L’effetto Hormuz spaventa l’Europa

Nel marasma delle dichiarazioni, spesso anche contraddittorie, rilasciate dal presidente Trump sugli obiettivi americani nella guerra contro l’Iran, c’è una frase estremamente chiara: «Forse prenderemo il controllo dello Stretto di Hormuz».
Quanto sia nevralgico questo passaggio marittimo per l’economia globale lo ricordano in queste ore i mercati: lunedì il prezzo del petrolio è schizzato oltre i 119 dollari al barile, prima di ripiegare questa mattina attorno agli 88 dollari.
Nella notte su martedì, Donald Trump dalla Florida ha cercato di rassicurare i mercati, sostenendo che la guerra contro l’Iran è «praticamente conclusa» e che gli Stati Uniti sono in anticipo rispetto alla tabella di marcia prevista per il conflitto. Una rassicurazione bilanciata in negativo dalle parole del CEO del colosso petrolifero statale saudita Aramco, Amin Nasser, il quale oggi ha evocato «conseguenze catastrofiche per i mercati petroliferi mondiali» qualora l’interruzione delle forniture dovesse proseguire.
Del resto, se c’è qualcosa che può davvero impensierire Trump e dettare i tempi dell’«operazione» militare americana è proprio il mercato, con Wall Street in prima linea, seguita dalle preoccupazioni politiche in chiave domestica legate all’impennata dei prezzi. Dall’inizio del conflitto, il prezzo della benzina negli USA è cresciuto del 17%, raggiungendo i 3,48 dollari al gallone. Un aumento che in vista delle elezioni di novembre rappresenta un campanello d’allarme piuttosto ingombrante per le forze repubblicane.
Non è forse un caso, neppure, che i primi screzi tra Israele e Stati Uniti abbiano riguardato proprio il petrolio andato in fumo a causa degli attacchi israeliani condotti a inizio settimana contro una trentina di giacimenti petroliferi iraniani. «Al presidente gli attacchi non piacciono. Trump vuole salvare il petrolio, non bruciarlo», ha commentato un consigliere del tycoon sul portale Axios.
Dal canto suo, l’Iran ha chiarito che spetterà a Teheran stabilire la durata del conflitto e che, soprattutto, non permetterà l’esportazione di petrolio finché la guerra continuerà. Sul rialzo del prezzo del greggio, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha precisato che «non è colpa di Teheran»: la produzione e il trasporto sono stati rallentati dagli attacchi israeliani e americani, che hanno reso la regione insicura. «Le petroliere evitano lo Stretto di Hormuz non perché chiuso dall’Iran, ma per i rischi legati alla situazione di instabilità».
La partita francese
Il secondo elemento degno di nota riguarda l’entrata in scena, nel Mediterraneo Orientale, della Francia che, senza sventolare la bandiera americana – anzi, ribadendo l’autonomia europea – si è detta pronta a fare la sua parte per garantire militarmente il passaggio delle petroliere attraverso lo stretto di Hormuz quando la situazione si sarà calmata. «Stiamo preparando una missione puramente difensiva per scortare le navi», ha dichiarato Macron. Quel tratto di mare, al pari del partenariato con i Paesi del Golfo, per l’Europa rappresenta una via vitale, tanto che Bruxelles non ha escluso un ulteriore potenziamento, nella regione, della missione di difesa Aspides, ingaggiata nel Mar Rosso in risposta agli scontri degli Houthi con le navi mercantili internazionali. Non stupisce neppure che oggi al piano francese si siano aggiunti anche i leader d’Italia, Regno Unito e Germania. Chiaramente un eventuale intervento europeo scombinerebbe i piani di Trump, il quale a sua volta aveva lanciato l’idea di assicurare il passaggio delle navi attraverso lo Stretto sulla scorta della Marina militare statunitense.
In questa linea che vede l’Europa entrare – in modalità difensiva – nello scacchiere delle relazioni energetiche del Golfo per tutelare i propri interessi economici, si inserisce anche l’intervento dell’aeronautica militare del Regno Unito che, per la prima volta dall’inizio del conflitto, martedì, ha abbattuto droni iraniani diretti verso la Giordania e il Bahrein.
Tassi di interesse
L’Europa, insomma, sta giocando la sua partita energetica, una partita non per forza allineata con gli Stati Uniti. Quel petrolio e quel gas naturale che non arrivano in Europa sono infatti essenziali per il Vecchio Continente. Non a caso Vladimir Putin si è detto pronto a garantire agli europei le forniture di greggio e gas necessarie a stabilizzare il mercato, con buona pace delle sanzioni di Bruxelles.
Intanto, numerosi esperti, ormai, sono allineati nel ritenere che un conflitto prolungato avrebbe gravi conseguenze sugli standard di vita in tutto il mondo. Goldman Sachs ha affermato che l’effetto del blocco navale ha già avuto «un impatto 17 volte maggiore rispetto al picco raggiunto nell’aprile del 2022 sulla produzione petrolifera russa dopo l’invasione dell’Ucraina». Altri analisti evocano scenari addirittura comparabili alla crisi finanziaria del 2008, nel caso in cui la crisi petrolifera dovesse perdurare. L’impennata del prezzo del greggio arriva infatti in una fase molto delicata per l’economia globale: le banche centrali si stavano infatti avvicinando alla fine del processo di normalizzazione dei tassi di interesse, dopo il ciclo di inasprimento più aggressivo degli ultimi decenni, in risposta all’invasione russa. I tagli attesi da molti analisti, ora, potrebbero tradursi, a causa dell’impennata dei prezzi dell’energia, in nuovi rialzi. È di oggi la notizia, anche in Svizzera, di un possibile ritocco verso l’alto del costo del denaro, soprattutto per i mutui a lungo termine.
Più in generale, molto di quello che accadrà nelle prossime settimane dipenderà dalla durata effettiva della chiusura dello Stretto, un rubinetto energetico che gli Stati Uniti vogliono controllare e il cui eventuale monopolio americano spaventa l’Europa già fortemente dipendente dagli USA per le forniture di gas liquefatto. Di certo, l’esperienza del 2022 ci ha insegnato quanto possano essere funesti gli effetti dell’aumento dei costi energetici e dei colli di bottiglia logistici sui prezzi al consumo. Questa volta, però, rischia di essere tutto molto più complicato.
