L'attentato a Trump

«La violenza politica tende a esplodere quando il confronto si estremizza»

Angelo Ventrone, ordinario di Storia sociale della politica a Macerata, commenta con il Corriere del Ticino quanto accaduto sabato scorso a Washington
Il 30 marzo 1981, all’esterno del Washington Hilton Hotel, un altro presidente USA subì un attentato: Ronald Reagan. ©RON EDMONDS
Dario Campione
27.04.2026 22:30

Angelo Ventrone, ordinario di Storia sociale della politica a Macerata, è uno dei massimi studiosi italiani della violenza politica, tema al quale ha dedicato numerosi saggi. Il CdT lo ha intervistato per commentare l’attentato subito da Donald Trump e per spiegare come e perché nasce la violenza politica.

Professore Ventrone, la violenza politica non è un fenomeno nuovo negli USA dove quattro presidenti sono stati uccisi durante il loro mandato, e altri hanno subìto attentati: come nasce la violenza politica?
«In generale, la violenza politica tende a nascere in situazioni di grande conflitto economico, sociale, ideologico e diventa per questo strumento d’azione politica. Se pensiamo al ’900, i momenti di maggiore crisi e tensione politica sono gli stessi nei quali si è diffusa la violenza politica: ad esempio, con la Prima guerra mondiale, che porta alla rivoluzione sovietica e poi alla nascita del movimento fascista, o con la crisi provocata dal crollo di Wall Street nel 1929, che con la disoccupazione, l’impoverimento delle masse popolari, il disorientamento, i conflitti e le tensioni vede l’affermazione del nazismo. C’è poi un altro punto».

Quale?
«Normalmente si pensa che la violenza politica nasca dal fallimento del dialogo. Si dice che quando il dialogo è impossibile, quando gli interlocutori non si capiscono, parlano linguaggi diversi, in qualche modo inevitabilmente si scivola sul piano della violenza. In realtà, studiando queste dinamiche, si scopre che le cose possono funzionare esattamente al contrario, ovvero che la violenza politica nasce piuttosto da una esasperazione del dialogo: quando voglio che il mio messaggio sia il più chiaro possibile, colpisco l’avversario, lo minaccio, lo intimidisco. Pensiamo al momento in cui si aggredisce una persona, se ne attenta il corpo: non c’è bisogno di parole. Il messaggio è immediatamente chiaro. In qualche modo, la violenza politica segue questa dinamica: può nascere anche dalla volontà di rendere quanto più chiari possibile i propri messaggi, togliere ogni dubbio, farli interpretare in modo univoco, minacciando o eliminando chi viene considerato un avversario».

Non sempre, però, si colpisce un avversario a sua volta violento nel linguaggio o nel modo di fare politica. Sono stati uccisi anche leader miti, penso negli USA, a Martin Luther King.
«È vero. Se si vuole estremizzare o polarizzare la situazione, i primi nemici sono coloro che tengono aperto il dialogo, che credono nel confronto. Questo meccanismo lo abbiamo vissuto negli anni ’70 in Italia, quando furono colpiti coloro i quali costruivano ponti, i cosiddetti riformisti: Aldo Moro, Roberto Ruffilli e tanti altri. C’è una battuta che in qualche modo semplifica questa dinamica: quando i terroristi tedeschi della Rote Armee Fraktion si confrontano con le Brigate Rosse italiane, dicono loro: noi colpiamo gli ex nazisti, voi perché colpite gli antifascisti? La risposta è semplice: le BR colpivano i favorevoli al dialogo, chi impediva di estremizzare la situazione».

Tornando a Trump, non si può certo dire che sia un uomo mite. Nel suo caso, la violenza probabilmente scaturisce da una figura divisiva.
«Sì, indubbiamente. Le parole in politica sono importanti, dovrebbero evitare ogni radicalizzazione, restare dentro un alveo di confronto per cui ci si oppone sì all’avversario ma senza considerarlo un nemico, semmai qualcuno che ha idee, uno sguardo sul mondo diverso, ma con cui è possibile e necessario dialogare. Le parole, poi, sono importanti anche perché annunciano un programma politico. Il problema è che i leader estremisti annunciano un programma radicale anche per catturare l’attenzione. Con Trump l’abbiamo visto chiaramente: pensiamo alle violenze di strada dell’ICE, la polizia anti-immigrazione. È chiaro che in una simile esasperazione delle tensioni possa esserci chi pensa all’avversario come al nemico assoluto con cui ogni dialogo è impossibile, un nemico che quindi va eliminato».

C’è un altro elemento di cui si discute: la messa in scena. Non è il caso dell’attentato a Trump, ma c’è chi sostiene che episodi simili possano essere anche utilizzati per recuperare consenso. Nel mondo della comunicazione, l’attentato trascende il fatto in sé e diventa fatto mediatico.
«Sempre l’attentato a un leader estremista è accompagnato da grandi polemiche, ci si chiede se sia vero, reale e quanto, invece, costruito, pianificato o utilizzato per continuare a estremizzare la situazione. I leader estremisti sanno che la manipolazione dell’opinione pubblica è necessaria, e allora radicalizzano il proprio linguaggio. L’abbiamo visto in modo chiaro dopo il primo attentato a Trump, in campagna elettorale, e dopo l’uccisione del suo sostenitore, l’attivista conservatore Charles Kirk. C’è stata un’evidente manipolazione dell’opinione pubblica. La strumentalizzazione di un attentato al leader carismatico è uno strumento utilizzato per continuare a lanciare messaggi politici, anche perché i leader radicali, indipendentemente dallo schieramento a cui fanno riferimento, tendono ad alimentare meccanismi paranoici, ai quali tutti noi siamo esposti. Giocano su due piani: il nemico da distruggere da una parte, la persona o l’idea a cui donarsi, da cui farsi proteggere dall’altra (il leader carismatico, il partito o la razza, come nel caso del nazionalsocialismo)».

È un po’ il concetto che lei ha riassunto nel suo volume sulla «Seduzione totalitaria» (Donzelli, 2003) che il leader può essere indotto a praticare in circostanze particolari. Anche per questo, la violenza politica - che non ha senso, uccidere non ha mai senso - non ottiene comunque un risultato coerente con gli obiettivi di chi la immagina e la mette in pratica.
«Sono d’accordo con lei. La violenza è un piano inclinato che inevitabilmente trascina verso il basso, prendendo una velocità che è difficile fermare. Mors tua, vita mea, l’idea per cui per far terminare il prima possibile il pericolo io devo distruggere il nemico, è una dinamica molto primordiale. È difficile fermarsi nell’esercizio della violenza. I democratici devono fare di tutto per evitare che si passi dalle parole ai fatti. Dal confronto verbale in Parlamento, dobbiamo evitare che si arrivi allo scontro nelle piazze, perché quelle dinamiche, una volta messe in moto, sono veramente difficili da fermare».