«Lavoriamo su tutti i fusi orari e ogni giorno capita qualcosa»

Negli uffici luganesi di Nova Marine Carriers è possibile seguire, su centinaia di schermi, navi e notizie da tutto il mondo. Basta l’accenno di una crisi geopolitica per cambiare rotte, costi e contratti. Per il CEO Vincenzo Romeo, gestire il rischio significa avere, anche, assicurazioni solide e rispettare la parola data. Pure quando costa cara.
Da dove arriva il
rischio maggiore per un’azienda di shipping?
«Dalla nostra
presenza realmente globale. Lavoriamo su tutti i fusi orari. Abbiamo a che fare
con Paesi, culture e burocrazie completamente diverse l’una dall’altra.
Filippini, turchi, neozelandesi, nordamericani e sudamericani, ogni giorno
dobbiamo gestire differenze culturali e procedurali enormi. È un oceano minato.
Poi c’è il rischio geopolitico. In questi mesi, possiamo definirlo il rischio
di Mister Trump: basta un suo post per rovesciare una situazione che procedeva
tranquilla».
Riuscite a parare
il colpo?
«Con le
dimensioni che abbiamo, quasi sempre. Anche grazie al fatto che Nova Marine da
semplice armatore è diventata terminalista. Abbiamo terminal portuali di
proprietà, agenzie portuali e società di freight forwarding. Siamo presenti in
tutti i segmenti della supply chain delle industrie che serviamo. Questa è una
forma di gestione del rischio. Se il mercato navale entra in depressione o in
una fase di confusione, restano attivi e remunerativi i terminal portuali o il
trasporto su gomma. Le procedure diventano più veloci».
Che ruolo giocano
le assicurazioni in tutto questo?
«Fondamentale: ci
guardano le spalle. Abbiamo un dipartimento assicurativo composto da quattro
persone. Il responsabile è qui a Lugano, gli altri ad Amburgo, Atene e Dubai.
Le navi hanno innanzitutto polizze Protection and Indemnity, che riguardano i
danni a terzi. Se speroni una nave o non freni in tempo e finisci contro una
banchina, l’assicurazione copre quel tipo di danni. Poi abbiamo polizze per i
danni tecnici, le Hull & Machinery: se si rompe un motore, se esplode una
pompa…».
Ambiti diversi,
contratti complicatissimi.
«La legge
marittima è forse una delle più complesse in assoluto ed è basata sulla legge
inglese. Hai clausole sulle collisioni, sulla malafede, sulla buona fede… Il
classico impianto giuridico inglese, che va conosciuto in tutti i suoi
aspetti».
Avete
assicurazioni d’altro tipo?
«Certo. Quando
passiamo da zone “calde”, a rischio pirateria, abbiamo un’assicurazione extra.
Lo stesso per le zone a rischio guerra, oggi in aumento. Poi ci sono coperture
specifiche per alcuni Paesi che magari non hanno un rischio di guerra vero e
proprio, ma di altri tipi. Per esempio: carichi 20 mila tonnellate di mais,
arrivi in Tunisia e scopri che ne hai scaricate 19.800. Alcune assicurazioni ti
offrono una copertura specifica. È una cosa che capita. In alcuni luoghi è
persino sistemica».
Forse non esiste
un uso così grande delle assicurazioni come nel vostro mestiere.
«Devo anche
ammettere, purtroppo, che ogni giorno ci capita qualcosa».
Un sinistro
«indimenticabile»?
«Il caso della
Sider Donut, appena uscita dal cantiere a Ningbo, in Cina. Nuova fiammante. Era
all’ancora, in attesa di alcuni documenti. Come quando vai a ritirare la tua
nuova auto e ti fermi un attimo per strada perché ti accorgi che hai
dimenticato la carta grigia dal concessionario. Passa un’altra auto e ti viene
addosso. A noi è successo così. È passata una nave e non ci ha visto. Però la
nostra era nuova, avevamo ancora le pellicole sugli schermi».
Reazione?
«Mi telefonano
alle tre del mattino: “Ci hanno speronato”. Ho subito chiesto se ci fossero
morti o feriti, quando mi hanno detto no, mi sono calmato. Una perdita di vite
umane è irreparabile. Una nave, invece, è di ferro, la puoi aggiustare. Ovvio,
ti arrabbi parecchio. In questi casi, si attiva immediatamente la macchina
assicurativa che copre la riparazione della nave e la parte legale che serve a
far riconoscere i danni da parte di chi ha speronato, nonché altre garanzie del
caso. Sono pratiche che diventano enormi fin da subito».
Senza contare che
magari quella nave era già pronta per contratti, trasporti, consegne...
«L’abbiamo fatta
ripartire in otto giorni con la prua completamente rifatta. Hanno dovuto
cambiare trenta tonnellate di ferro».
Quando accade un
incidente del genere, quanto è difficile lavorare con assicurazioni di altri
Paesi? Ci sono navi che battono bandiere complicate, riassicurate a livelli
perfino misteriosi.
