Politica

Lega e UDC, il diktat dal sapore esistenziale

Le condizioni poste da Marco Chiesa per tornare a discutere di un’alleanza con via Monte Boglia non convincono tutti i leghisti – Ufficialmente non prendono posizione sull’idea di convergere verso una nuova entità politica - Ma che cosa dicono i leghisti della prima ora?
©Gabriele Putzu
Francesco Pellegrinelli
26.08.2026 06:00

Sul confine tra Lega e UDC c’è tensione. E anche parecchia. Per riprendere le parole del presidente ad interim Marco Chiesa, non si tratta più soltanto di una questione di alleanze elettorali: «Vogliamo continuare ogni quattro anni a ridiscutere formule, equilibri e convenienze del momento, oppure vogliamo finalmente provare a darci una prospettiva politica più stabile?», aveva dichiarato la scorsa settimana al Corriere del Ticino. Già in quell’occasione, Chiesa aveva chiarito la posizione dei democentristi di fronte alla rinnovata richiesta di dialogo giunta dalla Lega, ponendo però una condizione precisa: «Se torniamo a confrontarci è per capire se esistono le basi per costruire un’entità politica unica».

Parole che, lunedì, a Teleticino, hanno assunto una forma simile nei contenuti, ma forse più diretta nei toni: «Non vorrei discutere di aritmetica elettorale ma di progetti per il futuro». E ancora: «Vogliamo capire se ci sono i presupposti per creare un progetto condiviso che guardi oltre le scadenze elettorali». Un partito unico? «Oggi abbiamo un movimento che ha fatto la storia del cantone Ticino e che merita grande rispetto. Poi, abbiamo l’UDC, con una rappresentatività a livello nazionale. Assieme potrebbero fare grandi cose. Credo che potrebbero avere una convergenza in un soggetto unico – vedremo che cosa potrebbe essere – ma con una chiarezza rispetto all’elettorato, tale per cui non si dovrebbe confrontarsi ogni quattro anni».

Progetto a tendere

«Convergenza verso un soggetto unico». «Progetto comune». «Nuova entità politica». Parole che tracciano, tutte, una direzione univoca. Per l’UDC anche una prospettiva di maggiore coesione in vista delle Federali. Comunque, a tendere, qualcosa di diverso rispetto a quello che Lega e UDC sono oggi. «Vedremo che cosa potrebbe essere». Appunto.

Marco Chiesa lo ha detto senza troppi giri di parole. Basta con il «giorno della marmotta» che torna ogni quattro anni. Basta con le trattative a ridosso delle elezioni. L’obiettivo è un progetto comune, potenzialmente destinato a trasformarsi in un unico grande contenitore della destra ticinese.

Insomma, la Lega non viene chiamata semplicemente a fare un accordo elettorale con l’UDC. Viene chiamata a decidere se accettare una nuova architettura politica. Ed è qui che il pallino passa nelle mani dei leghisti. Chi sono i cugini minori, adesso?

Il coordinatore Daniele Piccaluga raggiunto per una reazione conferma la linea di questi giorni: «Nessun commento». Poi aggiunge: «La Lega non ha mai chiuso la porta in faccia a nessuno». Ma qualcuno è andato lungo? «No comment. Chiedete ad Antonella Bignasca».

Sul confine c’è tensione. Perché la domanda, soprattutto per chi ha vissuto la storia del movimento fondato da Giuliano Bignasca, è inevitabile: quanto della Lega resterebbe dentro un progetto di questo tipo?

«Siamo un movimento e per nostra natura ci muoviamo», risponde Fabio Badasci, raggiunto dal Corriere del Ticino per un commento. Frase sibillina che ammette aperture, ma che al contempo taglia corto, sottolineando l’orgoglio leghista.

Lo stesso di chi, per esempio, alla luce della fuga in avanti di Chiesa risponde – a microfoni spenti – con un bel «andiamo piano». Sì perché il progetto del presidente ad interim, che apparecchia il tavolo fissando posti e condizioni, a qualcuno potrebbe anche andare di traverso: «L’UDC sta cavalcando l’onda. Adesso loro sono in piedi sulla tavola. Attenzione, però. Con una spallata tornano giù».

Per Renza De Dea, invece, la convergenza «è una pia illusione. Ognuno pensa per sé. Poi, semmai, per il gruppo che rappresenta. Anche se – conclude De Dea – la vecchia Lega è comunque finita da un pezzo».

Ma che cosa significa, concretamente, mettere fine alla stagione delle trattative fra Lega e UDC? La condizione posta da Chiesa, inutile dirlo, ha un certo retrogusto esistenziale. In soldoni, si sta chiedendo a via Monte Boglia di sopravvivere come forza autonoma, oppure di accettare di diventare parte di un progetto più grande. Da una parte c’è una Lega che continua a presentarsi agli elettori con il proprio nome e la propria identità; dall’altra, la prospettiva di confluire in qualcosa di nuovo. Senza contare che per la destra l’operazione non garantisce una riuscita. In politica, si sa, 1 + 1 non fa sempre 2, soprattutto con l’elettorato leghista, così eterogeneo e costruito nel tempo.

In attesa del Mattino

Di certo, la fuga in avanti di Chiesa non è piaciuta a tutti i leghisti. Al netto del fatto che nell’area si stia effettivamente discutendo di questa eventualità, sarà interessante capire quale posizione assumerà il Mattino, che dopo la pausa estiva tornerà nelle cassette domenica 30 agosto. Una posizione che, in più di un’occasione, si è rivelata determinante nell’accelerare – o frenare – il percorso dell’alleanza tra Lega e UDC.