La riforma del servizio civile: perché è giusta e perché è sbagliata


Perché secondo lei questa riforma è giusta?
«Questa riforma è giusta perché il servizio civile si è
allontanato dal suo scopo originario. Nato come alternativa per chi ha un
genuino conflitto di coscienza, si è trasformato in una scelta di comodo: il
civilista può pianificare liberamente i propri impieghi, dormire a casa e
costruire esperienze professionali utili al CV. La riforma non abolisce il
servizio civile, ma lo riporta a ciò che doveva essere: un’eccezione per chi ha
davvero un conflitto interiore, non una scorciatoia conveniente».
Compito dello Stato, ha scritto, è impedire che il Servizio
civile diventi una scorciatoia comoda per chi vuole evitare i sacrifici del
servizio militare senza avere alcun reale conflitto interiore. Allude a tutti o
solo a quelli che lasciano l’esercito per il servizio civile?
«Mi riferisco in particolare a coloro che scelgono il
servizio civile dopo aver già iniziato il percorso militare, magari quasi alla
fine, proprio quando il cambio comporta pochi giorni supplementari di servizio.
È lì che il sistema mostra la sua debolezza più evidente: chi ha già prestato
buona parte del servizio militare difficilmente ha scoperto un conflitto di
coscienza «autentico» proprio in quel momento. Non voglio con questo additare
tutti i civilisti, molti dei quali hanno ragioni genuine. È però innegabile che
il sistema attuale, basato sulla semplice dichiarazione unilaterale senza
alcuna verifica, lasci troppo spazio a scelte opportunistiche».
Secondo uno studio del 2024, la mancanza di utilità
percepita del servizio militare e la miglior conciliabilità con la vita privata
sono stati i principali motivi per presentare la domanda di passaggio al
servizio civile. Le misure in votazione saranno un «deterrente» sufficiente per
non lasciare l’esercito?
«Innanzitutto è significativo constatare come il principale
motivo non sia… un conflitto di coscienza (!), aspetto che corrobora l‘assoluta
necessità di apportare correttivi alla situazione venutasi a creare. Rendere il
servizio civile meno flessibile crea di certo un deterrente reale per chi
valuta il passaggio in modo opportunistico. Detto questo, la sicurezza ha un
costo: alcuni compiti dell’esercito sono per natura poco attrattivi, e non
potrebbero essere altrimenti. La difesa del territorio e la prontezza operativa
non sono attività che si possono rendere «comode» senza snaturarle. Non vanno
però dimenticate le competenze di leadership e management che l’avanzamento di
grado trasmette, estremamente utili e apprezzate anche nel mondo civile».
Vi si accusa di voler in realtà sopprimere il servizio
civile a tappe. Come replica?
«È esattamente il contrario. Nessuno vuole sopprimere il
servizio civile: chi ha un genuino conflitto di coscienza avrà sempre la
possibilità di sceglierlo. Ciò che vogliamo è riportarlo a ciò che il
legislatore aveva concepito: un servizio sostitutivo per motivi di coscienza,
non alternativo perché più comodo o vantaggioso. Se c’è una tattica del salame
in atto, è semmai quella del fronte antimilitarista, che non riuscendo ad
abolire l’esercito o l’obbligo di leva per via diretta, perché il popolo svizzero
li ha sempre sostenuti, lo fa indirettamente tentando di svuotare l’esercito
dall’interno».
Non rischiano di aumentare le richieste di congedo per
malattia da parte di chi non vuole più prestare servizio militare, con nessun
guadagno per l’esercito e una perdita per i settori d’impiego del servizio
civile?
«Simulare o gonfiare condizioni mediche per ottenere
un’esenzione espone a responsabilità legali: è una frode verso le istituzioni,
ben più grave che dichiarare semplicemente un conflitto di coscienza
inesistente. A questo proposito, ritengo i nostri giovani più retti e onesti di
quanto non faccia il comitato referendario. Inoltre, l’esenzione medica
comporta il pagamento della tassa militare sostitutiva, un deterrente economico
reale che rende questa strada meno conveniente di quanto sembri».
Se la riforma venisse approvata ci potrebbero essere meno
civilisti per case anziani, fattorie, scuole, protezione della natura. Il
Consiglio federale stima un 40% di domande in meno. Come considerate questi
possibili effetti?
«Nel 2008, prima della liberalizzazione del 2009, i
civilisti erano appena 1.600: eppure case anziani, fattorie e scuole
funzionavano, e dopo la modifica legislativa si stima ce ne saranno ancora
oltre 4.000, quindi più del doppio rispetto ad allora. Inoltre, usare i
civilisti per tappare carenze di personale appare giuridicamente discutibile:
l’articolo 6 della Legge sul servizio civile vieta infatti esplicitamente che i
civilisti sostituiscano manodopera regolare. Se quella dipendenza esiste
davvero, il problema non è la riforma: è che si è costruito un sistema
illegittimo su una risorsa che non avrebbe mai dovuto essere strutturale».

Perché secondo lei questa riforma è sbagliata?