«A noi ci aveva
speronato una nave cinese. Se hai ottime assicurazioni, cambia tutto. Siamo
membri storici di uno dei primi dieci fra i Protection & Indemnity Clubs.
Si tratta di associazioni mutualistiche che operano a livelli eccezionali.
Venti minuti dopo lo speronamento della Sider Donut, avevamo già un avvocato
cinese sul posto. Nel giro di tre ore era già stato stabilito il contatto fra
la nostra assicurazione e quella dello “speronatore” e sommariamente impostato
il percorso legale da seguire».
Ma se l’altra
nave fosse stata una nave «fantasma»?
«Da quando la
Russia è sotto sanzioni, di shadow fleet ne circolano inevitabilmente più di
prima. Se ti scontri con una di queste, devi avere i nervi di acciaio e una
assicurazione fortissima. Devi coinvolgere immediatamente la guardia costiera
del Paese dove ti trovi - sperando di non essere in mezzo all’oceano - e
bloccare subito le navi coinvolte. A noi non è mai accaduto, ma a dei nostri
amici sì. Sono casi dove la differenza è fatta dall’avere un’assicurazione
molto forte e che ti protegge davvero».
Che è costosa. La
prevenzione aiuta a negoziare i premi?
«Le assicurazioni
si prendono il rischio di coprire il nostro rischio e noi cerchiamo di
ragionare con loro e anche immedesimandoci in loro: “Se fossi io
l’assicuratore, coprirei uno come me?”. Questa domanda ci guida in tutto il
processo di manutenzione e riparazione delle navi. Se abbiamo bisogno di un
pezzo di ricambio, prendiamo quello originale, non un altro che costa meno. È
il primo argomento quando andiamo a negoziare le tariffe».
Anche i clienti
possono verificare questo?
«Certo. Se un
cliente vuole vedere come facciamo manutenzione, lo invitiamo in cantiere.
Accesso totale. Oppure può nominare una società terza e mandarla da noi. Siamo
cresciuti anche grazie a questa trasparenza. Se tu “strizzi” le tue navi per
risparmiare soldi sulle manutenzioni e il motore si rompe in mezzo al mare con
il carico del cliente a bordo… la tua reputazione ne subisce un danno
gigantesco».
Riguardo al
rischio reputazionale...
«...la
considerazione da fare è molto semplice. Se prendi un impegno, lo devi
mantenere, anche quando è svantaggioso o in perdita. La reputazione non è altro
che questo. Abbiamo avuto una nave bloccata nel Golfo Persico, o Golfo
d’Arabia, vedremo alla fine come si chiamerà… Ci siamo impegnati a caricare
zolfo ad Abu Dhabi e portarlo in Tanzania. La nave è rimasta bloccata lì per
tre mesi. Insomma, ci è andata male. Abbiamo continuato a sostenere
economicamente l’operazione. Perché? Perché avevamo preso un impegno».
A luglio di
quest’anno Nova Marine ha festeggiato i 45 anni di attività. Come potrebbe
districarsi fra tutti questi rischi, invece, un armatore che oggi inizia da
zero?
«È quasi
impossibile. A meno che tu non sia nato molto ricco e voglia toglierti lo
sfizio di fare l’armatore. In questo mondo globalizzato, con tutte le sorprese
geopolitiche che porta con sé, dalle guerre alle pandemie, chi volesse fare il
nostro mestiere dovrebbe partire subito con una dimensione realmente
importante. Oppure restare nella propria nicchia, comprare qualche nave e
cercare di affittarla ad aziende come la nostra. La barriera di ingresso è
cambiata. Soprattutto a causa di un fattore che 45 anni fa non esisteva: le
regolamentazioni».
Un esempio?
«Quando mio padre
iniziò, non esistevano i filtri dell’acqua di zavorra per evitare di
trasportare specie marine da un luogo all’altro. Uno dei tanti obblighi fra
mille altri sopraggiunti. Il motore di una nostra nave di 45 anni fa oggi
sarebbe fuori legge».
Altro tema
impervio: il rischio intergenerazionale. Un’azienda nata e cresciuta dentro una
sola famiglia deve prevederlo per forza. Che cosa avete messo in campo?
«La prima e la
seconda generazione mi sembra che l’abbiamo gestita bene. Abbiamo ancora in
azienda il primo dipendente assunto da mio padre. Adesso lavora per noi pure
suo figlio. E suo nipote. La logica è questa, anche tra noi in famiglia. Si
dice che la prima generazione crea, la seconda sviluppa, la terza distrugge.
Stiamo lavorando perché non accada questa ultima eventualità. Per noi azienda e
famiglia sono completamente fuse insieme. Siamo molto uniti. Nova Marine
Carriers è un’azienda moderna, internazionale, assolutamente al passo coi
tempi. Abbiamo una quarantina di alti dirigenti di trenta nazionalità diverse.
Siamo l’esatto contrario di un’azienda chiusa in se stessa. Ma come dici tu
restiamo ancorati a valori e a criteri estremamente pratici, gli stessi della
cultura di mia nonna, di mio padre e di mia madre, una tipica cultura “del
sud”».
