«L'eccezionalità di Donald Trump non spiega da sola quanto sta succedendo nel mondo»

Francesco Niccolò Moro è ordinario di Scienza politica all’Università di Bologna e direttore del dipartimento di Scienze politiche e sociali. Si occupa da anni di relazioni internazionali, violenza collettiva e politiche di sicurezza e difesa.
Professor Moro, l’abbordaggio in
acque internazionali della petroliera “Marinera” sembra sancire, una volta di
più, l’esistenza di un mondo senza regole nel quale le grandi potenze agiscono
come credono. È così?
«Per 30 anni, dopo la fine della
guerra fredda, abbiamo vissuto in un sistema internazionale di matrice liberale
le cui regole hanno garantito un certo ordine. L’espressione inglese che lo
definisce è rule based international order. Oggi siamo di fronte a un
cambiamento di sistema. Siamo in un nuovo mondo, nel quale vari Stati
importanti, gli stessi che di quest’ordine erano stati i principali fautori,
stanno modificando il proprio comportamento e agiscono in maniera più
unilaterale. Anche se, va detto, l’unilateralismo e la disattenzione alle
regole ci sono spesso stati anche in passato».
Che cosa è cambiato, allora?
«Rispetto a 30 anni fa, alcune
potenze sono nel frattempo cresciute, la Cina in primo luogo; altre sono
diventate più aggressive, assertive, e mi riferisco alla Russia. In generale, c’è
una maggiore frammentazione del potere e una maggiore contestazione delle
stesse da parte degli attori in campo. Gli USA - e non solo loro, in verità -
hanno talvolta disegnato alcune di queste regole sulla base dei propri
interessi e per giustificare o legittimare le azioni spesso unilaterali. Tutti
ricordano l’intervento nel 2003, prima dell’attacco all’Iraq, del segretario di
Stato Colin Powell al consiglio di sicurezza dell’ONU».
Significa che c’è, comunque, una
continuità in grado di spiegare il cambiamento in atto?
«Credo che ci siano molte cesure ma
– proprio perché queste sono così visibili – sia opportuno sottolineare il
legame fra quanto accaduto nel trentennio successivo alla fine della guerra
fredda e ciò che succede oggi».
Ma le scelte di Donald Trump sono
il punto di arrivo di politiche avviate o condivise dalle precedenti
amministrazioni repubblicane e democratiche?
«Da un punto di vista analitico si
può vedere in due modi: la prima è ammettere - ed è impossibile non farlo - che
Trump rappresenta un’eccezionalità: nel lessico, nelle modalità che utilizza
per portare avanti certe politiche, nella disattenzione completa a consessi
multilaterali quali ONU o NATO come luoghi se non altro di legittimazione e di
dibattito. La seconda è riconoscere che questi elementi sono anche il portato
di una serie di fratture occorse negli anni all’interno della politica estera
americana: una maggiore disattenzione o distanza dall’Europa non sono una
novità, anche se l’attuale amministrazione ha trasformata un allontanamento
soft in qualcosa di conflittuale. Si vede chiaramente nel dibattito sulla
questione della Groenlandia, per esempio, o sulla guerra in Ucraina. Certo, i
predecessori di Trump erano più attenti al lessico, ai modi, alle forme.
Ma un certo allontanamento dall’Europa, o l’idea che l’Asia sarebbe stata
al centro del futuro interesse strategico americano, erano già chiari con altre
amministrazioni».
Quindi non si può leggere Trump
soltanto con la lente dell’affermazione, o della riaffermazione, di una volontà
di potenza.
«Ci sono, come dire, possibili
visioni diverse. Io credo che si debba ragionare su due livelli: il piano
internazionale e il piano domestico. Sul piano internazionale, le ultime azioni
sembrano dimostrare la volontà degli USA di rimarcare il proprio potere e la
propria posizione in una forma sostanzialmente svincolata da regole. Gli Stati
Uniti hanno interessi, vivono in una situazione di forte competizione
geopolitica e la risposta di questa amministrazione è di non farsi più
vincolare dal parere degli alleati minori. In tale contesto, la crescita cinese
è vista come una ragione che giustifica il maggiore unilateralismo, perché
richiede risposte più forti di quelle del ventennio o trentennio precedenti».
E sul piano domestico?
«Gli Stati Uniti sono profondamente
cambiati. L’amministrazione Trump rappresenta o ha rappresentato, se non altro
nel novembre del 2024, una risposta che molti elettori, in aree diverse del
Paese, hanno trovato convincente. Quando si vota per un presidente si vota per
un pacchetto dentro il quale ci sono molti elementi, anche divergenti».
Professor Moro, è corretto
affermare che Trump, con le sue scelte, abbia ribadito, nei fatti, una sorta di
tripartizione del mondo in sfere d’influenza di USA, Cina e Russia? E dopo
quanto accaduto in Venezuela, un eventuale intervento cinese a Taiwan lascerebbe
indifferenti gli USA?
«Analizziamo decisioni spesso
difficili da interpretare dato che, come detto prima, l’amministrazione di
Washington non sembra ricorrere più ai canoni tradizionali dell’agire politico
o diplomatico. Gli elementi di imprevedibilità sono molti. Tuttavia, il
supporto americano a Taiwan finora è stato mantenuto, non ci sono state cioè
modifiche sostanziali. Anche per questo, non vedo il ritorno a una visione del
mondo diviso per sfere di influenza. Gli Stati Uniti vogliono sicuramente
mantenere, ribadire e accrescere la propria influenza sull’emisfero
occidentale, ma non hanno mai legittimato gli altri a fare altrettanto. Non
penso, quindi, che la Cina si senta autorizzata a invadere Taiwan. Peraltro, le
scelte di Pechino sull’isola non dipendono dal fatto che gli Stati Uniti siano
più o meno rispettosi di alcune norme internazionali, le valutazioni sono
sicuramente altre».
E come spiega l’insistenza, oltre
ogni limite, sulla Groenlandia?
«Nell’ultimo documento sulla
National Security Gli USA hanno ribadito l’importanza di mantenere l’emisfero
occidentale sotto il proprio controllo. La Groenlandia fa parte di questa
grande massa, in qualche modo più di quanto faccia parte dell’Europa. Il problema
sta nel rapporto con il Vecchio continente. Washington ha sempre dominato
l’Alleanza atlantica, sin dalla fondazione, imponendo la propria sostanziale
egemonia in cambio di benefici e sicurezza. Qualcosa che adesso è messo
completamente in discussione, insieme con la narrazione di una dinamica e di un
futuro condivisi».
