Svizzera

«L'immigrazione non va limitata, perché porta crescita economica, si renda più cara la mobilità»

A sostenerlo è il capo-economista uscente della Confederazione Eric Scheidegger per far fronte al «Dichtestress», lo stress da densità provocato dal forte aumento della popolazione in Svizzera che mette in difficoltà l'infrastruttura stradale e ferroviaria
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Ats
12.02.2026 11:29

L'immigrazione non va limitata, perché porta crescita economica: vanno affrontati i problemi collaterali, per esempio rendendo più cara la mobilità e cambiando le regole pianificatorie. È la ricetta del capo-economista uscente della Confederazione Eric Scheidegger per far fronte al «Dichtestress», lo stress da densità provocato dal forte aumento della popolazione in Svizzera che mette in difficoltà l'infrastruttura stradale e ferroviaria, provocando nel contempo l'aumento del costo dell'alloggio. In un'intervista pubblicata oggi dal Neue Zürcher Zeitung (NZZ) il il vicedirettore della Segreteria di stato dell'economia (Seco) spiega innanzitutto la sua opposizione a una politica industriale, cioè alle misure di sostegno statali dell'industria: in questo campo la lista degli insuccessi è lunga, perché ogni branca è convinta di essere particolarmente meritevole di sostegno, afferma. A poche settimane dalla pensione, il 65enne difende la scelta elvetica di rinunciare agli interventi. «Non è una questione di ingenuità», spiega. «La Svizzera ha deliberatamente puntato su una politica economica neutrale rispetto ai settori, volta a migliorare le condizioni quadro generali. Flessibilità del mercato del lavoro, formazione professionale, infrastrutture, finanze pubbliche stabili, innovazione e stabilità politica: questi vantaggi sono difficilmente imitabili e giovano a tutti i comparti». Alla domanda se consideri un fallimento le politiche industriali di Giappone, Corea e Cina l'esperto risponde con cautela. «Nei paesi emergenti che vogliono recuperare terreno un sostegno statale mirato può all'inizio avere effetti positivi. I paesi citati hanno ottenuto successi. È però decisivo che gli aiuti vengano ridotti tempestivamente. Altrimenti accade ciò che si osserva oggi in Cina: in molti rami ci sono enormi sovraccapacità, ad esempio nella produzione d'acciaio, nell'industria automobilistica e nel segmento immobiliare». Tornando sulle pressioni degli Stati Uniti e i dazi minacciati a Washington lo specialista chiarisce: «La Confederazione non ha promesso investimenti privati. È stata un'iniziativa del settore privato. Nei mesi difficili dei negoziati, è stato un complemento benvenuto. Quei colloqui hanno portato alla dichiarazione d'intenti dello scorso novembre, che ha ridotto i dazi supplementari per la Svizzera dal 39 al 15%, eliminando la distorsione della concorrenza rispetto all’Ue». Quanto alla volontà delle aziende elvetiche a produrre di più negli Stati Uniti o in Cina, «non vedo la tendenza alla delocalizzazione», dice. I 200 miliardi di dollari promessi come investimenti negli Usa nei prossimi cinque anni vanno infatti a suo avviso messi in relazione con i circa 170 miliardi di franchi investiti ogni anno dalle imprese in Svizzera. A proposito del settore farmaceutico e dei prezzi dei medicinali l'intervistato ammette l'esistenza di conflitti d'interesse. «Non si può dire in generale che prezzi più alti siano buoni o cattivi per la piazza economica. Si tratta di una ponderazione complessa tra obiettivi diversi», afferma. «Ogni paese è responsabile della propria regolamentazione dei prezzi». Sulle normative per le grandi banche, il vicedirettore della Seco è categorico. «Nella gerarchia degli obiettivi, la stabilità finanziaria è al primo posto. Come piccola economia aperta, la Svizzera difficilmente potrebbe permettersi una crisi finanziaria attorno all'ultima grande banca globale rimasta», osserva facendo riferimento a UBS. «La tesi secondo cui una buona banca è una banca con utili elevati è stata smentita. Altrimenti non avremmo avuto crisi di banche sistemiche in passato». Scheidegger prende posizione anche sul dibattito europeo. Lo studio Ecoplan commissionato dalla Seco ha stimato che l'ipotesi estrema di una cessazione degli accordi bilaterali con l'Ue porterebbe a una riduzione del 4,9% del prodotto interno lordo (Pil) elvetico nel 2045. «Spetta a ciascuno valutare se l'effetto stimato sia piccolo o grande. Non bisogna lasciarsi confondere da percentuali apparentemente piccole. È più sensato convertire la differenza in cifre assolute: circa 2500 franchi per abitante all'anno. E questo ogni anno. Cumulato fino al 2045, ciò comporta una perdita di Pil di oltre 500 miliardi di franchi». Ma non è poco plausibile - chiede il giornalista dell'NZZ - ipotizzare una fine completa del pacchetto di bilaterali? «Non è possibile dirlo», risponde l'economista. «Se si chiedesse a dieci persone diverse, si otterrebbero quindici risposte differenti sugli scenari plausibili. Lo studio fornisce un'indicazione dei costi derivanti dall'abolizione degli accordi bilaterali I, ovvero da una rottura delle relazioni tra la Svizzera e l'Ue. Viceversa, in questo contesto di incertezze geopolitiche, la stabilizzazione delle relazioni con l'Unione europea rappresenta un contributo importante per la piazza economica svizzera». Ma nel 2014 - insiste il cronista - il popolo ha approvato l'iniziativa sull'immigrazione di massa, che mirava a porre fine alla libera circolazione delle persone, e anche l'iniziativa contro la Svizzera a 10 milioni di abitanti, su cui si voterà in giugno, sembra avere possibilità di successo. «Capisco le riserve nei confronti dell'immigrazione», replica l'alto funzionario. «Anch'io ne subisco alcune conseguenze, ad esempio per il traffico intenso e la tensione sul mercato immobiliare. È però meglio affrontare gli effetti indesiderati dell'immigrazione con misure specifiche per ogni settore, piuttosto che limitandola». Concretamente? «La forte domanda di trasporti, che non riguarda solo gli immigrati, è legata al fatto che la mobilità è relativamente a buon mercato», argomenta il dirigente federale. «Si potrebbe controllare la mobilità attraverso tasse o la riduzione delle sovvenzioni. Le conseguenze indesiderate sul mercato immobiliare potrebbero essere attenuate facilitando gli investimenti nell'edilizia residenziale, ad esempio attraverso la pianificazione». Secondo Scheidegger il tipo di densità che ha la Svizzera «è un vantaggio competitivo». E ancora: «Considero lo stress da densità una percezione soggettiva, che condivido. Si verifica nei grandi agglomerati urbani, che riuniscono consapevolmente molti flussi di persone, ad esempio nelle grandi stazioni ferroviarie, nei trasporti pubblici o sulle principali arterie di traffico. Si tratta di servizi di trasporto: le folle si incontrano ogni giorno nei nodi di collegamento, ma poi si distribuiscono su aree più vaste», rassicura in conclusione.