«La sfida dell'energia è enorme. E senza nucleare è più difficile»

Professoressa, un recente studio ETH-PSI conclude che, alle condizioni attuali, nuove centrali nucleari in Svizzera non sarebbero sostenibili senza un sostegno pubblico e che gli obiettivi climatici potrebbero essere raggiunti anche senza nuovi reattori. Che dire, invece, del fabbisogno energetico?
«Lo studio è stato mal interpretato dai media. Lo studio dice che alle condizioni attuali in cui le rinnovabili sono sovvenzionate e il nucleare no, il nucleare non può competere. Il risultato sarebbe stato lo stesso per qualunque altra fonte energetica non sovvenzionata. Se invece il nucleare viene trattato allo stesso modo delle rinnovabili, allora il nucleare entra a far parte del mix energetico. Il problema energetico che ci troviamo ad affrontare è enorme. Entro il 2050 dobbiamo rimpiazzare 23 TWh/anno attualmente prodotti dal nucleare e dobbiamo poi aggiungere altri 25 TWh/anno per l’elettrificazione di riscaldamento, trasporto e industria. Lo scenario di Axpo senza nucleare prevede 4,1 TWh di gas, più di 1.100 turbine eoliche di grandi dimensioni (altezza di 200m), 74 impianti solari alpini come Nalsolar, 350 impianti foltovoltaici a terra come il parco Cressier e 64 milioni di pannelli solari sui tetti. Lo scenario di Axpo con il nucleare invece, prevede 2 centrali per rimpiazzare Gösgen e Leibstadt e riduce le rinnovabili a circa 500 turbine eoliche, 24 impianti solari alpini come Nalsolar, più di 170 impianti fotovoltaici a terra come il parco Cressier e 50 milioni di pannelli solari sui tetti. Tutto da costruire entro il 2050. Come vede, la sfida è enorme. Senza il nucleare doppiamente difficile».
Quando si parla dei costi futuri del nucleare, quali elementi pesano di più?
«La gestione delle scorie e lo smantellamento incidono poco, solo per 1 ct/kWh sul costo dell’elettricità di una centrale nucleare. Questo perché una centrale produce un’enorme quantità di energia in rapporto alle scorie prodotte. Il costo maggiore di una centrale nucleare è dovuto ai costi di costruzione e ai costi del capitale. Per questo, avere il supporto statale, anche solo come garante del credito invece che come investitore, aiuta a ridurre di molto i costi della centrale perché le banche darebbero il prestito a tassi di interesse ridotti del 40 - 50%, più simili ai tassi di interesse offerti per progetti di rinnovabili. I tempi di costruzione incidono sul costo finale perché durante la costruzione gli interessi sul credito vanno pagati senza che si sia ancora prodotta e quindi venduta elettricità. Per questo, l’attuale procedura di licenza per una centrale in Svizzera comporta un rischio economico molto elevato perché la procedura può essere interrotta o rallentata tramite ricorsi anche quando la centrale è già costruita, al momento della licenza di esercizio. Questo è il motivo per cui Axpo e altre compagnie elettriche non sono disposte a investire nel nucleare senza l’appoggio del governo».
Alla luce dell’esperienza internazionale, è realistico immaginare che la Svizzera possa costruire una nuova centrale in tempi e con costi prevedibili?
«Le quattro centrali costruite di recente in Francia, Finlandia e USA sono state le prime del loro tipo a essere costruite dopo vent’anni di inattività. Essendo questi i primissimi progetti, la costruzione è iniziata quando il progetto dettagliato era completo solo al 50%, o meno. In Asia la costruzione viene iniziata solo dopo che il progetto dettagliato è completo oltre il 90%. In più, per via dei vent’anni di inattività, la catena di fornitura per i componenti nucleari doveva essere ristabilita. Negli ultimi anni, la catena di fornitura sia in Europa che negli Stati Uniti è stata ristabilita. Nel momento in cui più centrali dello stesso tipo verranno costruite, è ragionevole aspettarsi che i tempi di costruzione si riducano, come succedeva in passato. I tempi di costruzione delle centrali francesi tra gli anni ’80 e il 2000 erano di 5-6 anni. Il Giappone costruisce centrali nucleari in 4-5 anni».
Anche negli scenari che prevedono nuove centrali, lo studio citato precedentemente indica che l’idroelettrico e il solare resterebbero pilastri del sistema e che la Svizzera continuerebbe ad avere bisogno di importazioni, soprattutto in inverno. Quale ruolo concreto potrebbe quindi svolgere il nucleare?
«Ovviamente importiamo elettricità anche oggi. Però, nei mesi invernali il nucleare in Svizzera contribuisce fino al 40% della produzione di elettricità. Eliminare il nucleare vuol dire aumentare la necessità di importazioni in inverno e includere il gas nel nostro mix di elettricità. Il prezzo del gas è però molto suscettibile a eventi geopolitici».
Dal punto di vista della sicurezza, quanto sono preparati gli impianti esistenti e i reattori di nuova generazione ad affrontare condizioni rese più difficili dal cambiamento climatico?
