«L’importanza del vertice tra Xi Jinping e Donald Trump risiede nel fatto che ci sia stato»

Alessandro Aresu racconta da 20 anni l’evoluzione della competizione tecnologica USA-Cina. Tra i suoi ultimi lavori, tutti editi da Feltrinelli: Geopolitica dell’intelligenza artificiale (2024); La Cina ha vinto (2025); Non è intelligente ma si applica. Alla scoperta dell’intelligenza artificiale (2026).
Dottor Aresu, qual è stato il reale esito del vertice di Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump?
«Prima di ogni altra cosa, è importante che il vertice si sia tenuto con queste modalità. Un presidente USA ha visitato di nuovo la Repubblica popolare cinese. Non succedeva dal 2017, con lo stesso Trump. Ciò significa che tra le due principali potenze mondiali, che hanno rapporti di competizione e anche di cooperazione, ci sono canali di confronto e di dialogo. Se poi mi chiede se vertici come questi servano a risolvere le crisi delle ultime settimane, o mesi o addirittura anni, la risposta è no. Le crisi attuali non sono risolte soltanto dagli Stati Uniti e dalla Cina. Le priorità di Pechino non sono l’Iran o la guerra tra Ucraina e Russia, piuttosto i rapporti economici con gli Stati Uniti e con altri Paesi. A mio avviso, era sbagliato attendersi da un vertice di questo genere una sorta di ridisegno complessivo degli equilibri mondiali».
Molti dicono che l’obiettivo di Xi Jinping fosse mostrarsi come leader alla pari di Trump: il capo di uno dei due grandi Paesi del mondo. Nel rapporto con gli Stati Uniti, la Cina è oggi quello che una volta era la Russia?
«È un obiettivo che la Cina sicuramente ha e che credo stia conseguendo sempre di più. Alla Cina fa piacere se il contesto internazionale porta a questo riconoscimento, che Trump peraltro ha fatto spesso in modo esplicito parlando, ad esempio, di G2. Peraltro, se guardiamo all’inizio del XXI secolo, ci accorgiamo di quanto fosse lontana la situazione di parità di Pechino con Washington. Una cosa, però, va chiarita: nel parlare di parità, e per avere un’immagine adeguata della situazione, bisogna essere precisi. Ci sono dimensioni dei fattori di potenza in cui gli USA sono molto superiori, e altri in cui la Cina è avanti. La capacità manifatturiera cinese è enormemente maggiore di quella americana, mentre la forza finanziaria degli Stati Uniti, rappresentata anche dagli imprenditori e dai manager che hanno accompagnato Trump, è tutt’ora molto più grande di quella cinese».
Secondo quanto riportato dall’agenzia ufficiale cinese Xinhua, Xi Jinping avrebbe insistito con Trump su tre punti: rispetto reciproco, convivenza pacifica e cooperazione vantaggiosa. La Cina sembra dire agli Stati Uniti: ciascuno pensi ai propri affari e, insieme, cresciamo tutti senza farci male. È una lettura giusta?
«In parte sì. Il funzionamento dell’economia globale richiede una cooperazione nella realizzazione delle filiere industriali e dei prodotti finiti. Anche tra USA e Cina. Lo scenario di oggi è molto diverso da quello del periodo della Guerra fredda. Viviamo in un mercato mondiale unico, mentre nel secondo dopoguerra mercato occidentale e sfera sovietica erano separati. Mancava l’interconnessione. Pensiamo, ad esempio, al commercio: è chiaramente interesse della Repubblica popolare cinese il fatto che ci siano rotte marittime navigabili. Se tutto il mondo diventasse come lo Stretto di Hormuz degli ultimi due mesi, anche lo sviluppo cinese ne subirebbe le conseguenze, almeno nel medio e lungo periodo. Dopodiché, la competizione non si ferma. Resiste la volontà da parte dei Paesi di essere più autonomi e di avere aziende leader nei vari settori. Questo è un elemento che ci fa correggere l’idea che lo sviluppo economico possa fare gli interessi di tutti allo stesso modo».
Nei resoconti finali del vertice di Pechino si legge che Xi e Trump hanno concordato la linea della cosiddetta «Stabilità strategica costruttiva», pur se «con disaccordi controllati». Come dire: possiamo anche non intenderci su tutto, l’importante è che i dissidi non vadano oltre un certo limite. La Cina non sembra essere insomma interessata a un confronto muscolare, anche se su Taiwan i toni sono perentori.
«Per descrivere la situazione bisogna definire una gerarchia di interessi. E per la Cina, Taiwan è un interesse esistenziale. Parliamo di una questione che non può essere paragonata ad altre. Ci sono temi su cui possono esserci trattative, in un senso o nell’altro, funzionali a costruire il meccanismo che fa marciare uno scenario di competizione senza portare a dinamiche di conflitto. I cinesi sanno che adesso c’è Trump, con cui si negozia su questo argomento, ma che domani potrebbe arrivare qualcun altro pronto a cambiare idea. Pechino è consapevole che la stabilità dev’essere sempre rinegoziata».
A Pechino, Trump si è portato appresso i tecnocrati: perché? La competizione sull’IA è molto forte, sembra essere la nuova frontiera sulla quale si compete per il dominio futuro.
«Il tema è molto complesso, Se si guarda con attenzione, si vede che non tutti i rappresentanti delle industrie tecnologiche USA hanno seguito Trump a Pechino. Peter Thiel, il capo di Palantir, non c’era perché teorizza la conflittualità totale con la Cina. Lo stesso ha fatto Dario Amodei, CEO di Anthropic. Al contrario, Elon Musk, che produce le Tesla a Shangai, è interessato a una collaborazione con Pechino. Così come Jen-Hsun Huang, CEO di Nvidia, il più importante manager al mondo e capo filiera dell’intelligenza artificiale, ormai da quasi quattro anni impegnato nel lavoro di esportazione dei suoi prodotti nella Repubblica popolare. O ancora Qualcomm, un’altra azienda, magari meno nota ma importante, che ha un giro d’affari molto consistente in Cina. Su questo fronte, il settore tecnologico USA è diviso tra chi non vuole alcun rapporto con la Cina e chi promuove invece la cooperazione. Donald Trump ha svolto un ruolo cerimoniale, di comunicazione. Ha potuto dire ai media di tutto il mondo: guardate quanto valgono le aziende che sono andate in Cina con il presidente Trump. Valgono di più rispetto alle aziende cinesi, valgono molto di più rispetto alle aziende europee e quindi rappresentano un punto di forza per gli Stati Uniti».
Ma una volta concluso il mandato di Trump, se i democratici tornassero alla Casa Bianca, che cosa potrebbe succedere nel rapporto degli USA con la Cina?
«Continueranno a esserci negli USA due partiti, presenti sia tra i dem sia tra i repubblicani, dentro il governo e dentro quello che si chiama il Deep State, lo Stato profondo. Un partito che guarda alla Cina come fosse un nemico esistenziale, un Paese con il quale non bisognerebbe avere alcun rapporto economico; e un altro partito che invece pensa di dover gestire la competizione».
