democrazia diretta, rappresenta una grande opportunità per discutere con la popolazione delle questioni relative alla politica di sicurezza e per sensibilizzarla maggiormente su tali tematiche e sulle minacce esistenti».