«Le dinamiche energetiche non cambieranno di molto»

Se la sconfitta di Viktor Orbán, dopo sedici anni di governo, segna un netto punto di svolta nella storia politica dell’Ungheria, sul piano dell’approvvigionamento energetico – in particolare nei rapporti con la Russia – è destinata a produrre effetti limitati, almeno nel breve periodo. Ne è convinto Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, società di ricerca nel settore energetico: «Il cambio politico in Ungheria non avrà effetti sostanziali sullo scacchiere energetico europeo. Viktor Orbán non aveva in realtà il potere di determinare le sorti energetiche dell’intera Europa. Le sue posizioni – anche la sua vicinanza politica a Donald Trump o l’atteggiamento ambiguo verso Mosca – erano in parte ideologiche, ma soprattutto dettate da necessità strutturali». L’Ungheria, prosegue Tabarelli, è un Paese fortemente dipendente dalla Russia dal punto di vista energetico, «un po’ come la Slovacchia e, in misura minore, la Repubblica Ceca. Le infrastrutture esistenti – in particolare i gasdotti – collegano direttamente questi Paesi alla Russia. Questa dipendenza è prima di tutto fisica, non politica». Insomma, chi si attendeva che l’elezione di Peter Magyar potesse cambiare radicalmente la politica energetica dell’Ungheria (e con essa i suoi rapporti con Bruxelles) rimarrà deluso: «Nel breve periodo cambierà poco. Orbán ha spesso assunto toni provocatori nei confronti di Bruxelles, soprattutto a fini elettorali interni, ma nella sostanza si muoveva entro vincoli molto rigidi. Certo, la sua uscita di scena rafforza la linea europea, soprattutto quella più compatta e contraria alla Russia, in un momento in cui questa coesione stava mostrando crepe. Da questo punto di vista è un segnale positivo: se l’Europa vuole portare avanti una politica energetica senza la Russia, è importante che lo faccia in modo unitario». Tuttavia, quando si passa dalle dichiarazioni ai fatti, emergono i limiti. «Anche altri Paesi europei hanno continuato a importare energia russa, pur senza suscitare lo stesso livello di polemiche. La Francia, ad esempio, attraverso aziende come Total, ha importato gas naturale liquefatto dalla Russia negli ultimi anni. Lo stesso vale, in parte, per la Bulgaria. La differenza è stata più nel tono politico che nella sostanza dei comportamenti». Secondo Tabarelli, per quanto riguarda il futuro, almeno nel breve termine, ossia per tutto il 2026, è probabile che l’Ungheria continui a importare gas dalla Russia, «semplicemente perché non ha alternative immediate». Dal 2027 si potrebbe iniziare a vedere qualche cambiamento, ma dipenderà dalla disponibilità di forniture alternative. «Una possibile soluzione è l’arrivo di gas dall’Europa occidentale, anche attraverso l’Italia, che ambisce a diventare un hub energetico». Ma il vero problema resta la quantità: «Serviranno maggiori forniture globali, ad esempio dagli Stati Uniti, dal Mozambico o dal Qatar». Stesso discorso, conclude Tabarelli, riguarda il petrolio russo: «Attualmente circa il 40% del petrolio consumato nel Paese proviene ancora dalla Russia, e difficilmente questa quota verrà azzerata nel breve periodo».
