L'intervista

«L'eccezionalità di Donald Trump non spiega da sola quanto sta succedendo nel mondo»

Francesco Niccolò Moro è ordinario di Scienza politica all’Università di Bologna e direttore del dipartimento di Scienze politiche e sociali - Si occupa da anni di relazioni internazionali, violenza collettiva e politiche di sicurezza e difesa
La petroliera Bella 1 sequestrata ieri dagli Stati Uniti in acque internazionali. ©Hakon Rimmereid
Dario Campione
07.01.2026 20:45

Francesco Niccolò Moro è ordinario di Scienza politica all’Università di Bologna e direttore del dipartimento di Scienze politiche e sociali. Si occupa da anni di relazioni internazionali, violenza collettiva e politiche di sicurezza e difesa.

Professor Moro, l’abbordaggio in acque internazionali della petroliera “Marinera” sembra sancire, una volta di più, l’esistenza di un mondo senza regole nel quale le grandi potenze agiscono come credono. È così?
«Per 30 anni, dopo la fine della guerra fredda, abbiamo vissuto in un sistema internazionale di matrice liberale le cui regole hanno garantito un certo ordine. L’espressione inglese che lo definisce è rule based international order. Oggi siamo di fronte a un cambiamento di sistema. Siamo in un nuovo mondo, nel quale vari Stati importanti, gli stessi che di quest’ordine erano stati i principali fautori, stanno modificando il proprio comportamento e agiscono in maniera più unilaterale. Anche se, va detto, l’unilateralismo e la disattenzione alle regole ci sono spesso stati anche in passato».

Che cosa è cambiato, allora?
«Rispetto a 30 anni fa, alcune potenze sono nel frattempo cresciute, la Cina in primo luogo; altre sono diventate più aggressive, assertive, e mi riferisco alla Russia. In generale, c’è una maggiore frammentazione del potere e una maggiore contestazione delle stesse da parte degli attori in campo. Gli USA - e non solo loro, in verità - hanno talvolta disegnato alcune di queste regole sulla base dei propri interessi e per giustificare o legittimare le azioni spesso unilaterali. Tutti ricordano l’intervento nel 2003, prima dell’attacco all’Iraq, del segretario di Stato Colin Powell al consiglio di sicurezza dell’ONU».

Significa che c’è, comunque, una continuità in grado di spiegare il cambiamento in atto?
«Credo che ci siano molte cesure ma – proprio perché queste sono così visibili – sia opportuno sottolineare il legame fra quanto accaduto nel trentennio successivo alla fine della guerra fredda e ciò che succede oggi».

Ma le scelte di Donald Trump sono il punto di arrivo di politiche avviate o condivise dalle precedenti amministrazioni repubblicane e democratiche?
«Da un punto di vista analitico si può vedere in due modi: la prima è ammettere - ed è impossibile non farlo - che Trump rappresenta un’eccezionalità: nel lessico, nelle modalità che utilizza per portare avanti certe politiche, nella disattenzione completa a consessi multilaterali quali ONU o NATO come luoghi se non altro di legittimazione e di dibattito. La seconda è riconoscere che questi elementi sono anche il portato di una serie di fratture occorse negli anni all’interno della politica estera americana: una maggiore disattenzione o distanza dall’Europa non sono una novità, anche se l’attuale amministrazione ha trasformata un allontanamento soft in qualcosa di conflittuale. Si vede chiaramente nel dibattito sulla questione della Groenlandia, per esempio, o sulla guerra in Ucraina. Certo, i predecessori di Trump erano più attenti al lessico, ai modi, alle forme.  Ma un certo allontanamento dall’Europa, o l’idea che l’Asia sarebbe stata al centro del futuro interesse strategico americano, erano già chiari con altre amministrazioni».

Quindi non si può leggere Trump soltanto con la lente dell’affermazione, o della riaffermazione, di una volontà di potenza.
«Ci sono, come dire, possibili visioni diverse. Io credo che si debba ragionare su due livelli: il piano internazionale e il piano domestico. Sul piano internazionale, le ultime azioni sembrano dimostrare la volontà degli USA di rimarcare il proprio potere e la propria posizione in una forma sostanzialmente svincolata da regole. Gli Stati Uniti hanno interessi, vivono in una situazione di forte competizione geopolitica e la risposta di questa amministrazione è di non farsi più vincolare dal parere degli alleati minori. In tale contesto, la crescita cinese è vista come una ragione che giustifica il maggiore unilateralismo, perché richiede risposte più forti di quelle del ventennio o trentennio precedenti».

E sul piano domestico?
«Gli Stati Uniti sono profondamente cambiati. L’amministrazione Trump rappresenta o ha rappresentato, se non altro nel novembre del 2024, una risposta che molti elettori, in aree diverse del Paese, hanno trovato convincente. Quando si vota per un presidente si vota per un pacchetto dentro il quale ci sono molti elementi, anche divergenti».

Professor Moro, è corretto affermare che Trump, con le sue scelte, abbia ribadito, nei fatti, una sorta di tripartizione del mondo in sfere d’influenza di USA, Cina e Russia? E dopo quanto accaduto in Venezuela, un eventuale intervento cinese a Taiwan lascerebbe indifferenti gli USA?
«Analizziamo decisioni spesso difficili da interpretare dato che, come detto prima, l’amministrazione di Washington non sembra ricorrere più ai canoni tradizionali dell’agire politico o diplomatico. Gli elementi di imprevedibilità sono molti. Tuttavia, il supporto americano a Taiwan finora è stato mantenuto, non ci sono state cioè modifiche sostanziali. Anche per questo, non vedo il ritorno a una visione del mondo diviso per sfere di influenza. Gli Stati Uniti vogliono sicuramente mantenere, ribadire e accrescere la propria influenza sull’emisfero occidentale, ma non hanno mai legittimato gli altri a fare altrettanto. Non penso, quindi, che la Cina si senta autorizzata a invadere Taiwan. Peraltro, le scelte di Pechino sull’isola non dipendono dal fatto che gli Stati Uniti siano più o meno rispettosi di alcune norme internazionali, le valutazioni sono sicuramente altre».

E come spiega l’insistenza, oltre ogni limite, sulla Groenlandia?
«Nell’ultimo documento sulla National Security Gli USA hanno ribadito l’importanza di mantenere l’emisfero occidentale sotto il proprio controllo. La Groenlandia fa parte di questa grande massa, in qualche modo più di quanto faccia parte dell’Europa. Il problema sta nel rapporto con il Vecchio continente. Washington ha sempre dominato l’Alleanza atlantica, sin dalla fondazione, imponendo la propria sostanziale egemonia in cambio di benefici e sicurezza. Qualcosa che adesso è messo completamente in discussione, insieme con la narrazione di una dinamica e di un futuro condivisi».