«Le ferite della guerra sono profonde, e riguardano fedeli di ogni religione»

A giugno, fra Francesco Ielpo, francescano minore di origini lucane ma cresciuto in provincia di Milano, compirà il primo anno alla guida della Custodia di Terra Santa. Un anno non facile, durante il quale la guerra a Gaza ha lasciato il posto a quella con Iran e Hezbollah, che sta segnando questi giorni di Pasqua. La Custodia di Terra Santa è la speciale provincia dell’ordine francescano la cui fondazione si fa risalire a più di ottocento anni fa, con il primo capitolo dell’ordine a Santa Maria degli Angeli e la successiva visita di San Francesco in Terra Santa per incontrare il sultano dell’epoca, Malik al-Khamil, e assicurare ai cristiani l’accesso ai luoghi santi che, nel frattempo, erano diventati dominio dei musulmani. Le bolle pontificie successive hanno sancito il controllo, la gestione e la protezione da parte dei francescani, con a capo il custode, di tutti i luoghi sacri, a cominciare dal Santo Sepolcro, la basilica della Natività a Betlemme, l’annunciazione a Nazareth e altri sparsi in Israele, Cisgiordania, Giordania, Libano, Siria, Rodi, Cipro, Egitto, con “ambasciate” in tutto il mondo. Proprio in virtù del suo ruolo, poiché tutti i santuari cristiani cattolici sono sotto la sua giurisdizione, la domenica delle Palme, Ielpo era con il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, quando sono stati bloccati dagli agenti israeliani di polizia mentre si recavano al Santo Sepolcro per la celebrazione della messa. Dal 28 febbraio, da quando è scoppiata la guerra con l’Iran, il Santo Sepolcro è chiuso all’esterno. Questo perché come molti altri luoghi in Israele, tra i quali la Spianata delle Moschee (per cui non è stato possibile per i musulmani celebrarvi il Ramadan) non è fornito di rifugio antimissilistico e, dal momento che i resti di missili intercettati sono caduti anche sul tetto di parte della Basilica, nessun fedele dall’esterno può entrarvi. Ma il Santo Sepolcro non è vuoto. Le comunità ortodosse, armene, copte e, soprattutto, dei francescani che ci vivono hanno sempre continuato a celebrare quotidianamente. Ielpo, infatti, è stato più volte dentro.
«La mia casa religiosa»
Ne abbiamo parlato direttamente con fra Francesco, anche perché la vicenda di domenica ha fatto molto rumore. «Preferisco non riaprire una polemica già abbondantemente discussa. E, soprattutto, non intendo prestare il fianco a strumentalizzazioni in senso antiebraico o antiisraeliano. Su questo, il cardinale Pizzaballa e io siamo stati espliciti. Ci siamo confrontati subito con le autorità competenti e abbiamo scelto la via del dialogo: vogliamo andare avanti in modo costruttivo, perché la libertà di culto di ogni confessione religiosa venga sempre tutelata». Eppure, sul piano storico e istituzionale, il custode qulcosa aggiunge. «Per più di settecento anni, la Custodia di Terra Santa ha vegliato sui principali Luoghi Santi, a cominciare dalla Basilica del Santo Sepolcro, che condividiamo con la Chiesa greco-ortodossa e con quella apostolica armena. È una presenza ininterrotta, radicata nel tempo, che le autorità succedutesi nel governo di questa terra hanno sempre riconosciuto. I frati francescani hanno pregato e vissuto nel Santo Sepolcro senza mai fermarsi, nemmeno nei momenti più bui, nemmeno durante le guerre. Questa continuità non è solo un segno di fedeltà: è parte costitutiva della vita della Chiesa in questi luoghi. Va da sé, quindi, che il custode di Terra Santa, in quanto superiore della Basilica, non abbia bisogno del permesso della polizia per varcare quella soglia. Quella è, a tutti gli effetti, la mia casa religiosa. Non è una prerogativa conquistata di recente, ma un diritto sancito da secoli».
Archiviata la questione, ci troviamo di fronte a un’altra Pasqua segnata dalla guerra. «Le ferite sono profonde, e riguardano cristiani e fedeli di ogni religione. Eppure il messaggio pasquale non smette di interpellarci: deporre le armi non significa arrendersi, offrire il perdono non equivale a una sconfitta, e la morte non ha l’ultima parola. Qui, dove la guerra, la violenza e la paura sono realtà quotidiane, la risurrezione di Cristo non suona come una formula astratta. È un appello concreto a cambiare prospettiva: smettere di farsi guidare dalla logica del mondo e imparare a guardare la storia con gli occhi di Dio». Per fra Francesco Ielpo, è anche la prima Pasqua in Terra Santa come custode, dopo aver sostituito padre Francesco Patton. «Cerco di vivere questi giorni cercando di entrare davvero dentro la storia che celebriamo, senza chiedermi cosa tocchi fare agli altri, ma cosa Dio chieda a me. Resto convinto di essere uno strumento, non il fulcro. Il cuore pulsante sono le nostre comunità».
Dal Libano alla Siria
A proposito di comunità: la settimana scorsa il custode di Terra Santa ha visitato quella libanese, e prima ancora quella siriana. Due realtà che vivono stagioni di grande sofferenza. «Ho voluto essere presente per testimoniare concretamente la nostra vicinanza. Il quadro è sconfortante. Eppure, in entrambi i casi, ho trovato una vitalità spirituale che mi ha colpito: per queste comunità la Pasqua non è una ricorrenza tra le altre, è un evento che tiene insieme tutto. La fede che esprimono, nonostante tutto, è un patrimonio prezioso per l’intera cristianità. I conflitti lacerano i corpi, ma anche l’anima: lasciano dietro di sé cicatrici, sospetti, spirali di odio difficili da spezzare. E poi c’è la solitudine, forse il peso più insopportabile. Sapere che qualcuno cammina con te nel buio fa differenza: per questo continuiamo a stare qui». La Custodia opera in contesti durissimi, ma trova sempre un modo per sostenere le comunità. «Assistiamo chiunque abbia bisogno: bambini, anziani, uomini e donne, senza distinzione di fede. In Libano i nostri conventi hanno accolto famiglie sfollate di religione sciita. Le nostre scuole, come quella di Gerico, sono aperte a studenti non cristiani. Il nostro riferimento è la persona in sé, perché in ciascuno riconosciamo il volto di Cristo, al di là dell’appartenenza religiosa, dell’età o della provenienza. Non è semplice: la pandemia prima, i conflitti poi, hanno messo a dura prova la nostra capacità di gestione. E la quasi totale assenza di pellegrini, che rappresentano una risorsa economica fondamentale, aggrava la situazione. Contiamo sulla Provvidenza e sulla generosità di chi ci è vicino, in particolare attraverso la colletta del Venerdì Santo, che i Papi hanno tradizionalmente destinato al sostegno della Chiesa in Terra Santa».