Le imprese svizzere tra dazi e guerre: «Ordini rallentati, investimenti in calo»

Chi si aspettava che l’amministrazione Trump archiviasse il capitolo «dazi» dopo la battuta d’arresto subita con la sentenza della Corte Suprema dovrà ricredersi. Dopo aver rilanciato la propria politica protezionistica lo scorso 11 marzo, aprendo un’indagine commerciale per presunte pratiche sleali contro 16 Paesi (tra cui la Svizzera), il Governo americano giovedì ha annunciato nuove tariffe doganali.
La decisione americana prevede dazi del 100% sui prodotti farmaceutici delle società che non hanno raggiunto accordi con gli Stati Uniti; e una rimodulazione dei dazi esistenti sui metalli. Nello specifico, i prodotti finiti contenenti una percentuale significativa di acciaio, alluminio o rame saranno soggetti a tariffe del 25% proporzionali al loro contenuto.
«Il presidente USA non può certo perdere la faccia su uno dei pilastri fondamentali della sua politica economica», ha commentato al Corriere del Ticino il direttore di AITI, Stefano Modenini. «Pertanto egli continua imperterrito con la sua politica protezionistica evocando il motivo di proteggere la sicurezza nazionale americana».
L’impatto sulla Svizzera
Secondo l’ordine esecutivo pubblicato dalla Casa Bianca, le importazioni farmaceutiche elvetiche dovrebbero essere toccate da un’aliquota ridotta del 15%, come confermato anche dal Consiglio federale. Il quale, ieri, si è detto «rammaricato» per la decisione dell’amministrazione Trump. Al tempo stesso, il Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca (DEFR), guidato da Guy Parmelin, ha riconosciuto che gli USA, applicando l’aliquota massima del 15%, hanno rispettato l’impegno assunto nell’ambito della dichiarazione d’intenti congiunta del 14 novembre scorso. Sulle esportazioni provenienti dall’Unione europea e dalla Svizzera verrebbero quindi applicati gli stessi dazi supplementari. Il che significa che i prodotti farmaceutici elvetici, che finora erano stati esclusi dall’aggravio tariffale, non risulterebbero penalizzati rispetto a quelli comunitari.
Al riguardo Interpharma, l’associazione delle aziende farmaceutiche svizzere, ha tuttavia esortato il Consiglio federale a impegnarsi per ottenere «almeno una soluzione equivalente a quella concessa al Regno Unito», ossia un’aliquota del 10%. «I dazi imposti dagli Stati Uniti – si legge in una nota – mettono a rischio le catene globali di produzione, ostacolano la ricerca e danneggiano i pazienti in tutto il mondo. La decisione potrebbe inoltre avere ripercussioni sulla sicurezza dell’approvvigionamento».
L’accordo dei colossi
Le misure doganali annunciate da Trump per i prodotti farmaceutici entreranno in vigore tra 120 giorni per le grandi imprese, e tra 180 giorni per le aziende più piccole. «Le ripercussioni per il settore non sono al momento chiare», prosegue Interpharma, che ricorda come i colossi Roche e Novartis, lo scorso dicembre, avessero raggiunto un accordo con il Governo USA. Embrambi si sono infatti impegnati a ridurre il prezzo di alcuni farmaci, in cambio è stata prospettata un’esenzione per tre anni.
«Se si dovesse restare entro il limite del 15%, si tratterebbe di oneri che potrebbero essere assorbiti; qualora invece si andasse oltre – sono stati ventilati dazi fino al 100% – la situazione cambierebbe radicalmente, diventando molto grave per uno dei settori chiave della nostra economia», ha commentato dal canto suo Modenini. Secondo il direttore di AITI, il messaggio dell’amministrazione USA è chiaro: «In futuro, se volete vendere negli Stati Uniti, sarete soggetti a continui controlli sul peso del mercato americano nelle vostre vendite».
