Leone XIV: «Riconoscere l’altro per fermare le guerre»

Nessuno, come un Papa, è in grado di apprezzare il valore simbolico di una parola o di un luogo. Anche per questo, i discorsi pronunciati da Leone XIV a Metz - la città della Lorena al confine con la Germania e il Lussemburgo, contesa per decenni da Parigi e Berlino e teatro di due guerre mondiali (e prima ancora del conflitto franco-prussiano) - vanno molto al di là delle cose che sono state dette.
Le parole di un pontefice statunitense che loda apertamente la costruzione europea citandone due padri fondatori cattolici - il francese Robert Schuman e l’italiano Alcide De Gasperi - non sono e non possono essere considerate casuali, né di circostanza. Sono, piuttosto, un messaggio chiaro. Soprattutto perché provenienti da un Papa sin qui sempre molto attento a non fare confusione tra Dio e Cesare.
A conclusione del viaggio apostolico in Francia durato quattro giorni, Robert Prevost ha parlato questa mattina prima ai rappresentanti delle altre confessioni religiose, poi ai partecipanti dell’incontro «Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità», organizzato dal presidente francese Emmanuel Macron.
Due brevi allocuzioni tenute insieme da un filo molto robusto: il «riconoscimento dell’altro» come premessa per costruire un mondo senza guerre. Un mondo di pace.
Sarebbe sbagliato immaginare Leone impegnato a invocare la fine delle guerre nell’àmbito di una missione che pure gli è propria. Nessun «ingenuo irenismo», per usare l’espressione del Papa, ha attraversato i due discorsi. Semmai, la riaffermazione di un principio di civiltà: la necessità del dialogo. Che Leone ha richiamato citando un filosofo protestante, Paul Ricœur, il quale parlava del dialogo come di una «via attraverso la quale riconosciamo l’alterità come una promessa e non come una minaccia», di «un’arte dell’incontro di cui il nostro mondo ha grande bisogno, agli antipodi dell’aggressività e della violenza».
La guerra è tornata
«Purtroppo, oggi la guerra è riapparsa, anche in Europa: una nuova “inutile strage” che ogni giorno causa innumerevoli vittime civili». È partendo da quanto accade in Ucraina che il pontefice ha sviluppato il suo ragionamento. Indicando la strada del riconoscimento di sé e della propria storia come premessa necessaria «per arrivare al presente e guardare verso il futuro».
È sempre «difficile dare una definizione d’Europa, sia per il presente sia per il passato - ha detto il Papa - L’Europa, infatti, ha gradualmente preso coscienza di sé nelle epoche storiche della civiltà ellenistica, dell’Impero Romano, e poi della diffusione del cristianesimo, integrando, nel corso del tempo, nuove culture». Ma se c’è «una costante» nel «lungo e turbolento percorso storico» del Vecchio continente, ha aggiunto Prevost, essa «risiede nel fatto che l’Europa si è sviluppata ed è progredita quando è stata capace di elaborare gli aspetti positivi del suo passato riproponendoli in forme nuove e creative grazie all’incontro con l’altro. La civiltà europea è infatti frutto di incontri secolari, anche se non sempre facili. Basti pensare alla presenza della cultura araba nella penisola iberica, o alla proiezione nel “Nuovo Mondo”, che ha generato, talvolta dolorosamente, nuove sintesi sul continente americano».
Il banco di prova
L’Europa contemporanea, ha continuato ad argomentare Leone XIV, «si trova di fronte a una nuova tappa della sua lunga storia di incontri, con l’arrivo sul continente di tanti uomini e donne in fuga da teatri di guerra e persecuzione, o in cerca di una vita migliore lontano dalla povertà e dalla miseria». Sono i migranti. I capri espiatori della crisi sociale, bersaglio fisso delle destre sovraniste e argomento tabù delle sinistre progressiste.
I migranti. Banco di prova di un’Europa che volesse ritrovare sé stessa. «La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra - ha detto il Papa - Tutto questo non sarebbe però ancora sufficiente: accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole la possibilità di sviluppare i suoi talenti, le sue capacità e sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa che la accoglie. Bisogna cogliere la portata storica di ciò che sta accadendo, vale a dire un incontro senza precedenti tra popoli e culture che chiama a una riscoperta creativa delle nostre radici e, allo stesso tempo, a un ascolto attento dell’altro. L’universalità dei valori fondanti dell’Europa ci assicura che questo dialogo è possibile e che potrà dare una base solida alle nostre società, permettendo di operare in modo più efficace per la pace e per un mondo riconciliato».
È proprio «questa lucidità - ha ricordato ancora il pontefice - che ha ispirato uomini come Schuman a superare l’opposizione tra le identità culturali e a dare vita alle istituzioni europee, al termine della terribile tragedia della Seconda Guerra mondiale», il conflitto «che ha mostrato quanto grande sia il male compiuto dall’uomo quando pensa di non incontrare ostacoli nell’esercizio del suo potere».
Robert Schuman, «che ha conosciuto confini in continua evoluzione e ha contribuito a gettare le basi di un’Europa consapevole dell’urgenza di abbattere i muri che la laceravano».
