«La vera sfida dell’Occidente è fermare il potere dei tecno-capitalisti»

Aldo Schiavone è uno dei più noti e apprezzati storici italiani. Ordinario di Diritto romano, prima a Bari e a Firenze, poi alla Normale di Pisa, ha indagato negli anni recenti l’evoluzione culturale e politica dell’Occidente. I suoi ultimi volumi sono Occidente senza pensiero (Il Mulino, 2025) e L’ordine del mondo (Einaudi, 2025, con Pasquale De Sena e Cesare Salvi).
Professor Schiavone, l’Occidente appare in questo momento molto disorientato, sembra quasi che stia mettendo addirittura in discussione sé stesso. Qual è lo scenario reale che ci sta di fronte, secondo lei?
«Siamo in un momento storico in cui si affermano due processi: la globalizzazione del mondo e la rottura dell’unità politica dell’Occidente. Dalla globalizzazione non si torna indietro, nonostante le guerre o i dazi. Nel lungo e anche nel medio periodo, non può essere fermata. Essa sta avvenendo nel segno dell’Occidente, coincide cioè in grande parte con l’occidentalizzazione del mondo. Nello stesso tempo, come dicevo, assistiamo a una frammentazione, una rottura dell’unità politica dell’Occidente, segnata soprattutto dalle scelte prese nell’ultimo anno dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump».
Non si tratta di due fenomeni in contraddizione tra loro?
«No, sono fenomeni distinti, che vanno tenuti completamente separati. Il processo di occidentalizzazione del pianeta si sta sempre più accelerando. Ed è irreversibile. Mentre la rottura dell’unità politica dell’Occidente è contingente, può essere recuperata. E io credo che l’Europa debba fare di tutto in questa direzione, anche per affermare sé stessa come soggetto rilevante all’interno del processo di ricerca di una pace giusta ed equilibrata per tutto il pianeta. Devo dire che, in questo senso, non sono pessimista. Pur partendo da una situazione di grave ritardo, l’Europa in qualche modo sta recuperando. Certo, potrebbe fare molto di più. Dovrebbe soprattutto accelerare il suo processo di unificazione, perché se non è unita l’Europa conta niente».
Quanto accaduto l’altro giorno, con il sostegno a Volodymyr Zelensky e la riscrittura del piano di pace di Trump che penalizzava molto l’Ucraina, è stata una mossa che andava in questa direzione. Forse per la prima volta, da un anno a questa parte, l’Europa è riuscita a reagire di fronte all’alleato americano.
«Sì, è vero. Ripeto: qualcosa l’Unione sta facendo, anche se meno, forse, di quanto dovrebbe. D’altronde, si parte da una situazione di totale disgregazione. E anche per questo sono convinto che bisognerebbe sostenere l’Europa a due velocità. Formare cioè un nucleo forte, costituito dalla Francia, dalla Germania e in qualche modo - sia pure dall’esterno, in alleanza e in stretto contatto - dalla Gran Bretagna, cosa che peraltro sta accadendo. E poi, dall’Italia, dalla Spagna, dai Paesi Bassi. Insomma, un gruppo che, unito, si ponga come interlocutore forte sia della Russia di Vladimir Putin sia degli Stati Uniti. L’Europa ha la potenza per farlo: sia la potenza economica, sia la potenza tecnologica, e in qualche modo anche la potenza militare. Se si unisce il deterrente nucleare francese a quello inglese, l’Europa ha le carte per giocare questa partita. Certo, senza stare dietro al veto dell’Ungheria o di qualche altro Paese dell’Est. Il modello esiste già: penso al gruppo dei cosiddetti volenterosi, che si è fermato in questi mesi a sostegno dell’Ucraina».
In Occidente senza pensiero lei dice che l’Occidente rischia un po’ di perdere sé stesso, soprattutto di fronte all’affermazione del tecno-capitalismo. È reale la preoccupazione che i detentori del potere tecnologico siano i futuri dominatori incontrastabili del mondo? Oppure è possibile contrastare questa forma di globalizzazione tecno-capitalista diretta da pochissime persone?
«È possibile, ma ci vuole un grande sforzo collettivo, di cui solo l’Occidente è capace. E qui torniamo di nuovo al discorso sulla occidentalizzazione del mondo. Nelle democrazie occidentali, la politica deve fare un grande lavoro per porsi come contrappeso al potere tecnologico di queste entità sovra-statuali che stanno sempre di più prendendo nelle proprie mani il controllo del pianeta. Se è vero, come io sostengo, che la globalizzazione è un processo irreversibile, è altrettanto vero che ci sono molti modi di realizzarla. È questo il punto: non tanto “globalizzazione sì” o “globalizzazione no”, ma “quale globalizzazione”. In questo momento, purtroppo, stiamo andando verso una globalizzazione con aspetti molto preoccupanti; una globalizzazione che coincide con una specie di privatizzazione delle risorse del pianeta. Economia, finanza, tecnologia, sistemi di comunicazioni: tutto è nelle mani di poche entità sovranazionali. Entità private, di fronte alle quali il potere dei singoli Stati, compresi gli Stati Uniti, conta poco».
