Politica

La proposta di Amalia Mirante: «Al Ticino serve il maggioritario, siamo pronti ad andare fino in fondo»

Con un’iniziativa parlamentare elaborata la deputata di Avanti con Ticino&Lavoro propone di superare il sistema proporzionale per l’elezione del Governo cantonale – «I cittadini devono poter scegliere direttamente le persone che li governano, senza delegare ai partiti»
© CdT / Gabriele Putzu
Martina Salvini
20.04.2026 06:00

«Le istituzioni non devono conservarsi per inerzia: devono aggiornarsi per restare all’altezza del loro compito». Parte da una semplice quanto imprescindibile premessa l’atto parlamentare della deputata Amalia Mirante (Avanti con Ticino&Lavoro) che, insieme ai colleghi di partito Evaristo Roncelli e Giovanni Albertini, riporta sul tavolo del Governo il sistema maggioritario per l’elezione del Consiglio di Stato. Dopo oltre un secolo di esperienza con il proporzionale, per la granconsigliera ora i tempi sono maturi per un cambiamento che «è molto più di una semplice questione tecnica». Sì, perché decidere come eleggere un Governo, dice Mirante, «significa scegliere che tipo di Esecutivo si vuole e quale rapporto ci sarà con i cittadini che lo hanno eletto».

Il sistema attualmente in vigore - il proporzionale basato sul metodo Hagenbach-Bischoff - «per 37 anni ha assicurato una rappresentanza equilibrata delle principali forze politiche cantonali, consentendo a diverse sensibilità (ma non tutte) di trovare espressione in seno all’Esecutivo». Tuttavia, negli ultimi 10-15 anni il contesto è cambiato: le liste si sono moltiplicate, sono nati nuovi partiti e la fedeltà degli elettori si è via via fatta più effimera. «Queste trasformazioni, comuni a molte democrazie europee, pongono interrogativi nuovi sulla capacità del sistema proporzionale di garantire non soltanto rappresentanza, ma anche governabilità e accountability, ossia il dovere morale e civile di rendere conto ai cittadini delle proprie azioni».

Il modello, nel dettaglio

Con la sua iniziativa parlamentare elaborata, Mirante propone perciò di modificare l’articolo 66 della Costituzione cantonale, adottando il modello applicato dalla maggioranza dei cantoni e già in vigore anche in Ticino per l’elezione federale dei «senatori». In particolare, si prevede un circondario elettorale unico e l’elezione al primo turno dei candidati che hanno ricevuto un numero di voti pari o superiore alla maggioranza assoluta delle schede valide. Con un più che probabile secondo turno (a un mese dal primo e al quale possono partecipare solo i candidati che hanno ottenuto almeno il 5%) con il sistema della maggioranza relativa. «L’adozione di un modello già noto - viene sottolineato - consente di ridurre i rischi connessi a una riforma istituzionale. Non vi è necessità di sviluppare nuovi strumenti, né di introdurre meccanismi complessi o difficilmente interpretabili. Si tratta piuttosto di trasporre a livello cantonale un sistema già utilizzato con regolarità e già accettato dalla popolazione, anche nello stesso Cantone, nell’ambito dell’elezione dei deputati al Consiglio degli Stati».

Tempi maturi per la riforma

Il tema è stato affrontato a più riprese negli ultimi quarant’anni, commenta al Corriere del Ticino Amalia Mirante, «ma credo che oggi sia davvero arrivato il momento di cambiare qualcosa, anche in virtù dei segnali sempre più chiari che ci arrivano dai cittadini». Il peso della scheda senza intestazione, infatti, negli ultimi vent’anni ha continuato a crescere. «Ma il sistema proporzionale, pur consentendo formalmente il voto disgiunto, mantiene nell’intestazione di lista il meccanismo centrale per l’attribuzione dei seggi». In sostanza, perciò, si tratta di «un sistema ingannevole, o comunque poco trasparente, il cui risultato è uno scollamento crescente tra la volontà espressa dagli elettori e il modo in cui quella volontà si traduce in seggi». Il peso dei partiti, malgrado la crescente disaffezione degli elettori, rimane perciò preponderante. «Oggi si va avanti un po’ per inerzia e per riuscire a rivedere la composizione del Governo ci vuole un mezzo miracolo. Non a caso, è molto difficile che un consigliere di Stato che si ricandida, e che magari ha lavorato male, non venga rieletto. Finora non si è mai sbloccato nulla perché per i partiti è complicato rinunciare a una rendita di posizione ormai consolidata in favore di una democrazia più vera». Secondo la granconsigliera, tuttavia, i vantaggi del maggioritario sono molteplici. «Primo fra tutti quello di mettere in relazione diretta i cittadini-elettori e chi li governa». In un sistema maggioritario plurinominale a doppio turno, i seggi vengono attribuiti direttamente ai candidati che ottengono il maggior numero di voti personali: «Non esistono rendite di lista, non esistono meccanismi di ripartizione proporzionale che mediano tra la scelta dell’elettore e il risultato finale: chi raccoglie più consensi, viene eletto. Il mandato è diretto, personale e verificabile». Il fatto che l’elezione dipenda dai voti ottenuti dal singolo candidato e non dalla forza del partito o della lista cambia tutto: «Da un lato, incentiva i politici a farsi conoscere personalmente e a rispondere delle proprie azioni all’intero elettorato; dall’altro, spinge i partiti a presentare candidati di alto profilo e spessore, capaci di attrarre voti trasversali». In questo modo, dice ancora Mirante, «possono sperare di accedere all’Esecutivo cantonale anche persone capaci e meritevoli, ma che magari non hanno alle spalle un partito forte o storico». Un Governo eletto in questo modo, viene inoltre evidenziato nell’atto parlamentare, «riduce il rischio di esecutivi ‘‘zoppi’’ o troppo eterogenei. È uno dei motivi per cui tutti i cantoni svizzeri tranne il Ticino usano il maggioritario plurinominale per eleggere il Governo: favorisce decisioni più rapide e una maggiore capacità di attuare programmi».

