Il vertice Trump-Xi Jinping

«Le forti tensioni con la Cina non aiutano gli Stati Uniti»

Alessandro Volpi, associato di Storia contemporanea all'Università di Pisa, spiega perché dentro la crisi del sistema capitalistico Pechino sia in questa fase potenzialmente più forte di Washington
Durante il suo primo mandato presidenziale, Donald Trump ha incontrato quattro volte il leader cinese Xi Jinping. ©Susan Walsh
Dario Campione
29.10.2025 06:00

Domani, in Corea del Sud, i presidenti di USA e Cina si incontrano per siglare una tregua nella guerra finanziaria e commerciale in atto tra i due Paesi. Per comprendere meglio lo scenario il Corriere del Ticino ha intervistato Alessandro Volpi, professore associato di Storia contemporanea all’Università di Pisa e autore del libro La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza, 2025).

Professor Volpi, perché il presidente degli Stati Uniti si è schierato contro la grande finanza internazionale? E qual è il suo vero obiettivo politico?
«Gli ultimi anni hanno visto un rafforzamento della capacità di alcuni grandi gruppi di raccogliere i risparmi globali, e quindi di possedere molta liquidità. Penso a BlackRock, a Vanguard, a State Street, ovvero i grandi fondi che rastrellano il risparmio degli statunitensi, lo indirizzano verso le Borse del Paese, comprano titoli e sono azionisti di gran parte delle società americane. Fondi che hanno avuto uno stretto rapporto con le amministrazioni democratiche. Il presidente Donald Trump è invece interprete di quella finanza che vorrebbe rompere questo schema di monopolio del risparmio e puntare, piuttosto, a un mercato nel quale sono, ad esempio, molto presenti le criptovalute. Un mercato in cui è possibile fare speculazioni anche più azzardate; e nel quale il costo del denaro sia decisamente più basso di quello attualmente praticato dalla Federal Reserve».

Di chi stiamo parlando?
«Di un gruppo di soggetti finanziari dei quali Elon Musk era, in origine, l’interprete; ma anche di Peter Thiel (il mentore del vicepresidente JD Vance, ndr), di Larry Harrison di Oracle. E di altri che poi Trump ha inserito in alcuni posti chiave. Penso a Scott Bessent, oggi ministro del Tesoro; e ad Howard Lutnick, ora ministro del Commercio. Entrambi legatissimi a questa finanza più spregiudicata, più aggressiva, nella quale le criptovalute e le speculazioni di breve periodo sono decisamente più avanzate».

Questo scontro può generare conseguenze negative? Ci sono rischi? E Quali?
«È uno dei temi sollevati da chi guida questi stessi grandi fondi: penso a Larry Fink, di BlackRock, o a Jamie Dimon, presidente di JP Morgan. La finanza che oggi gestisce il risparmio di milioni di americani, e anche di centinaia di migliaia di europei, con la sua capacità di mobilitazione della liquidità riesce a garantire il valore dei titoli, e rende solido un mercato finanziario che sarebbe pericolosissimo destabilizzare. E in effetti, è ciò che abbiamo visto nei primi mesi dopo il secondo insediamento di Donald Trump, e poi, ancora, dopo la dichiarazione del 2 aprile scorso sui dazi alla Casa Bianca. Il mercato americano è diventato molto più turbolento, tanto è vero che i grandi fondi hanno cominciato a guardare al mercato europeo come possibile variabile sostitutiva. Quindi, è indubbio che la guerra interna al capitalismo finanziario americano e le posizioni di Trump generino un’incertezza che può avere conseguenze pesanti. A questo, va però aggiunto un altro elemento».

Quale?
«I grandi gruppi, con la loro gestione del risparmio monopolistica, hanno incontrato crescenti ostilità all’interno del sistema americano. Ostilità su cui Trump ha lavorato in termini di consenso. Avere 3 o 4 fondi che gestiscono l’intero risparmio vuol dire, ad esempio, che tutte o quasi le polizze sanitarie degli americani sono contratte con società riconducibili a questi grandi gestori. Qualcosa che ha reso più costoso, e spesso anche molto più incerto, il sistema sanitario. La forza del gestore ha permesso prevaricazioni nei confronti dell’utente risparmiatore, generando una profonda animosità che Trump ha interpretato promettendo: “Creeremo una Wall Street diversa; non faremo i camerieri di Wall Street”».

