L'intervista

La rinascita dell’Asia

Intervista a Giuliano Noci, Prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano - «Nella nuova globalizzazione l’Occidente sarà coinquilino e non protagonista assoluto»
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
27.06.2026 14:06

Giuliano Noci è Prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano. Ha fondato il primo campus dell’ateneo a Xi’an. È membro del Comitato della Presidenza del Consiglio dei Ministri per la definizione della strategia italiana per l’IA. Ha appena pubblicato un saggio molto tranchant e assertivo: Disordine. Le nuove coordinate del mondo (edizione Il Sole 24 Ore). Un libro a tratti vertiginoso.

Professore, sembra di capire che qui nel Vecchio Mondo viviamo ancora dentro una idea di globalizzazione che o non c’è più o andrebbe quantomeno corretta. È così?
«Va abbandonata, perché indietro non si torna. Il mondo non sta cambiando pelle: l’ha già cambiata. Le placche tettoniche dell’economia si sono spostate dall’Occidente all’Oriente. Purtroppo questo non si è tradotto in un aggiornamento della postura dell’Occidente, il quale assume ancora di essere il centro del mondo. Ma se guardata dall’Asia, e al netto degli Stati Uniti, l’Europa è periferia demografica, tecnologica e, a dirla tutta, economica».

La globalizzazione è finita o ha solo cambiato connotati?
«La globalizzazione "aperta", come l’abbiamo conosciuta, non ci sarà più, perché ci sono troppe tensioni da Occidente verso Oriente e viceversa. In secondo luogo, ammesso che avesse mai albeggiato, è finito pure il sogno di una globalizzazione stile Francis Fukuyama, una globalizzazione da «fine della storia» come la si è fantasticata dopo il crollo del muro di Berlino, con tutto il pianeta che sarebbe diventato prima o poi omogeneo all’Occidente. Speranze da riporre quanto prima in cantina».

Come è andata, invece?
«Nel diventare ricchi, alcuni Paesi hanno recuperato la loro tradizione e i loro valori. Quindi abbiamo una Cina e un’India sempre più assertive, un’Indonesia che rafforza i propri valori musulmani, e via così. La globalizzazione come noi l’avevamo pensata prima non ci sarà più, ce ne è un’altra in cui l’Occidente è coinquilino e non protagonista assoluto. Anche dal punto di vista culturale».

E da quello politico?
«Si riferisce al tema della democrazia? È un argomento importante e io sono d’accordo che rimanga tale. Ma ci sono civiltà che sono abituate da millenni a concetti confuciani di ordine e di gerarchia e non necessariamente devono pensarla come noi».

Urge chiarimento: cosa intende per Occidente?
«Domanda corretta. L’Occidente è una categoria artificiale che fa riferimento a quell’impianto culturale che si affaccia sull’Atlantico. Considerato come tale, non esiste più, perché tra le due coste atlantiche si è aperta una faglia troppo profonda. Dovremmo iniziare a pensare, come ha suggerito Mark Carney al forum di Davos quest’anno, che la geografia non è più così rilevante per le alleanze politiche. Si potrebbe ipotizzare un Occidente diverso, composto da una parte di Europa, dal Canada, forse dal Giappone. Potrebbero nascere sistemi di coordinamento completamente nuovi e per certi versi a-geografici».

Si tornerà alle relazioni bilaterali?
«Queste convengono solo alle grandi potenze muscolari, Stati Uniti, Cina, India, forse nemmeno più la Russia. Alle medie potenze la bilateralità non conviene, dovranno prima o poi trovare una qualche forma di coordinamento tra loro, altrimenti verranno schiacciate».

A proposito, perché i rapporti USA-UE sono al minimo storico?
«L’Europa ha esaurito la sua funzione nei confronti degli Stati Uniti e non perché lo dice Trump. L’ha esaurita fin dai tempi di Obama, il quale guardava già all’Asia. La Russia non è più una potenza in grado di impensierire gli Stati Uniti e lo ha dimostrato con l’inconcludente guerra in Ucraina. Il ruolo di cuscinetto dell’Europa a fronte di un’eventuale avanzata russa ha cessato di essere tale. Nel frattempo l’Asia è diventata tremendamente importante, anche perché comprende quattro miliardi di persone. Gli Stati Uniti, per certi versi, potrebbero essere interessati a una frantumazione del disegno europeo, lo stesso che hanno contribuito a creare dopo la Seconda guerra mondiale».

