L'analisi

La «rivoluzione» ungherese di Péter Magyar e una democrazia ancora debole

Il presidente della Repubblica costretto a lasciare dopo l’approvazione in Parlamento di una modifica della Costituzione che lo riguardava direttamente - L’ex primo ministro Viktor Orbán parla di «tirannia» - Amnesty International: «Sarebbe stata più equa una procedura d’impeachment»
Il premier ungherese Péter Magyar in Parlamento dove il suo partito, Tisza, può contare su un’amplissima maggioranza. ©Bianca Otero
Dario Campione
19.07.2026 20:00

Qualcuno ha parlato di «rivoluzione imperfetta». Qualcun altro - i suoi oppositori, in particolare - di nuova «tirannia».

Péter Magyar, 45 enne primo ministro ungherese, è al centro dell’attenzione internazionale per le riforme avviate nel Paese, soprattutto quelle istituzionali e quelle legate al sistema dei media.

L’ultima, in ordine di tempo, è stata la destituzione di fatto del presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, il quale ha accettato venerdì di lasciare Palazzo Sándor dopo aver firmato un emendamento costituzionale approvato il 13 luglio scorso dal Parlamento e proposto dai deputati di Tisza, il partito del primo ministro. Un emendamento nel quale non soltanto si evidenzia la «grave perdita di fiducia» della società in un presidente eletto all’inizio del 2024 dai parlamentari del partito nazionalista Fidesz dell’ex primo ministro Viktor Orbán, ma che introduce anche un tetto massimo di 12 anni (o tre mandati) per i deputati dell’Assemblea nazionale; fissa un limite d’età di 70 anni per i giudici costituzionali (causando così la decadenza automatica dei membri più anziani, incluso il presidente Péter Polt, storico alleato di Orbán); istituisce il nuovo Ufficio nazionale per il recupero e la tutela del patrimonio pubblico, con il compito di rintracciare e confiscare i beni e i miliardi di fondi pubblici sottratti dagli oligarchi legati a Orbán; e, infine, concede ai giudici ordinari la facoltà di chiedere la rimozione dei presidenti della Kúria (la Corte suprema ungherese, ndr) e dell’Ufficio giudiziario nazionale (OBH).

L’attacco di Sulyok

Tamás Sulyok, in passato giudice della Corte costituzionale ungherese, prima di lasciare ha avvertito che la riforma votata dal Parlamento avrebbe danneggiato lo Stato di diritto magiaro. «Il 17. emendamento alla Costituzione segna una svolta nella democrazia costituzionale ungherese. Rimuovendo i titolari di cariche pubbliche in modo che viola apertamente lo Stato di diritto, esso crea un precedente negativo che infligge una profonda ferita ai valori costituzionali della democrazia, della separazione dei poteri e dello stesso Stato di diritto».

Viktor Orbán, che nei suoi 16 anni al potere aveva enormemente indebolito le istituzioni in grado di esercitare poteri di controllo sull’Esecutivo, ha parlato sui social addirittura di «tirannia», che non sarebbe più «una minaccia ma la realtà. Se questo può essere fatto al presidente, domani nessuno sarà al sicuro».

La reazione del premier Magyar è stata tuttavia ferma, netta: «Con queste decisioni, stiamo ripristinando qualcosa che il regime di Orbán ha cercato per molti anni di portare via al popolo ungherese - ha scritto in un post su Facebook - La certezza che il potere può essere limitato, che i beni pubblici possono essere recuperati e che lo Stato può nuovamente servire i suoi cittadini, i cittadini ungheresi liberi».

Tamás Sulyok era considerato da Magyar un «burattino» nelle mani del predecessore. «Tra i princìpi costituzionali e gli interessi di Orbán, Sulyok ha sempre dato la precedenza a questi ultimi, e continua a farlo ancora oggi», aveva detto il premier ungherese in Parlamento durante la discussione sulle modifiche della Costituzione. D’altra parte, la destituzione del presidente della Repubblica era una delle principali promesse elettorali di Magyar, assieme allo «smantellamento del sistema mafioso instaurato da Orbán».

Il cambio di regime

Insediato come capo del governo il 9 maggio scorso dopo la schiacciante vittoria del suo partito Tisza, liberalconservatore ed europeista, nelle elezioni legislative del 12 aprile, Magyar ha avviato una vera e propria offensiva con l’obiettivo dichiarato di un «cambio di regime». La maggioranza dei due terzi in Parlamento gli concede ampi margini di manovra, compresa la modifica della Costituzione.

La «democrazia illiberale» teorizzata e costruita da Orbán in 16 anni di potere si era concretizzata, tra le altre cose, in un fortissimo indebolimento dell’indipendenza della magistratura e in una gigantesca contrazione della libertà di stampa e delle libertà individuali, in particolare quelle della comunità lgbt+.

Magyar è stato però accusato di usare metodi non troppo diversi da quelli di Orbán. E non a tutti è parsa convincente la giustificazione del premier, che si è difeso sostenendo la necessità delle sue azioni per realizzare un vero cambiamento.

La sezione ungherese di Amnesty International, ad esempio, ha contestato l’emendamento costituzionale per destituire Sulyok, pur riconoscendo che questi era «indegno della carica». Il responsabile delle comunicazioni della sezione, Áron Demeter, ha detto che una procedura d’impeachment sarebbe stata «più equa e in linea con gli standard internazionali».

Anche secondo il Financial Times «la portata del cambiamento è tale che perfino i più accaniti oppositori dell’autoritarismo di Orbán si stanno chiedendo se Magyar non stia andando troppo oltre, mentre altri denunciano spinte populiste». Il quotidiano londinese cita le parole di Daniel Hegedüs, vicedirettore dell’Istituto per la politica europea di Berlino: «L’attuale situazione politica in Ungheria ha aspetti sia positivi sia negativi. Da un lato, ci sono le condizioni per un vero rinnovamento democratico, ma dall’altro il potere di Magyar è soggetto a ben pochi vincoli, a parte l’opinione pubblica e, forse, l’Unione europea. Questo significa che il successo del processo di ridemocratizzazione dell’Ungheria dipenderà in ultima analisi dalla volontà di Magyar e del partito Tisza di darsi limiti precisi».

Come afferma nell’ultimo numero HVG, il principale settimanale politico-economico ungherese, «una reale transizione politica in Ungheria sarà possibile solo se l’ampio mandato ricevuto dagli elettori non alimenterà un meccanismo di potere chiuso in sé stesso, ma darà invece vita a un governo responsabile, controllabile, fondato su princìpi etici e in ascolto costante della società».