Le acrobazie del lingotto

In un modo o nell’altro, l’oro resta tra i protagonisti della scena finanziaria. Se si guarda al lungo periodo, il modo prevalente è quello del rialzo della sua quotazione. Ci sono sempre state, poi, oscillazioni e dunque anche ribassi, ma la tendenza di lungo termine per il lingotto è rimasta quella del prezzo in aumento. Per quel che riguarda questi anni Duemila, c’è stato un graduale incremento della quotazione, anche con oscillazioni appunto, sino al 2022, anno in cui è cominciata un’ascesa molto forte. Quest’ultima è durata, con pochi intervalli, sino al gennaio di quest’anno. C’è stata quindi una marcata discesa del prezzo, anche superiore alle attese di molti, con il metallo giallo che è però rimasto in positivo rispetto a un anno prima e che nelle ultime settimane è tornato a salire.
Quotazione e geopolitica
Siamo lontani dal picco di oltre 5.500 dollari l’oncia registrato all’inizio di quest’anno, ma la risalita dai circa 4 mila dollari sino all’area 4.500 dollari (+35%-40% su base annua) vista in questo mese, sino ai giorni scorsi, ha ricordato a tutti la tenacia del lingotto. Vedremo quali saranno le evoluzioni, non è escluso che ci possano essere altre altalene, ma il parere prevalente tra gli analisti e gli operatori è che l’oro difficilmente scenderà tanto e che anzi sono molto probabili o una tenuta o rialzi. Per una parte degli esperti, se il lingotto restasse ora sopra i 4.500 dollari si potrebbe aprire la strada di un ritorno stabile sopra quota 5 mila dollari nei prossimi mesi. In attesa di vedere cosa accadrà concretamente, vale la pena di ricordare ciò che può frenare o spingere la quotazione dell’oro.
La premessa è che il metallo giallo è un bene ad offerta relativamente limitata ed è importante sia come investimento finanziario sia come materia prima industriale. Secondo molte stime, la domanda di oro è legata per circa il 60% a investimenti e riserve, per circa il 30% alla gioielleria e per circa il 10% ad altre industrie. La quotazione è dunque collegata sia al versante finanziario (bene rifugio) sia al versante industriale. L’aspetto finanziario è come si vede marcato, molto più che per altri metalli preziosi. Per la domanda legata a gioielleria e industrie, molte previsioni attualmente sono di oscillazioni abbastanza contenute, in un senso o nell’altro. La domanda legata a investimenti dipenderà come sempre dall’incrocio di diversi fattori. Le tensioni geopolitiche, le guerre, le incertezze economiche in genere spingono la domanda di oro e quindi il suo prezzo. Quando tensioni e incertezze salgono molto velocemente, può anche accadere che molti investitori vendano oro, per avere più liquidità, come abbiamo visto pure nei mesi scorsi, facendo scendere il prezzo. Ma la serie storica mostra che si tratta dell’eccezione che conferma la regola, nel lungo periodo a maggiori incertezze corrispondono acquisti e spinte al rialzo.
Inflazione, dollaro, banche centrali
L’aumento dell’inflazione, che erode maggiormente il valore reale dei redditi, favorisce in genere l’investimento in oro, sia esso in bene fisico o in titoli che lo rappresentano. Anche qui ci possono essere eccezioni, in fasi in cui l’inflazione più alta porta con sé incrementi dei tassi di interesse, con investitori che preferiscono quindi strumenti finanziari con tassi robusti (l’oro non dà interessi). Di nuovo, però, nel lungo termine il metallo giallo tende a non perdere il suo ruolo di bene rifugio. Un ragionamento analogo si può fare per il livello del dollaro USA, principale valuta mondiale, che quando risale si può porre come alternativa di investimento rispetto all’oro. È quanto si è in parte visto negli ultimi mesi, ma anche su questo versante occorre considerare che il trend storico del biglietto verde, al di là delle oscillazioni di fase, non è al rialzo e ciò ha lasciato più spazio nel corso degli anni ad altre valute (franco svizzero incluso) e appunto all’oro.
Un capitolo rilevante è poi quello delle banche centrali, che hanno riserve sia in valute sia in metallo giallo e che in non pochi casi tendono ad ampliare la quota di quest’ultimo. Gli istituti centrali di molti Paesi emergenti, in particolare, hanno manifestato una crescente tendenza ad acquistare oro, per aumentare la diversificazione nelle loro riserve e per diminuire la dipendenza dal dollaro USA, che rimane la maggior valuta di riserva ma che ha in effetti perso terreno in termini di quota percentuale. Ragioni economiche e ragioni geopolitiche di nuovo si intrecciano. L’azione di molte banche centrali contribuisce quindi al mantenimento o al rafforzamento del ruolo dell’oro. E dà un ulteriore motivo a quanti ritengono che nel lungo termine il metallo giallo continuerà ad avere una tendenza di fondo al rialzo della quotazione.