L’opzione della raccolta firme

La proposta di Avanti con Ticino&Lavoro giunge a circa un anno dalle prossime elezioni cantonali. E, anche nel caso in cui incassasse l’appoggio del Parlamento, trattandosi di una modifica costituzionale l’ultima parola spetterebbe al popolo. «Questa è una prima proposta, ma noi siamo pronti ad andare fino in fondo», assicura Mirante. «Se il Governo e il Gran Consiglio dovessero nicchiare e tenere la nostra iniziativa parlamentare nel cassetto, all’inizio della prossima legislatura lanceremo un’iniziativa popolare. Siamo assolutamente convinti che i cittadini debbano poter scegliere direttamente le persone che li governeranno e non delegare questa importantissima decisione ai partiti».

Anche il Governo batte alcune piste

L’ipotesi di rivedere il sistema elettorale in Ticino risale agli anni Ottanta del secolo scorso ma, finora, nessuna proposta ha avuto successo. Vale però la pena ricordare che, fino al 1892 il Governo cantonale veniva eletto non dal popolo, ma dal Gran Consiglio e che, per scongiurare una guerra civile - viste le crescenti tensioni tra conservatori e liberali-radicali - fu la Confederazione a imporre una riforma costituzionale che abbandonasse il sistema maggioritario. Così - era il 1891 - il Ticino divenne il primo cantone a introdurre il modello proporzionale sia per il Governo che per il Parlamento. Da lì in avanti, il proporzionale subì diversi affinamenti fino ad arrivare al 1989, anno dal quale è in uso il metodo Hagenbach-Bischoff. Oggi, però, il Ticino è rimasto l’unico cantone a eleggere il proprio Governo con il proporzionale. Come dicevamo, l’ipotesi di modificare il sistema di elezione del Governo risale a quarantanni fa. È però solo nel 1999, con l’iniziativa parlamentare elaborata del deputato Tullio Righinetti, che il tema viene per la prima volta concretamente analizzato. Anche perché Righinetti chiede che venga stilato un approfondimento delle alternative al modello in vigore. Il Governo decide quindi di commissionare uno studio al professor Pierre Garrone che analizza i vari modelli in Svizzera. Sulla base di questo studio, e forte dell’interesse che il tema suscita tra i partiti, il Consiglio di Stato istituisce nel 2003 un gruppo di lavoro per elaborare alcuni scenari concreti per l’introduzione del maggioritario. Nonostante ciò, nel 2006 il Governo raccomanda al Parlamento di respingere l’iniziativa: il sistema in vigore - sostiene - garantisce già un buon equilibrio. Una posizione poi confermata dal Parlamento, che boccia la proposta. Da segnalare che, quasi contemporaneamente, anche il deputato Stefano Malpangotti aveva chiesto - con un’iniziativa generica - l’introduzione del maggioritario per il Governo. Una proposta bocciata dal Parlamento nel 2003.  Il tema rispunta nel 2010, con due iniziative parlamentari del deputato Marco Chiesa, che vorrebbe il maggioritario sia per il Governo che per il Parlamento. Proposta, anche questa, respinta dal Gran Consiglio. Nel 2015, però, Chiesa deposita un’altra iniziativa e questa volta, pubblicamente, diversi presidenti del partito ed ex consiglieri di Stato aprono a un cambiamento. Sempre nel 2015, la mozione dei deputati Fiorenzo Dadò e Alex Farinelli chiede un’analisi scientifica delle varianti maggioritarie applicabili al Ticino. Il Consiglio di Stato risponde nel 2017, ricostruendo l’evoluzione storica dei sistemi elettorali ticinesi e offrendo un confronto con gli altri Cantoni, dal quale emerge come il Ticino rappresenti un caso unico. Tuttavia, ancora una volta, l’ipotesi di un cambio di paradigma finisce per arenarsi. In realtà, anche il Governo attualmente in carica sta valutando un cambiamento del sistema elettorale. L’annuncio è arrivato nel dicembre del 2024 quando, in una nota stampa, il Consiglio di Stato ha fatto sapere che «prossimamente» si sarebbe «determinato sull’ipotesi di una riforma delle modalità di elezione di Governo e Parlamento». A distanza di un anno e mezzo, però, della riforma ipotizzata dall’Esecutivo non si sa ancora nulla. «Attualmente – fa sapere il Servizio di comunicazione del Governo – il Consiglio di Stato sta ancora esaminando e approfondendo alcune ipotesi di riforma del diritto elettorale tenendo conto della complessità della materia, delle possibili implicazioni e anche della necessità di poter individuare una soluzione che possa raccogliere un consenso sufficientemente ampio».