«Il servizio civile svolge un ruolo essenziale per la società, l’ambiente e l’economia. Migliaia di civilisti garantiscono ogni giorno prestazioni indispensabili all’interno di case anziani, ospedali, scuole e strutture sociali, così come nella protezione della natura e nell’agricoltura di montagna. L’inasprimento delle condizioni d’accesso sottrarrebbe risorse importanti a questi settori, e questo proprio mentre il nostro Paese e il Ticino in particolare affrontano sfide decisive: l’invecchiamento della popolazione mette sotto pressione il settore delle cure e degli anziani, mentre lo spopolamento delle valli e i cambiamenti climatici rendono sempre più fragile l’economia alpina e l’agricoltura di montagna».
Secondo i fautori della riforma, il servizio militare deve rimanere la regola e quello civile tornare a essere un’eccezione per le persone con conflitti di coscienza. Il servizio civile si è allontanato dalla sua vocazione originaria?
«Il servizio civile è nato per garantire a chi rifiuta il servizio militare per motivi di coscienza un’alternativa utile alla collettività. Chi sceglie il servizio civile si assume una responsabilità verso il Paese – un impegno che, inoltre, ha una durata pari a una volta e mezzo quella del servizio militare. Limitare l’accesso con misure punitive significa colpire la libertà di credo e di coscienza garantita dalla Costituzione e scoraggiare l’impegno civico dei giovani».
Le sei misure in discussione riguardano praticamente solo chi passa dall’esercito al servizio civile. Perché vi opponete se l’accesso al servizio civile non viene scalfito, ma solo inasprito per chi vi arriva tardivamente?
«Questo inasprimento non è una misura isolata, ma il primo passo verso un progressivo indebolimento del servizio civile. Lo stesso Consiglio federale ipotizza una riduzione del 40% delle ammissioni, dunque una drastica riduzione degli effettivi. In Parlamento sono inoltre pendenti altre proposte che mirano a restringere ulteriormente il servizio civile, fino a reintrodurre l’esame di coscienza o integrarlo nella protezione civile. Questo snaturerebbe la funzione del servizio civile ed equivarrebbe di fatto a una sua abolizione. Per questo dobbiamo impedire fin da subito questa evoluzione».
Quali sono i vostri obiettivi di fondo dicendo no alla riforma in votazione?
«I fautori sono purtroppo rimasti fermi a una visione oggi superata della sicurezza. Affiancando il militare, il servizio civile incarna invece un concetto olistico di sicurezza: sostiene il settore socio-sanitario, la tutela del territorio e la solidarietà tra generazioni. Disfare questa prassi consolidata significherebbe indebolire il sistema di milizia e uno degli strumenti più efficaci di resilienza collettiva e partecipazione civica del Paese».
Nel 2025, 3.200 ammissioni su 7.200 riguardavano giovani provenienti dall’esercito. Di fronte a queste dinamiche si può ancora parlare di conflitto di coscienza? Non è piuttosto la ricerca di una soluzione più comoda?
«Rispondo volentieri con un esempio personale che vale per molte persone che conosco. Anch’io faccio parte di quel presunto «problema» che Parlamento e Consiglio federale intendono risolvere. Dopo la scuola reclute ho assolto un corso di ripetizione, ed è in questa seconda occasione che ho passato gran parte del tempo a «girarmi i pollici». Uno spreco di risorse e denaro dei contribuenti, insomma. Passare al servizio civile è stata una scelta di responsabilità civica: ho lavorato in un’azienda agricola di montagna, nell’accoglienza di rifugiati ucraini e in una casa di riposo, svolgendo attività utili per la collettività. Se l’Esercito perde effettivi, deve interrogarsi sulla propria capacità di trattenere giovani motivati a impegnarsi per il Paese e per la sua sicurezza».
I civilisti sono 58 mila, pari ormai al 40% dell’effettivo reale dell’esercito. A partire dal 2030 non sarà più possibile garantire gli effettivi dell’esercito con il modello attuale. Ci saranno meno persone per affrontare le situazioni di emergenza, non solo a livello di sicurezza ma anche di catastrofi naturali (PCi). Non considerate queste esigenze, specie in un momento critico come l’attuale?
«No. Il vero problema dell’esercito non è la mancanza di effettivi, ma la sua attrattiva. Da anni gli effettivi superano il numero previsto dalla legge e le stesse proiezioni indicano che un eventuale calo temporaneo sarà compensato nel prossimo decennio. Indebolire il servizio civile non rafforzerà automaticamente l’esercito: creerà solo meno persone impegnate al servizio del Paese. Lo abbiamo visto durante la pandemia e nell’accoglienza dei rifugiati ucraini: il servizio civile è essenziale per la resilienza della Svizzera. Chi ha un conflitto di coscienza non resterà nell’esercito per obbligo, ma cercherà altre vie di esonero, ad esempio l’esenzione medica (che oggi riguarda già il 30% delle persone soggette all’obbligo di leva). La riforma, che auspico venga affossata, crea solo perdenti».