In tutto questo, la vicenda dello Stretto di Hormuz ha dimostrato che i colli di bottiglia marittimi non sono dettagli per il commercio globale.
«Ma potrebbero diventarlo. Ci si attrezzerà prima con soluzioni alternative via terra. Poi, a medio termine, da questi colli di bottiglia marittimi transiteranno molte meno merci. Le quali verranno prodotte sempre più a livello locale, con vantaggi da ogni punto di vista. Transiteranno in giro per il mondo, invece, immense quantità di dati. I cavi sottomarini saranno più importanti degli stretti terreni. Trasporteranno librerie di software per la produzione di prodotti per il mercato locale. Il ‘made in’ al 100% diminuirà».

Siamo arrivati all’informatica e all’IA, tema che per ora non trova conciliazione culturale. Un capitolo del suo libro s’intitola: «L’IA è già qui: adattati o scompari».
«La conciliazione sarà una forma di co-intelligenza, dove l’uomo e la macchina, l’uomo e l’algoritmo dovranno integrarsi valorizzando le rispettive complementarietà. Dovrà esserci per forza una sintesi che io vedo come una sublimazione umana: dovremo alzare il nostro livello cognitivo affinché divenga utile in una logica di convivenza con l’IA e cambieremo profondamente a livello di competenze».

Nel frattempo, è conflitto. Anche geopolitico.
«Se c’è un pericolo, è quello derivante da una forma di non-governo del fenomeno IA in cui alcuni oligopoli rischiano di assumere un ruolo più forte di quello degli Stati. Credo comunque che, come è avvenuto per le tecnologie nucleari, per istinto di sopravvivenza Stati Uniti e Cina faranno un tavolo per definire principi comuni sull’IA».

Mettendo da parte le tensioni?
«Forse. Stati Uniti e Cina sono come moglie e marito che vogliono divorziare ma poi scoprono che la vita da single è peggio. Allora decidono di vivere da separati in casa, dal momento che il livello di interdipendenza è tale da costringerli a farlo. Non vanno d’accordo ma non cercheranno lo scontro, almeno fino a quando non avranno maturato ciascuno una propria autonomia tecnologica. La competizione sotto questo profilo, come sotto quello militare, è altissima».

Europa, bella addormentata?
«Sull’intelligenza artificiale ha varato l’IA Act, che però non è stato seguito da quasi nessuno. Se vuoi dare le carte, devi avere le carte in mano, altrimenti tu pensi di dare le carte ma gli altri non le prendono. Voglio dire, l’Europa deve uscire da questo astratto orizzonte regolatorio, che non è sbagliato in sé, ma che deve necessariamente arrivare in concomitanza a grandi investimenti nell’IA. Solo così potrebbe sedersi al tavolo con USA e Cina per discutere, anche, di regole».

Investimenti uguale debito: è accettabile?
«L’Europa dovrebbe fare debito comune e così avrebbe una capacità di attrazione dei capitali enormemente superiore rispetto agli Stati Uniti. Diventerebbe un’area di investimenti sicura, democratica, aperta, cosa che gli Stati Uniti stentano ad essere oggi. Una enorme opportunità, ma serve pensiero discontinuo e voglia di cambiare».

Che non ci sono. Perché?
«L’Europa viene da secoli di guerre guerreggiate tra Stati che hanno creato legittimi attriti culturali. Questi ultimi rendono difficile un percorso di federazione europea. E non c’è ancora un adeguato senso di urgenza che possa far vincere gli attriti ereditati e sbloccare la situazione. Così l’Europa finisce per fare il gioco delle superpotenze».

Mi permetta: manca il senso di urgenza ma mancano pure élite forti e decisioniste.
«Certo, ma bisogna aggiungere che, con la globalizzazione, i sistemi industriali si sono trasformati profondamente. Quel contraltare della politica che sono gli industriali hanno interessi sempre meno concentrati in un solo Paese e più diluiti nel mondo: ragion per cui fanno sentire meno la propria voce, stressano meno i politici. C’è una crisi della rappresentanza industriale, e le imprese globali non fanno politica locale. E poi c’è il tema del ‘letargo sociale’: i social media hanno reso meno efficace l’azione politica fisica, quella delle piazze, e così sui politici resta solo una blanda forma, molto tollerabile da loro, di ‘pressione digitale’ ».

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