E, per farlo, si è appoggiato alla “nuova finanza”.
«Sì. Il punto è che si tratta di attori tutti molto bisognosi dell’aiuto pubblico. Peter Thiel è a capo di Palantir, che vive di commesse del Pentagono; per i suoi satelliti, Musk ha stretti legami con la spesa militare USA; così come tutta la partita dell’intelligenza artificiale che interessa gente come Larry Harrison o Sam Altman di OpenAI. Lo scontro interno rischia da un lato di mettere in grande tensione, come sta avvenendo, il sistema finanziario americano; dall’altro, però, è in parte motivato proprio da quell’eccesso di monopolio che ora Trump vorrebbe provare a disgregare, anche con l’intervento dello Stato».

Tutto questo con un debito pubblico che cresce a dismisura.
«Infatti, è il problema decisivo. L’azione di Trump ha un limite profondo, che peraltro egli eredita soprattutto dal passato: un debito pubblico federale gigantesco, che ormai supera i 37.500 miliardi di dollari ed è attorno al 117% del PIL. Immaginare una politica di intervento pubblico a sostegno di una parte dei propri capitalisti è un’operazione che rischia di far saltare la tenuta del debito americano e del dollaro, che difatti in questo momento è in profonda asfissia. È un progetto molto ambizioso, di cui i dazi sono l’inevitabile corollario».

Domani Trump vede Xi Jinping, il leader di un sistema-Paese che si amplia e cerca alleanze ovunque, nel Sud globale ma non solo. La Cina è anche l’unico Paese che ha risposto a Trump in modo duro sulla politica dei dazi.
«Già oggi la Cina ha una condizione per molti versi di superiorità rispetto agli Stati Uniti. Il suo sistema produttivo si è sviluppato rapidamente, e parte di questo sistema è destinato a produrre beni per i marchi americani. Penso soprattutto alla tecnologia. La Cina, inoltre, dispone delle terre rare, che sono assolutamente indispensabili per qualsiasi processo produttivo degli Stati Uniti. È quindi evidente come Pechino sia in una condizione di forza e sia destinata pure a rafforzarsi».

È vero che la Cina detiene una grande quota del debito americano? E che cosa significa in termini di politica finanziaria?
«Non è più vero come una volta. La Cina, nel corso degli ultimi anni - già con il primo mandato di Donald Trump e, poi, con l’amministrazione di Joe Biden - si è emancipata dagli Stati Uniti. Se prendiamo il volume complessivo degli scambi cinesi con Washington, non raggiungiamo il 7% del totale. Un decennio fa questa quota era quasi del 20%. I cinesi si sono anche progressivamente liberati del debito pubblico americano, e continuano a farlo».

La Cina ha insomma sempre meno bisogno degli Stati Uniti.
«È così. Pechino ha stabilito con la Russia di Vladimir Putin una rete di scambi che prima non esisteva per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico. Prima acquistava i cereali negli USA, ora comincia a farlo in realtà diverse, persino nell’Argentina di Milei. Quindi, è chiaro che la Cina ha molto meno bisogno degli Stati Uniti di quanto gli Stati Uniti non abbiano bisogno della Cina. E le politiche di tensione commerciale non possono certamente migliorare lo stato delle cose per gli USA. Aggiungerei un ultimo dato che, in fondo, è una riflessione: ormai, l’unico legame che tiene insieme Cina e USA è il dollaro».

La domanda è: perché lo fanno? Il dollaro non è più una valuta stabile, ha perso il 12% nel giro di sei mesi. Perché Pechino non accelera sul processo di sganciamento dal dollaro?
«Probabilmente, perché in questo momento non esiste ancora una vera alternativa al biglietto verde, e questa è una delle ancore di salvataggio dello stesso Trump. I cinesi temono che un rapido indebolimento del dollaro possa creare una catastrofe nell’economia americana, e non solo. E quindi vogliono evitare, essendo loro in una posizione di forza, che questo avvenga. Puntano a una graduale transizione verso un processo di marginalizzazione degli Stati Uniti che però si compia senza una devastante crisi finanziaria ed economica».