Lega-UDC, «Non sarà scontato far capire il progetto alle rispettive basi»

L’ipotesi di una convergenza tra Lega e UDC non è più soltanto una questione di liste e alleanze elettorali. Con le parole di Marco Chiesa, sul tavolo è finita la prospettiva di una vera e propria «casa comune» della destra ticinese. Un’ipotesi che potrebbe ridisegnare gli equilibri del centrodestra, ma che porta con sé anche rischi non indifferenti, soprattutto per la Lega e per la sua identità. Ne abbiamo parlato con il politologo e professore all'Università di Losanna, Oscar Mazzoleni, per capire quanto sia concreta la prospettiva di un soggetto unico e quali potrebbero essere le conseguenze sul piano elettorale.
Professore, Marco Chiesa ha posto le condizioni per una nuova alleanza: «Senza un’unica entità politica, nessun accordo elettorale con la Lega». Come legge questa proposta?
«Anzitutto, occorre dire che, da mesi, il tema dell’alleanza UDC-Lega ha assunto di per sé una forte centralità nella campagna elettorale in vista delle cantonali dell’anno prossimo. Una centralità che, a prescindere dagli esiti finali, avvantaggia le due forze coinvolte in termini di visibilità; e che sembra segnare un nuovo capitolo con le dichiarazioni recenti del presidente dell’UDC. Spostando l’attenzione dall’alleanza elettorale – e dalle difficoltà del momento – ad una convergenza politica ne risulta senz’altro un rinnovamento della strategia comunicativa. Entrando nel merito, occorre ovviamente capire anzitutto quali reazioni ci saranno nei prossimi tempi da parte della Lega prima di capire se l’idea di soggetto unico possa avere la possibilità di sbocciare, in un futuro più o meno prossimo, in un effettivo matrimonio».
Se prima la pietra d’inciampo per l’alleanza era Zali, adesso è la Lega stessa?
«Finora, e soprattutto dopo la crisi recente, la Lega ha voluto compattare e mobilitare la propria base in nome di un’identità comune che si vuole distinta da quella di tutti altri partiti. Non mi stupirei quindi nell’osservare qualche dubbio proveniente da casa Lega di fronte all’ipotesi di creare un solo partito con l’UDC. Tuttavia, ci sono varie questioni strategiche ed elettorali in campo, non da ultimo qualora la proposta politico-organizzativa dell’UDC dovesse presentarsi come una condizione non negoziabile per un’intesa di tipo elettorale per le prossime elezioni ticinesi».
È davvero un’operazione vantaggiosa per la destra? In politica, 1 + 1 non fa sempre 2.
«Dipende. Potrebbe favorire una mobilitazione comune su temi e persone. Nel caso si dovesse chiarire l’idea di una casa comune – penso in termini di tempi e modalità di implementazione – è difficile pensare che ciò possa avvenire senza una seria valutazione in termini di rischi e opportunità. Non è detto infatti che gli elettori leghisti e dell’UDC delle scorse elezioni e quelli nuovi potenziali siano convinti di una proposta del genere. E sappiamo che poche percentuali perse possono ribaltare gli esiti elettorali. Non sarà nemmeno scontato far capire alle rispettive basi che la proposta può reggere nonostante i costanti dubbi sull’intesa elettorale che si è espressa negli scorsi mesi da parte degli stessi dirigenti dei due partiti, anche dopo l’uscita di scena di Zali».
Un’entità unica significherebbe la scomparsa della Lega dalla scena cantonale. Zali aveva ragione quando diceva che senza una Lega autonoma, il movimento potesse essere fagocitato dall’UDC?
«Il rischio c’è. Ma dipende anche da come si chiamerà e se dentro l’eventuale casa comune ogni componente avrà un proprio riconoscimento interno. Ovviamente, nel caso si voglia chiamare semplicemente UDC questa nuova entità, non mi sembra realistico un esito concreto a corto-medio termine. In ogni caso, non prima delle prossime elezioni. Queste ultime saranno infatti il principale banco di prova per misurarsi – penso in ogni caso per le elezioni del Gran Consiglio – e per capire in che misura i due partiti avranno ancora la forza di funzionare in modo indipendente, ossia disporre di rilevanti rappresentanti politici eletti nelle istituzioni cantonali, federali e comunali. Per questo l’idea di una casa comune mi sembra, al momento, un modo di ribadire la volontà di rimanere al centro dell’attenzione pubblica e fare dibattito, dentro e fuori dei due partiti».
