La voce dell'economica sul PECC: «Per il Ticino un salto nel buio»

Il Piano energetico e climatico cantonale (PECC) approda in Gran Consiglio per una sorta di «esame politico». Sui banchi c’è un rapporto di maggioranza (seppur con numerosi distinguo) e uno di minoranza che dice «no». A dare man forte a questi ultimi, anche le associazioni economiche AITI e Camera di commercio che, per bocca dei rispettivi presidenti, Nicoletta Casanova e Andrea Gehri, chiedono di tirare il freno: «Mancano garanzie sull’inverno, sui costi e sull’evoluzione del quadro federale ed europeo».
Bollette e competitività
Non è una semplice partita a colpi di pannelli solari. In gioco ci sono le bollette, gli affitti, la continuità della produzione e la capacità delle aziende ticinesi di restare competitive. Così il PECC porta con sé una domanda tutt’altro che teorica: il Ticino riuscirà a fare la transizione senza trovarsi più dipendente dall’estero, più esposto ai rincari e più appesantito da nuovi obblighi? Il messaggio governativo chiede di destinare 2 milioni di franchi ai «provvedimenti prioritari». Vien da dire che il braccio di ferro è servito. Da una parte c’è l’urgenza di ridurre le emissioni e accelerare lo sviluppo delle rinnovabili. Dall’altra, il mondo economico teme che il piano corra più veloce delle tecnologie disponibili, delle finanze di famiglie e imprese e delle decisioni che maturano a Berna e a Bruxelles. «Il PECC prende come riferimento la politica federale, ma questa sta cambiando rotta. Nel 2025 il Consiglio federale ha adottato un controprogetto che revoca il divieto di costruire nuove centrali nucleari, e nel 2027 il Paese voterà. Approvare oggi un piano che ignora questi sviluppi è perlomeno affrettato», osserva Gehri. Un chiaro richiamo al calendario, ma anche al metodo. Per Casanova «la politica energetica si misura su due domande: l’energia c’è? E a che prezzo? Il PECC non dà una risposta né all’una né all’altra. È sintomatico che il piano non affronti l’approvvigionamento invernale, cioè il momento in cui l’energia ci manca e siamo costretti a importarla». Siamo in pratica nel cuore della contestazione.
E veniamo all’introduzione di nuovi obblighi su impianti fotovoltaici e sistemi di riscaldamento che «avranno conseguenze sui costi dell’abitare e del fare impresa», sottolinea Gehri. «In altre parole: con un sì aumenteranno gli affitti per migliaia di famiglie e imprenditori ticinesi, in un momento già delicato. Non ci sembra una buona idea». Per le associazioni economiche è qui che il piano esce dai documenti tecnici e arriva nelle case. A focalizzare la questione è Casanova: «Ci viene chiesto di sostenere un piano che punta fortemente sul fotovoltaico senza risolvere il problema dello stoccaggio stagionale e della copertura del fabbisogno invernale. Così creiamo nuove dipendenze e nuove vulnerabilità proprio mentre l’Europa sta ripensando le proprie strategie energetiche».
E veniamo all’industria, perché «la competitività si gioca anche sul costo dell’energia e la sostenibilità ambientale deve quindi procedere di pari passo con quella economica», prosegue Gehri. Una frase destinata a pesare nel dibattito parlamentare. Perché dietro il concetto di competitività ci sono decisioni molto concrete: investire o rimandare, assumere o aspettare, produrre in Ticino o guardare altrove. Intanto, «l’economia ha bisogno di certezze», sottolinea la numero uno dell’AITI, perché «prima di chiedere sacrifici a imprese e cittadini occorre sapere con chiarezza quale sarà il prezzo della transizione e chi dovrà sostenerlo». È il punto sul quale il mondo economico chiede numeri, non soltanto obiettivi. Quanto costeranno gli interventi? Quale parte sarà coperta dal Cantone? Quanto ricadrà sui proprietari, sugli inquilini e sulle imprese? E quali saranno i benefici misurabili? Staremo a vedere se le risposte arriveranno in aula dal consigliere di Stato Raffaele De Rosa, suo malgrado, costretto ad occuparsi della patata bollente dopo il «caso Zali» con il consigliere di Stato svuotato delle sue responsabilità dipartimentali.
Il mercato che cambia
«Il PECC è stato concepito come se il Ticino potesse decidere da solo. Solo lo scorso anno il Consiglio federale ha affrontato l’attuazione dell’accordo sull’elettricità tra Svizzera e UE, che prevede l’apertura totale del mercato a tutti i consumatori. Un piano cantonale che non tiene conto di questa evoluzione nasce già obsoleto», sottolinea Gehri. Così Gehri invita a guardare oltre i confini cantonali. Mercato elettrico, accordi internazionali, regole federali e nuove tecnologie possono cambiare rapidamente le condizioni di partenza. In questo scenario, un piano rigido rischierebbe di diventare un vincolo proprio quando servirebbe margine di manovra. Il Ticino, secondo Gehri, non può comportarsi come se fosse un’isola energetica. Ma Casanova non intende passare per indefessa picconatrice: «Sia chiaro, lo strumento del PECC è necessario e utile, perché dà certezza di pianificazione a tutti gli attori. Quello che chiediamo è un piano allineato alla nuova strategia federale, coerente con il mercato e con le possibilità tecniche ed economiche del territorio, e con un accento molto più forte sull’innovazione. Il testo in discussione non lo è, e per questo va respinto nella sua integralità». Il messaggio è netto: meglio riaprire il dossier oggi che correggere domani una rotta sbagliata dopo aver imposto nuovi investimenti a famiglie e imprese. Alla fine anche Gehri apre la porta, ma sottolinea che «chiediamo un piano energetico realistico, trasparente e vicino alle esigenze dell’economia e della popolazione. Il Ticino merita una strategia che coniughi sostenibilità ambientale, sicurezza dell’approvvigionamento e sostenibilità economica, in coerenza con gli sviluppi nazionali ed europei, non un salto nel buio». Il Gran Consiglio a partire da lunedì dovrà decidere se il PECC rappresenti una bussola o un azzardo.
