L'analisi

«La Russia oggi è più vulnerabile anche a causa della guerra»

Secondo la ricercatrice ISPI Eleonora Tafuro già dal 2014, dall’annessione della Crimea, Mosca ha dovuto scendere a patti sul prezzo di vendita del gas concedendo sconti a Pechino di cui nessuno conosce l’entità - Tra i due Paesi alleati cambiano gli equilibri anche in Africa e nel quadrante centroasiatico
Il presidente russo Vladimir Putin e il segretario generale del Partito Comunista cinese Xi Jinping si sono incontrati ieri a Pechino. ©Kristina Solovyova
Dario Campione
21.05.2026 06:00

Eleonora Tafuro Ambrosetti è co-responsabile del Centro Russia, Caucaso e Asia Centrale presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI). Il Corriere del Ticino le ha chiesto un’analisi dell’incontro tra il presidente cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin.

«La Russia, ormai da alcuni anni, è in una condizione che alcuni definiscono di sudditanza rispetto alla Cina. Sudditanza, però, è un termine molto forte. Io parlerei, piuttosto, di vulnerabilità. Questo - dice Tafuro - lo abbiamo visto con molta chiarezza già nel 2014, quando furono imposte le prime sanzioni europee e americane per l’annessione della Crimea. In quel momento, Mosca chiese subito a Pechino di concludere un grande accordo per la fornitura di gas, mettendo fine a un negoziato che andava avanti da anni. A sbloccarlo fu chiaramente un compromesso sul prezzo: non si è mai saputo quale sconto la Russia abbia applicato, ma possiamo immaginare che sia stato consistente. Oggi, con le ulteriori sanzioni e la perdita parziale del suo principale cliente per il gas, ovvero l’Unione Europea, la Russia ha dovuto accettare altri compromessi verso la Cina. La situazione di vulnerabilità si è perciò accentuata».

Per leggere quanto accade, dice ancora la ricercatrice dell’ISPI, «bisogna in ogni caso considerare la natura dei due Paesi: la Russia è una potenza in declino, impegnata in una guerra, quella ucraina, che sta prosciugando risorse che avrebbe dovuto destinare alla diversificazione e alla modernizzazione della propria economia; la Cina, invece, è una potenza in ascesa, una superpotenza. Due attori, dunque, in condizioni molto diverse. Lo vediamo, ad esempio, dal punto di vista della sicurezza e delle esportazioni di armi: la Cina sta rapidamente facendo concorrenza alla Russia in diversi teatri, da quello centroasiatico a quello africano. L’equilibrio cambia. La Russia non può fare molto per fermare la Cina».

Relazione consolidata

La visita di Putin a Pechino ha seguito di una settimana quella del presidente USA Donald Trump. Non un caso. Molti osservatori hanno sottolineato come il leader russo abbia tentato di dire al mondo: “Tra i grandi, ci sono anch’io”. Osserva Tafuro: «Trump non va tutti i giorni in Cina, mentre Putin e Xi hanno una relazione più cordiale e continuativa. Quella di oggi (ieri, ndr) è stata la venticinquesima visita del capo del Cremlino a Pechino. Il rapporto tra Russia e Cina ha una regolarità e una coerenza nella costruzione della relazione non solo tra i due Paesi, ma proprio tra i due leader, cosa che invece manca del tutto nel rapporto di Xi con Trump».

La Cina, però, sembra comunque essere oggi la nazione che detta le regole dei rapporti internazionali. Il problema è capire se siamo in un mondo bipolare o tripolare, se cioè davvero Pechino e Washington vogliano lasciare spazio anche a Mosca al tavolo delle superpotenze.

«La questione - sottolinea Tafuro - è complessa. Sicuramente, ciò che la Russia vuole, e che la Cina formalmente appoggia, è la costruzione di un mondo multipolare, quindi non semplicemente bipolare o tripolare. Di fatto, però, oggi abbiamo due sole superpotenze, anche se molto diverse tra loro. La Cina, in politica estera, ha poi una visione molto meno interventista rispetto agli Stati Uniti. Quindi, sì, è vero: la Cina è, insieme con gli Stati Uniti, uno degli attori che in questo momento danno un’impronta molto forte a ciò che accade nel mondo. Tuttavia, almeno finora, non è riuscita, non ha voluto o non ha saputo distogliere la Russia dalla guerra contro l’Ucraina. Non possiamo, perciò, attribuirle un potere o una volontà di esercitare un potere che in realtà non ha».

Richieste che non cambiano

Ian Bremmer, analista esperto di rischi globali e fondatore del think tank Eurasia Group, ha detto ieri in un’intervista a Repubblica che la Russia si è enormemente indebolita proprio a causa della guerra in Ucraina. Un conflitto i cui obiettivi iniziali appaiono, in questo momento, difficilmente raggiungibili. Putin ha parlato nuovamente della necessità di trovare una via d’uscita, senza però rinunciare a richieste inaccettabili per Kiev.

«Il presidente russo ha più volte, in passato, fatto dichiarazioni di tal genere - osserva Tafuro - queste aperture sono state molto enfatizzate dai media, ma se si legge con attenzione l’intero discorso pronunciato il 9 maggio scorso nella piazza Rossa, Putin ha detto sì per la prima volta di essere pronto a incontrare Volodymyr Zelensky in territorio neutrale e non a Mosca, ma ha anche aggiunto che lo farebbe soltanto per firmare un accordo di pace che risolva le cause profonde del conflitto. Tradotto, significa la resa dell’Ucraina. Non c’è stato, almeno negli ultimi tempi, alcun cambiamento radicale dell’atteggiamento russo».

Resta il fatto che molti analisti militari sottolineano come i segnali provenienti dal fronte siano negativi per Mosca. L’Ucraina, con il suo cambiamento di strategia e con lo sviluppo dei sistemi d’arma a controllo remoto, i droni, è riuscita a infliggere perdite sempre più pesanti alla Russia e addirittura a colpire in profondità il territorio nemico.

«Se pensiamo ai primi mesi della guerra, l’Ucraina era data per spacciata e invece abbiamo visto una resistenza molto forte, certo sostenuta da un costo altissimo in termini di vite e da un rilevante appoggio di Europa e Stati Uniti - sottolinea Tafuro - Allo stesso tempo, però, bisogna ricordare che questa è una guerra lunga. Una guerra che ha attraversato molte fasi: in alcune ha prevalso la Russia, in altre l’Ucraina. È una guerra di attrito, che purtroppo non mostra segnali netti di vittoria né da una parte né dall’altra. Perciò non esagererei il significato dei segnali più recenti, pur effettivamente preoccupanti per il Cremlino. È vero che l’Ucraina sta colpendo duramente anche la capacità russa di esportazione e raffinazione degli idrocarburi attraverso attacchi alle infrastrutture energetiche. Elementi di preoccupazione per Mosca ci sono, ma non direi che questo significhi che l’Ucraina stia vincendo».