«Sì, alcune centrali nucleari riducono la propria potenza in caso di caldo estremo. Il motivo, però, non è la sicurezza del reattore, bensì il rispetto delle normative ambientali: quando i fiumi sono già molto caldi, l’acqua di raffreddamento non può aumentarne la temperatura oltre i limiti consentiti, per proteggere i pesci. È importante sottolineare che questo problema non riguarda solo le centrali nucleari. La maggior parte delle centrali nucleari, tuttavia, è progettata diversamente. In genere dispone di torri di raffreddamento, per cui la maggior parte del calore residuo viene ceduta all’aria e non direttamente al fiume. Per questo motivo, anche durante ondate di calore prolungate, queste centrali possono generalmente continuare a funzionare a piena potenza. L’esempio più impressionante è Palo Verde: anche con le temperature esterne attuali, che arrivano fino a 45 °C, la centrale nucleare produce elettricità al 100% della sua potenza, pari a 4,2 GW. Questo dimostra che il caldo estremo non è necessariamente un problema per le centrali nucleari moderne, purché siano progettate per le condizioni climatiche locali. Anche la Francia dimostra quanto siano limitati gli effetti su una moderna flotta di centrali nucleari: dei 56 reattori in funzione, durante l’ondata di calore solo pochi sono stati interessati da temporanee riduzioni di potenza. Nonostante queste limitazioni, la Francia è rimasta esportatrice netta di elettricità per tutta la durata dell’ondata di calore e ha mantenuto la propria posizione di maggiore esportatore netto di elettricità in Europa. E aggiungerei un altro elemento».
Quale?
«L’ondata di calore, al contempo, dimostra quanto sia importante avere un mix energetico diversificato. L’energia idroelettrica risente della siccità e dei bassi livelli dei fiumi, mentre l’energia solare ed eolica dipendono dalle condizioni meteorologiche».
La rimozione del divieto in Svizzera cambierebbe davvero le prospettive energetiche del Paese?
«La rimozione del divieto non vuol dire che la Svizzera inizierà a costruire una centrale nucleare domani. Vuol dire lasciare la porta aperta al nucleare se ce ne dovesse essere il bisogno in futuro».
A livello mondiale, il nucleare sta vivendo una vera rinascita o un rilancio concentrato soprattutto in pochi Paesi?
«Bisogna distinguere cosa è successo e sta succedendo nelle diverse nazioni. La Russia non ha mai smesso di costruire centrali. La Cina ha raddoppiato la produzione di elettricità negli ultimi dieci anni, costruendo di tutto, nucleare, rinnovabili e purtroppo anche il carbone, che rimane la loro fonte principale. Nell’arco di poco più di due decenni la Cina ha costruito 60 centrali nucleari, ne ha attualmente 37 in costruzione e molte pianificate. In pochi anni, diventeranno la nazione con il maggior numero di centrali al mondo, superando gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno accesso a gas a basso prezzo, grazie al fracking, per cui il gas è la loro maggiore fonte di elettricità. Solo di recente gli Stati Uniti stanno nuovamente spingendo sul nucleare perché avranno bisogno di enormi quantità di elettricità 24 ore su 24 per i data center a supporto dell’intelligenza artificiale. In Europa, invece, è stata la crisi geopolitica del 2022, con la guerra in Ucraina e la conseguente perdita del gas a basso prezzo proveniente dalla Russia, che ha spinto a un riconoscimento strategico dell’energia nucleare. Pochi sanno che il nucleare è la maggiore fonte di elettricità in Europa, seguito da eolico e gas. Dei quattro Paesi europei che avevano deciso di eliminare gradualmente l’energia nucleare - quindi Germania, Belgio, Spagna e Svizzera -, solo la Germania lo ha effettivamente fatto. Spagna e Belgio hanno già esteso la durata operativa delle loro centrali esistenti fino a 60 anni. Il Belgio ha revocato il divieto di costruzione di nuove centrali nel 2025 e sta anche valutando di rimettere in funzione reattori già chiusi. A livello di UE, è stata formata un’alleanza di 14 Stati membri per promuovere l’espansione dell’energia nucleare; Bruxelles ora sottolinea anche che diminuire la capacità dell’energia nucleare è stato un errore strategico. Ungheria, Slovacchia, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Romania, Svezia, Paesi Bassi e Slovenia stanno perseguendo piani concreti per nuove costruzioni».
Che cosa dovrebbe imparare la Svizzera da questa evoluzione?
«Con o senza nucleare, la Svizzera avrà bisogno di molto solare ed eolico. Ma le rinnovabili da sole non bastano. Alla fine si dovrà decidere se avere centrali nucleari o importare di più dall’estero, specialmente in inverno, e introdurre il gas nel nostro mix di elettricità. E il maggiore esportatore di elettricità è di gran lunga la Francia, la nazione con il maggior numero di centrali nucleari in Europa. Il nucleare ha grossi vantaggi per l’indipendenza geopolitica, perché necessita di pochissimo combustibile e la catena di fornitura è molto differenziata, e ciò ha permesso alla Svizzera di eliminare completamente la Russia dalla fornitura di uranio. Il combustibile necessario per un anno di esercizio di una grossa centrale occupa il volume di un comune garage per una singola auto. Questo permette autonomia e stabilità anche in tempo di crisi».
