Società

La povertà che non si vede

Al convegno «Famiglie invisibili» di Soccorso d’inverno, focus sulle difficoltà economiche e sui sussidi - In Ticino quasi un abitante su quattro è a rischio di precarietà, particolarmente esposte le famiglie monoparentali
©CHRISTOF SCHUERPF
Asia Della Bruna
16.10.2026 06:00

«La dignità appartiene a ogni persona, in qualsiasi condizione si trovi». È da questo principio che Paola Eicher-Pellegrini, direttrice di Soccorso d’inverno Ticino, invita a guardare alla realtà delle famiglie che, pur lavorando, faticano a sostenere le spese quotidiane e a garantire ai figli le stesse opportunità degli altri. A loro è stato dedicato il convegno «Famiglie invisibili», organizzato ieri a Villa Ciani, a Lugano, aperto dal consigliere di Stato Raffaele De Rosa e dal presidente nazionale di Soccorso d’inverno Thierry Carrel, che ha ricordato le oltre 47 mila persone sostenute dall’organizzazione nell’ultimo esercizio.

Oltre il reddito

L’economista Amalia Mirante ha illustrato la differenza tra povertà assoluta, quando non si riescono a coprire i bisogni essenziali, e rischio di povertà, che riguarda chi guadagna meno del 60% del reddito mediano nazionale. C’è poi la deprivazione materiale e sociale, che comprende le rinunce imposte dalle difficoltà economiche, dalla possibilità di affrontare spese impreviste alle attività ricreative. Nel 2024, in Svizzera, la soglia di povertà assoluta era di 2.388 franchi mensili per una persona sola e 4.159 per una famiglia di quattro persone. A livello nazionale viveva in povertà l’8,4% della popolazione, circa 743 mila persone, mentre nella Svizzera italiana il tasso raggiungeva il 16,6%. Ancora più elevato il rischio di povertà, che nel cantone riguardava quasi un abitante su quattro, circa 90 mila persone. E neppure il lavoro garantisce di esserne al riparo. L’8,5% degli occupati ticinesi vive sotto la soglia di povertà, contro il 4,3% nazionale.

Le famiglie monoparentali, in Ticino, rischiano la povertà assoluta sette volte più delle coppie con figli. Una condizione «mediamente molto più grave» e duratura, ha spiegato Alessia Di Dio, coordinatrice dell’associazione Famiglie Monoparentali+, ricordando che nell’83% di questi nuclei è la madre a occuparsi dei figli. Alle difficoltà di conciliare lavoro e accudimento si aggiungono disparità salariali e contributi di mantenimento insufficienti o non versati, mentre le prestazioni sociali faticano a rispondere alle esigenze di queste famiglie. Perché, ha sottolineato Di Dio, «non è soltanto questione di accesso alle informazioni, è questione di procedure che non sono state pensate per le situazioni di vita delle nostre famiglie».

La precarietà coinvolge anche i figli, spesso protetti dalle preoccupazioni economiche. Eppure «i bambini percepiscono molto più di quanto gli adulti immaginino», ha ricordato Lea Schneider, ricercatrice della Scuola universitaria professionale di Berna. Le rinunce alle attività ricreative, le tensioni familiari e le minori opportunità formative possono incidere sul benessere e sulle prospettive future dei bambini, alimentando il rischio che la povertà si trasmetta da una generazione all’altra.

«Sussidi o diritti?»

Avere diritto a un aiuto, però, non significa necessariamente riuscire a ottenerlo. È una delle contraddizioni emerse dal confronto tra Marco Galli, responsabile dell’Ufficio del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani, e Sabrina Antorini Massa, direttrice della Divisione Socialità di Lugano. Burocrazia, scarsa conoscenza degli aiuti e timore del giudizio scoraggiano molte famiglie dal richiederli, tanto che alcune prestazioni rimangono inutilizzate anche da chi ne avrebbe diritto. Questa rinuncia si traduce in una minore spesa per le casse pubbliche, mentre il bisogno rimane senza risposta. D’altra parte, i controlli sono necessari per verificare il corretto impiego delle risorse e, come ha osservato Galli, «non possiamo pretendere di disporre di informazioni in tempo reale senza aumentare la burocrazia».

Da qui la riflessione sollevata dal relatore Marco Bazzi: le prestazioni sociali sono sussidi da richiedere o diritti da garantire? Una distinzione che chiama in causa anche la responsabilità delle istituzioni di renderle concretamente accessibili. Per raggiungere le famiglie che restano escluse dagli aiuti, secondo Galli, occorre «non aspettare le famiglie, ma andare loro incontro», portando la consulenza anche nei luoghi che frequentano abitualmente. È dunque fondamentale intervenire prima che le difficoltà si aggravino, attraverso servizi «non giudicanti», perché «quando la famiglia si sente giudicata, tende a chiudersi».