«La solidarietà nel dolore ha cancellato i confini»

Il bianco delle rose deposte oggi a Martigny non era un simbolo astratto. Era fragile, reale, affidato alle mani di chi entrava al CERM con passo misurato. In quel candore c’era l’innocenza dei primi sorrisi, come avrebbe detto la poetessa Emily Dickinson, quelli di giovani vite interrotte troppo presto, di esistenze che non hanno fatto in tempo a diventare memoria. Rose bianche, posate una a una sul memoriale, tutte uguali, tutte vulnerabili. Un gesto semplice, ripetuto, quasi sommesso, che diceva più di qualsiasi parola. In quel bianco delicato si è concentrato il senso profondo dell’intera cerimonia di commemorazione per le vittime della tragedia di Crans-Montana: non l’enfasi, non la solennità ostentata, ma una compostezza trattenuta, attraversata da un silenzio che non chiedeva di essere colmato, ma soltanto rispettato.
Nel grande centro congressi vallesano si sono ritrovate oltre mille persone. Delegazioni di 32 Paesi, rappresentanti delle istituzioni europee, funzionari e capi di Stato arrivati quasi in punta di piedi, come se anche il passo dovesse adattarsi alla gravità del momento. Tra loro, Emmanuel Macron, Sergio Mattarella e il presidente della Confederazione Guy Parmelin. Il presidente francese Macron è apparso defilato, quasi imbarazzato nell’essere salutato, con un’espressione più raccolta che istituzionale. Quello italiano Mattarella non è stato neanche visto arrivare. In una sala adiacente, separata ma vicinissima, oltre 130 giornalisti seguivano la cerimonia in diretta. Anche lì, però, mancava il consueto brusio tipico degli addetti ai lavori: l’attesa era vissuta come un tempo rallentato, più vicino alla riflessione che al lavoro, come se anche il racconto, questo racconto, avesse necessariamente bisogno di misura.
L’organizzazione è stata essenziale, rigorosa, quasi invisibile. «Svizzera», avremmo detto fino a pochi giorni fa, prima che da un momento all’altro diventasse quasi un’accusa. Controlli discreti, percorsi chiari, accoglienza puntuale. Le forze dell’ordine, provate da giorni di lavoro incessante, mostravano una gentilezza e un’umanità che andava oltre il ruolo. Un fremito ha attraversato la sala all’ingresso dei vigili del fuoco: un sobrio ma sentito applauso e sguardi riconoscenti, che raccontavano più di qualsiasi ringraziamento ufficiale.
Dire l’indicibile
A rompere il silenzio è stato il giornalista Benoît Aymon: «Come trovare le parole giuste per dire l’indicibile?». Una domanda lasciata sospesa per un istante, prima di una risposta netta: solidarietà. Solidarietà verso le vittime, le famiglie, i soccorritori, il personale sanitario, gli abitanti di Crans-Montana. «Un’onda che ha cancellato i confini», ha detto, restituendo l’immagine di un dolore che non appartiene più a un solo luogo, ma che ha attraversato Paesi, lingue, appartenenze, unendo storie lontane in un’unica ferita.
Alle 14 in punto, dopo un intervento musicale, la sala si è alzata in piedi. Il minuto di silenzio è stato compatto, condiviso, assordante. Un silenzio abitato, fatto di respiri trattenuti e sguardi bassi. Le campane che hanno risuonato in tutta la Svizzera per cinque minuti sono arrivate come un’eco lontana, mentre il silenzio della sala restava intatto, quasi ad avvolgerlo.
La cerimonia è proseguita in equilibrio tra musica e parole. Nei testi letti da Olivia Seigne il dolore ha trovato una voce che non cercava spiegazioni, ma presenza: «Non siamo qui per spiegare ciò che non può essere compreso, ma per stare insieme». Parole che hanno attraversato la sala senza enfasi, accompagnate da intermezzi musicali che sembravano più accompagnare che riempire. Tutto con una grande discrezione, rotta solo dall’unico applauso della cerimonia, riservato ai giovani e alle loro commoventi parole.
Una frattura irreversibile
Gli interventi istituzionali sono stati pochi e calibrati. Mathias Reynard ha parlato di una frattura irreversibile, di un prima e di un dopo che segnerà a lungo le famiglie, i feriti, l’intera comunità. Guy Parmelin ha richiamato il tema del tempo, della memoria, della responsabilità collettiva, ricordando come la speranza abbia bisogno di verità e di giustizia per tornare a esistere, non come slogan ma come percorso rigoroso.
Nel corso della giornata è emersa anche la notizia dell’arresto di Jacques Moretti (si veda a pagina 4). Durante la cerimonia, però, quel fatto è rimasto sullo sfondo, quasi estraneo al tempo del raccoglimento. Solo al termine della cerimonia la sala stampa si è animata davvero, nel tentativo di ottenere maggiori informazioni. Un’attesa alimentata dall’ipotesi di una conferenza stampa che, nel corso del pomeriggio, si è però tradotta in un intervento limitato (si veda l’articolo a destra). Un segnale chiaro di come il tempo dell’indagine segua un passo diverso da quello del dolore, che in questi giorni resta dominante. Sono infatti arrivate parole misurate. Il consigliere federale Ignazio Cassis ha espresso le condoglianze del Paese alle famiglie, il consigliere di Stato vallesano Stéphane Ganzer ha ricordato il sangue freddo dei primi momenti e il passaggio dal tempo dell’intervento a quello dell’attesa, «insopportabile per le famiglie».
Quando la cerimonia si è conclusa e le porte del CERM si sono richiuse, Martigny è tornata alla sua routine. La neve continuava a cadere, le strade ghiacciate imponevano attenzione, i capi di Stato hanno lasciato la città subito dopo aver salutato le famiglie delle vittime, senza dichiarazioni ufficiali. Anche gli altri presenti si disperdevano in silenzio svuotando la sala, molti prendendo il treno, incrociando verso la stazione mamme con i bambini che rientravano da scuola. Ma era una normalità solo apparente: sotto il bianco della neve che uniformava la città restava una consapevolezza condivisa, destinata a durare. Nulla potrà essere come prima, e il silenzio di questo pomeriggio continuerà a farsi sentire anche quando le rose appassiranno, portando con sé ciò che hanno rappresentato.