Come reagire?
«La risposta, di nuovo, dev’essere a livello globale. Tutto l’Occidente concordi una politica che crei un contrappeso a questo strapotere; scelte che mettano in qualche modo sotto controllo politico o creino una disciplina politica per il potere smisurato di queste entità sovranazionali. È la sfida dei prossimi decenni. Molto più delle possibili guerre. Riusciremo a mettere sotto controllo politico il potere di coloro i quali stanno privatizzando il pianeta? È la domanda del futuro».
Si può fare con il diritto, come lei suggerisce nella prima parte dell’Ordine del mondo?
«È una delle chiavi, forse non l’unica. Certo, serve un diritto globale, un diritto sovranazionale, un diritto del pianeta, diciamo così. Potrebbe essere uno dei mezzi - non il solo sia chiaro, ma forse il più importante - attraverso i quali la politica mette sotto controllo questo potere abnorme dei grandi soggetti privati che stanno cercando di impadronirsi del pianeta».
Luciano Canfora, nel suo ultimo libro intitolato Il Porcospino d’acciaio, sostiene che oggi, dopo il ritorno di Trump sulla scena politica, ci sono due Occidenti, i quali appaiono in conflitto tra loro: l’Europa, con l’Australia e il Canada; e gli Stati Uniti. Canfora afferma quindi che l’Occidente è asimmetrico, non procede cioè in una direzione sola.
«In questo momento, effettivamente, l’Occidente politicamente appare diviso. Tuttavia, credo anche che la presidenza Trump sia un episodio che sarà riassorbito. Il tentativo brutale di semplificazione, su posizioni ultraconservatrici, che Trump sta tentando di imporre, è destinato a fallire in un periodo di tempo relativamente breve. Ma se l’America non è Trump, credo però che l’America non sia nemmeno Mamdani. L’America è una realtà molto più complessa di quanto si immagini. Dopodiché, tornando alle divisioni, penso che abbastanza presto l’Occidente ritroverà una sua unità politica. I nemici dell’Occidente, che sono molti, anche dentro l’Occidente stesso, tendono ad accentuare questi elementi per mostrare come l’Occidente sia disunito, spezzato, come ci siano al suo interno due vie. In questo momento ciò è vero, ma se avremo i nervi saldi e sapremo guardare lontano, supereremo anche queste divisioni».
Questo Occidente avrà di fronte, in futuro, non tanto, forse, la Russia di Putin quanto soprattutto la Cina, un Paese che partecipa attivamente alla globalizzazione del pianeta, ma difficilmente si può definire Occidente.
«Credo che, in tempi medio-lunghi, un’intesa politica con Pechino sarà trovata. Vede, senza dubbio alcuno, la Cina non è Occidente. Però mi chiedo, e chiedo a chi ci legge: in questi anni, in questi decenni, è emerso un modello cinese, culturale o anche politico, alternativo all’Occidente? Io dico di no. Non lo vedo. Scorgo, piuttosto, grandi masse di cittadini cinesi, tuttora private di fondamentali diritti politici, che non aspirano altro se non assomigliare sempre di più all’Occidente, ad avere più consumi, più sicurezza privata, a poter viaggiare, a poter muoversi e a poter informarsi come vogliono. Questa idea che molti hanno portato avanti anche in Occidente, che siamo cioè di fronte a un contrasto di civiltà, non la condivido. Non vedo civiltà alternative all’Occidente in questo momento sul pianeta, compresa la Cina. Vedo certamente un contrasto politico, una lotta per l’egemonia sul mondo, tra Stati Uniti e Cina. Ma anche questo contrasto, in qualche modo, in futuro sarà sempre più risolto. Nel lungo periodo, i meccanismi di compensazione globale avranno la meglio su questi contrasti. Oggi io credo che l’Occidente debba in qualche modo fronteggiare soltanto il tentativo egemonico cinese, ma non penso che un impero cinese prenderà il posto dell’impero americano, come molti dicono e scrivono anche sui giornali. Non lo credo assolutamente. Penso piuttosto che l’egemonia americana sul mondo sia l’ultimo episodio di un’egemonia di un singolo Stato sul pianeta. In futuro, andremo verso altre forme di governance del mondo, non imperiali. Da questo punto di vista, sono ottimista. Il problema sarà a chi affidiamo questa nuova governance del pianeta, se cioè riusciremo ad affidarla a una politica democratica globale o se il mondo finirà nelle mani di 10 o 15 oligarchi che controlleranno le grandi compagnie multinazionali dell’informazione, della tecnologia e della finanza. Questa è la sfida».
Allora, forse, ci sarà bisogno, per riprendere un suo libro di qualche anno fa, della ribellione di un nuovo Spartaco.
«Ci sarà bisogno di molta politica. E di molta buona politica democratica».
