«La strategia di Teheran è efficace, perché divide i Paesi del Golfo»

Professor Acconcia, Donald Trump alterna, al solito, bombe e aperture al negoziato: è una strategia di «massima pressione» o il segno di un’amministrazione senza una linea chiara sulla questione mediorientale?
«Questo negoziato è molto complesso perché i due attori partono da posizioni molto distanti l’uno dall’altro. Ci vuole quindi molto tempo perché le richieste di Stati Uniti e Iran portino a una soluzione negoziale coerente, accettata da entrambe le parti. Le dichiarazioni di Trump che vanno nel senso di un accordo ormai alle porte, così come le continue smentite da parte iraniana dimostrano sempre di più che il percorso negoziale è in realtà lungo, complesso e pieno di ostacoli. Lo conferma anche l’ennesima violazione del cessate il fuoco, che prosegue dopo gli attacchi dell’esercito israeliano a Beirut della scorsa domenica».
Visto il nuovo approccio iraniano, sul lungo periodo, gli USA possono evitare un coinvolgimento sul campo?
«Negli ultimi giorni l’Iran ha assunto una posizione nuova. Il punto di svolta è stato il sostegno accordato da Teheran a Beirut, cioè alle richieste di Hezbollah di superare il cessate il fuoco negoziato tra il presidente libanese Aoun e le controparti israeliane, perché contrario agli interessi del movimento. In quel momento l’Iran ha deciso di sostenere i suoi alleati regionali: Hezbollah, gli Houthi in Yemen e gli altri attori, dalla Siria all’Iraq, che hanno sempre avuto un riferimento diretto in Teheran. Questo significa che è possibile un’estensione del conflitto, in particolare perché l’Iran ha adottato la strategia di coinvolgere i Paesi del Golfo attaccando le basi USA, anche in Giordania. È una strategia molto efficace, perché ha diviso i Paesi del Golfo: da una parte gli Emirati Arabi Uniti, sempre più vicini alle posizioni di Israele e Stati Uniti; dall’altra l’Arabia Saudita, il Qatar e altri Paesi che hanno spinto molto sul percorso negoziale, così come Turchia, Pakistan e Egitto».
Esiste ancora un quadro negoziale recuperabile, come emerso in serata?
«Il punto di partenza è arrivare a un memorandum of understanding che apra poi a un negoziato - si parla di 60 giorni - per giungere a un accordo sul nucleare. Perché questo si concretizzi è necessario che si realizzino due condizioni. La prima è coinvolgere il Libano ed evitare che la guerra prosegua su altri fronti, cosa che l’Iran cerca in ogni modo di scongiurare. La seconda è lo scongelamento degli asset iraniani, tra i 12 e i 24 miliardi di dollari, che potrebbe avvenire in varie fasi e che è in parte osteggiato dagli Stati Uniti: Trump lo considera una concessione molto vicina a quella fatta da Obama con l’accordo del 2015. Se queste due condizioni non si verificano, è molto difficile che il memorandum of understanding si concretizzi».
Quanto potrebbe durare ancora questa fase di alternanza, prima che si scateni un’escalation?
«Ci sono molte incognite in questo senso. Prima di tutto gli Stati Uniti dovrebbero assumere una posizione divergente rispetto a quella israeliana. Mentre Israele ha tutto l’interesse a portare avanti la sua guerra su tutti i fronti, da Gaza al Libano all’Iran, gli Stati Uniti hanno invece interesse a fermare la guerra e ad arrivare a un accordo sul nucleare. Molto dipende anche dalla capacità di resistenza iraniana. Il blocco navale sta mettendo a dura prova l’economia del Paese, che però può ancora resistere per mesi. Gli iraniani riescono infatti a bypassare il blocco dei loro porti e mantengono un controllo importante sullo Stretto di Hormuz. Possono inoltre utilizzare le vie terrestri, anche grazie al Pakistan. L’Iran dispone quindi di tutta una serie di strategie per aggirare il blocco statunitense e contrastare il tentativo di Washington di mettere in ginocchio la sua economia».
La questione nucleare iraniana resta sullo sfondo: questo conflitto avvicina o allontana Teheran dalla scelta di dotarsi dell’atomica?
«Nella bozza negoziale si prevede la possibilità che l’Iran dichiari di non volersi mai dotare di un’arma nucleare, né di acquistarla. Teheran si è sempre detta contraria a fornirsi di un’arma atomica. Tuttavia questa guerra sta cambiando l’approccio dei giovani Pasdaran, oggi al potere dopo l’uccisione di gran parte della leadership: all’interno continuano con il pugno duro e la repressione del regime, con arresti e condanne a morte, mentre sul piano geopolitico e di politica estera assumono posizioni più radicali. Va detto però che il controllo che l’Iran esercita sullo Stretto di Hormuz ha un peso ancora più forte della possibilità che il Paese si doti di un’arma nucleare».
