Medio Oriente

«L'esito di midterm potrebbe essere decisivo»

A tre anni dall'attacco di Hamas, l'esperto di Medio Oriente Giuseppe Acconcia analizza i possibili sviluppi del conflitto - «Uno dei fronti più delicato è quello iraniano, perché Trump ha avviato uno scontro che fa molta fatica a portare a termine»
©Jehad Alshrafi
Thomas Schürch
Thomas Schürch
07.10.2026 06:00

Una serie di attacchi terroristici di gruppi armati provenienti dalla Striscia di Gaza, con conseguente uccisione di almeno 1.200 civili e militari israeliani, e il rapimento di circa 250 di questi. È quanto è accaduto il 7 ottobre nel territorio di Israele. L’incursione è stata pianificata e operata da Hamas con il sostegno di altre milizie palestinesi. Da quel giorno sono trascorsi esattamente tre anni e gli eventi in Medio Oriente si sono susseguiti rapidamente. «Il primo importante avvenimento dopo il 7 ottobre è stata la fine del regime in Siria, con la deposizione, l’8 dicembre 2024, di Bashar al-Assad e l’arrivo del presidente ad interim Ahmed al-Sharaa. Il futuro del Paese è tuttora incerto», spiega il docente di Storia delle relazioni internazionali della Statale di Milano, Giuseppe Acconcia. «Altro momento cruciale è stata la guerra dei dodici giorni tra Israele e Iran del giugno 2025, durante la quale gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco militare contro tre siti nucleari iraniani – Fordow, Natanz e Isfahan – usando bombardieri B-2 e missili Tomahawk».

Che cosa si può fare?

Oggi «parliamo di una guerra aperta su sette fronti – Gaza, Cisgiordania, Siria, Iraq, Iran, Libano e Yemen –. Questi tre anni saranno ricordati per violenze senza precedenti, in particolare a Gaza, e per la scarsa pressione da parte della comunità internazionale per chiudere questa pagina». Nello specifico «né l’amministrazione Biden, né l’amministrazione Trump hanno saputo imporre un cessate il fuoco e, successivamente, una roadmap per la formazione di uno Stato palestinese, che rappresenta l’unica soluzione – certamente non facile da realizzare – per una pace a lungo termine». Ma quindi, quali sono adesso i possibili sviluppi? «Prendiamo l'esempio di quanto sta accadendo nel sud del Libano, dove il conflitto infuria dal 2 marzo: non si riesce a uscire da questa fase perché non è previsto il ritiro dell’IDF. Ecco, solo un abbandono di quella zona, e della Siria, da parte delle truppe israeliane potrebbe determinare un contesto di maggiore distensione».

Un’eventuale pace – precisa Acconcia – «dovrà tenere conto di tutti i fronti aperti e uno dei più delicati è quello iraniano, perché Trump ha avviato un conflitto che fa molta fatica a portare a termine». Dopo la morte di Ali Khamenei, «non si capisce quale sia adesso l’obiettivo da raggiungere. Penso che solo una riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe chiudere questa fase delle ostilità e portare le due parti a discutere del superamento della questione nucleare, tema che al momento non viene toccato». In ogni caso «sono in diversi a sostenere che bisognerà attendere la fine della presidenza Trump per vedere la conclusione del conflitto: il tycoon vuole il controllo sullo Stretto e finché non l’avrà, non si fermerà».

Verso le elezioni

La prossima data importante da segnare in agenda è il 27 ottobre, giorno delle elezioni in Israele. «Si tratta di un appuntamento fondamentale, che potrebbe ridimensionare il ruolo politico di Benjamin Netanyahu; l’opposizione in questi anni ha fatto sentire la propria voce, manifestando ad esempio contro le riforme sulla giustizia». Di recente, l’attuale premier ha dovuto anche fronteggiare le rivelazioni, provenienti da altri Paesi, secondo cui sarebbe stato avvertito dell’attacco di Hamas del 7 ottobre. «Questo è un punto importante, perché tali informazioni sono state diffuse dall’intelligence egiziana e dagli Emirati Arabi Uniti. Ciò significa che Netanyahu non gode di un sostegno incondizionato neppure da Paesi come gli Emirati, con cui Israele intrattiene dei buoni rapporti». Alle urne non andrà soltanto lo Stato ebraico. Le elezioni palestinesi si terranno, per la prima volta dopo 20 anni, il 28 novembre.

Ma, soprattutto, il 3 novembre gli Stati Uniti rinnoveranno la Camera Bassa e un terzo del Senato. Elezioni di midterm che tutti giudicano decisive. Anche per la questione mediorientale, stante le politiche sin qui condotte dalla Casa Bianca. «Anche questa votazione dovrà essere seguita con attenzione. Se la base MAGA dovesse abbandonare Donald Trump, o perlomeno ridimensionare il proprio appoggio, ciò potrebbe essere un primo segnale importante di un imminente crollo del tycoon». E di un possibile, diverso posizionamento degli USA. 

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