Le Pen, condanna confermata, ma può presentarsi nel 2027

Di risvegliarsi dai suoi sogni presidenziali, Marine Le Pen non ne vuole proprio sapere. Così, la leader del Rassemblement National spiazza tutti e annuncia la sua candidatura alla corsa per l’Eliseo del 2027 dopo che la Corte di Appello di Parigi ha alleggerito la condanna che le era stata inflitta lo scorso anno nell’ambito del processo per sottrazione di fondi europei. «Questa sera sono candidata alle elezioni presidenziali», ha detto Le Pen al telegiornale delle 20.00 di TF1, garantendo che «non c’è più alcun scenario» che potrebbe impedirle la discesa in campo. La decisione è stata presa dopo che in secondo grado l’ormai candidata all’Eliseo ha visto la pena scendere a tre anni di carcere, di cui due con la condizionale e uno con il braccialetto elettronico, e 15 mesi di ineleggibilità, già scontati. Una condanna ben più leggera rispetto a quella in primo grado, che prevedeva quattro anni di prigione, di cui due con la condizionale, una multa di 100mila euro e, soprattutto, un’interdizione dai pubblici uffici di cinque anni con applicazione immediata.
Il verdetto, di per sé, avrebbe permesso alla principale esponente dell’estrema destra francese di scendere in campo. Peccato che nei giorni scorsi era stata la diretta interessata a escludere la possibilità di fare campagna portando il braccialetto elettronico. Parole che avevano lasciato intendere un passaggio di consegne al delfino Jordan Bardella, anche lui in alto nei sondaggi (sono entrambi al di sopra della soglia del 30%). Per aggirare l’ostacolo, Le Pen ha annunciato il ricorso in Cassazione. «Questo sospende le pene pronunciate dalla Corte», ha spiegato, ribadendo la volontà di difendere la propria «innocenza» fino alla fine. Un escamotage che le consentirà di fare campagna senza portare il dispositivo previsto per la libertà vigilata, anche se adesso per la pretendente all’Eliseo si apre una corsa contro il tempo. Gli alti magistrati, infatti, dovrebbero rendere il loro verdetto all’inizio del 2027, quando la corsa elettorale sarà entrata nel vivo. La conferma della sentenza dell’appello potrebbe essere un argomento utilizzato da Le Pen, che in questo modo denuncerebbe un’ingerenza nel processo elettorale da parte della giustizia. A quel punto la condanna sarà «definitiva» ma bisognerà tornare davanti a un giudice, che «convocherà» Le Pen prima della «applicazione o no del famoso braccialetto», ha spiegato il suo avvocato, Rodolphe Bosselut. Adesso si apre una finestra di dieci giorni, durante i quali è possibile presentare il ricorso.
E Bardella? Per lui un «ticket vincente», ha promesso la sua beniamina, spiegando che in caso di vittoria il prossimo anno sarà lui a coprire il ruolo di primo ministro. «Siamo complementari, ci siamo preparati», ha spiegato Le Pen, affermando di aver offerto ai suoi connazionali un «binomio».
Una decisione, quella annunciata dalla leader dell’estrema destra francese, maturata insieme ai suoi fedelissimi, riuniti nella sede del RN, durante un incontro durato tutto il pomeriggio, per ben quattro ore, tenutosi subito dopo la lettura della sentenza nel tribunale di Parigi. «I fatti sono gravi», ha più volte ripetuto la presidente della Corte d’Appello, Michèle Agi, parlando della sottrazione dei fondi europei avvenuta tra il 2004 e il 2016 da parte del Front National (poi diventato Rassemblement National), per coprire le spese del partito.
In aula era presente anche la principale accusata. Solamente al termine dell’annuncio, Le Pen ha lasciato il foro, scura in volto, per raggiungere i suoi. Neanche una parola ai tanti giornalisti che aspettavano e speravano in un annuncio immediato. A parlare ci ha pensato solo il legale, che ha descritto un verdetto «parzialmente» soddisfacente. Contento anche l’avvocato che rappresentava il Parlamento europeo, Patrick Maisonneuve, nonostante la condanna sia stata più lieve rispetto a quella dello scorso anno: «La Corte ha confermato la sottrazione di fondi pubblici».
Infuriata, per contro, la classe politica. Soprattutto gli altri pretendenti all’Eliseo, che hanno denunciato una strumentalizzazione delle istituzioni a fini personali. L’ex premier Edouard Philippe, oggi sindaco di Le Havre, ha chiesto spiegazioni alla rivale, mentre Gabriel Attal, anche lui in passato primo ministro, ha ricordato che «l’esemplarità e l’integrità sono i valori più importanti». Il tribuno dell’estrema sinistra, Jean-Luc Melenchon, ha definito Le Pen «meschina». Il rivale numero uno della leader del Rassemblement National, Emmanuel Macron, non ha invece commentato, affermando da Damasco, dove si trovava in visita, che è «sano per la democrazia» evitare commenti sulle «decisioni della giustizia» da parte di un presidente. Ma la questione è lontana dall’essere chiusa e quello di ieri appare come l’ennesimo capitolo di un affaire la cui fine ancora non è stata scritta.