Attesi chiarimenti
Che dire, invece, del settore metalmeccanico? I nuovi dazi al 25% annunciati sui metalli lavorati riguarderanno anche le aziende svizzere? «Dobbiamo ancora esaminare attentamente tutti i dettagli, ma il continuo richiamo da parte di Trump a misure giustificate da motivi di sicurezza nazionale lascia intravedere la possibilità che la Corte Suprema possa nuovamente dichiarare inammissibili questi dazi, quantomeno sulla base giuridica finora adottata». In ogni caso, prosegue Modenini, da lunedì i settori che utilizzano questi metalli (acciaio, alluminio o rame) saranno soggetti alle nuove tariffe, così almeno secondo il decreto firmato dal presidente USA. «Poi vedremo che cosa succederà nel passaggio della frontiera e a livello legale».
Ordini rallentati o sospesi
Al netto dei dazi, l’intera industria sta comunque attraversando una fase complessa. «Il settore è esposto in larga misura ai mercati internazionali, mentre la congiuntura sta rapidamente evolvendo in senso negativo a seguito della guerra in Medio Oriente e delle diverse instabilità a livello globale». Ciò non significa che l’economia si stia fermando, ma certamente sta rallentando. «Gli ordini dei clienti vengono rallentati o sospesi; inoltre aumentano i costi a carico delle aziende, in particolare quelli legati all’energia. Si riducono anche gli investimenti, spesso a causa della minore disponibilità di risorse finanziarie». In un contesto simile produrre e vendere con una prospettiva oltre i sei mesi diventa semplicemente una scommessa. «I settori MEM e metalmeccanica sono forse quelli più in difficoltà. Anche il settore farmaceutico è esposto all’incertezza e deve pure confrontarsi a cambiamenti tecnologici strutturali di non poco conto». Il peso grava soprattutto sulle PMI di questi rami di attività e di altri settori economici.
Effetti a lungo termine
Gli effetti negativi della guerra nel Golfo, sono quindi già visibili e si traducono, come detto, in nuovi aumenti di costi a carico delle imprese. «Tutto dipende da quando finiranno i conflitti, in particolare quello in Medio Oriente che ha un effetto diretto sul costo dell’energia e sui trasporti e mette in difficoltà la catena logistica e di acquisizione delle materie prime». Se tutto si conclude nel giro di poche settimane allora gli aumenti di costi potranno essere riassorbiti, seppur dolorosamente, avverte Modenini. «Se invece l’instabilità permane nei prossimi mesi, allora dietro l’angolo c’è il pericolo di una fiammata dell’inflazione che potrebbe portarci in una fase di recessione. Tutto ciò colpirebbe beninteso l’economia mondiale, dunque anche gli Stati Uniti».
Inchiesta commerciale, Berna respinge le accuse
Accanto alla nuova decisione dell’amministrazione Trump di introdurre dazi supplementari sull’importazione di farmaci svizzeri, il Consiglio federale si trova anche a far fronte all’inchiesta commerciale annunciata dagli Stati Uniti l’11 marzo scorso. L’indagine, che coinvolge complessivamente 16 Paesi partner, tra cui la Svizzera, mira a verificare se le politiche e le pratiche di questi Paesi sono discriminatorie o limitano il commercio statunitense.
L’inchiesta è condotta ai sensi della Sezione 301 del Trade Act, che conferisce al presidente degli Stati Uniti ampi poteri per imporre dazi sanzionatori o altre misure restrittive in ambito commerciale. La decisione americana si inserisce nella scia delle contromisure adottate dall’amministrazione Trump dopo che, il 20 febbraio, la Corte Suprema ha annullato i dazi generali sulle importazioni. Ancora una volta, l’obiettivo dichiarato è quello di correggere gli squilibri della bilancia commerciale statunitense e contenere i deficit.
In sostanza, l’indagine dovrà esaminare eventuali «capacità produttive in eccesso», ritenute tra le cause dei deficit commerciali degli Stati Uniti e di possibili distorsioni della concorrenza.
Come precisato dal Consiglio federale, il procedimento si articola in due filoni: il primo riguarda una presunta sovraccapacità industriale e le sue cause; il secondo si concentra su eventuali lacune nell’adozione o nell’attuazione di misure volte a impedire l’importazione di merci prodotte con lavoro forzato.
Il Consiglio federale respinge le accuse e, all’inizio della settimana, ha deciso di adottare le misure necessarie per far valere la posizione della Svizzera nell’ambito della procedura statunitense, ribadendo la correttezza del proprio quadro normativo e delle pratiche commerciali.
