L’ipotesi di elezioni e referendum in cambio di garanzie

«L’Ucraina ha iniziato a pianificare le elezioni presidenziali insieme a un referendum su un eventuale accordo di pace con la Russia, dopo che l’amministrazione Trump ha fatto pressioni su Kiev affinché tenesse entrambe le votazioni entro il 15 maggio, altrimenti avrebbe rischiato di perdere le garanzie di sicurezza proposte dagli Stati Uniti». Il Financial Times apre così il suo reportage sull’Ucraina. In questo incipit troviamo, quindi, tutti gli elementi sul tavolo, a cominciare dalle pressioni americane. Di queste pressioni, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky già aveva parlato la scorsa settimana: «Gli Stati Uniti insistono affinché poniamo fine alla guerra prima dell’estate», il messaggio. È facile immaginare che tali pressioni siano emerse soprattutto nel corso dei negoziati ad Abu Dhabi. Zelensky aveva aggiunto: «Gli Stati Uniti vogliono un programma chiaro», un’agenda insomma, per riuscire ad arrivare a un accordo. Un ricatto? I toni utilizzati dal leader di Kiev sembrano andare in quella direzione: «Le elezioni sono decisamente più importanti per loro. Non siamo ingenui», aveva affermato venerdì scorso.
La volontà statunitense
Oggi, da Kiev è giunta qualche smentita. Più che altro è stata ridimensionata la vicinanza di una simile svolta. «Finché non ci saranno sicurezze, non ci saranno annunci relativi alle elezioni», ha risposto l’ufficio del presidente ucraino al Financial Times. E persino Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, si è rifiutato di commentare. «È prematuro». Ma qualcosa nell’aria c’è. E lo stesso Zelensky non lo nasconde. Altrimenti, venerdì scorso avrebbe usato altre parole, per definire le pressioni americane rispetto a una simile prospettiva. Anna Zafesova è osservatrice molto attenta della realtà ucraina - di cui riporta sulla Stampa - e, raggiunta dal Corriere del Ticino, riflette: «Non sembra una notizia completamente campata per aria, in effetti, ma è probabile che sia stata diffusa proprio con lo scopo di creare un dibattito e, quindi, disinnescare tale prospettiva. È già accaduto altre volte, negli ultimi mesi. Sarebbe, d’altronde, un’ipotesi piuttosto pesante. Il 15 maggio è alle porte, e allora stiamo parlando di due votazioni, da programmare entro tre mesi, in un Paese bombardato dalla mattina alla sera. A meno che, davvero, Trump non creda alla possibilità che Putin stia per firmare una tregua, e che di conseguenza stia insistendo sulle elezioni a Kiev. La stessa ipotesi di un referendum, a ben guardare, era stata avanzata proprio da Zelensky, a suo tempo. Della serie: “Volete che regaliamo il Donbass? D’accordo, vediamo cosa ne pensa il popolo”». Per Zafesova, qualcuno a Washington forse davvero crede che Zelensky possa convincere il suo popolo a votare per cedere il Donbass. Ma non è realistico che ciò accada, avverte.
Tempi stretti
Il Financial Times conclude il suo articolo aggiungendo una riflessione interessante sulle opportunità per Zelensky. «Il piano sottolinea il desiderio di Zelensky di massimizzare le sue possibilità di rielezione, rassicurando al contempo Donald Trump sul fatto che Kiev non sta rallentando il cammino verso un accordo di pace, se sarà possibile raggiungerne uno». E poi ancora: «Persone vicine al presidente hanno affermato che ritiene che la sua migliore possibilità di rielezione in Ucraina, che tradizionalmente non ha favorito i presidenti in carica, sia proprio quest’anno, e forse ancora di più se il voto coinciderà con un referendum». Un’ipotesi che Anna Zafesova non si sente di escludere a prescindere. «A meno di eventuali trucchi alle urne, è francamente impossibile, oggi come oggi, che il referendum conceda a Kiev di cedere il Donbass. E le chance di rielezione di Zelensky sarebbero elevate. È vero che un’eventuale candidatura del generale Valery Zaluzhny - al quale gli ucraini riconoscono tutti i meriti dell’aver comandato l’esercito nei primi due anni di guerra - potrebbe mettere in difficoltà l’attuale presidente, ma da due anni lo stesso Zaluzhny fa l’ambasciatore a Londra. Decidesse di candidarsi, dovrebbe imbastire la propria candidatura su un progetto diverso, alternativo rispetto a quello proposto dall’amministrazione Zelensky. E i tempi sono stretti. Non sono nemmeno sicura che molti altri, anche tra gli oppositori, vogliano mettersi nei panni attualmente indossati da Zelensky. Probabilmente preferiranno manifestarsi a guerra ufficialmente finita». Non è un caso, aggiunge ancora Zafesova, se nei sondaggi pochi oggi vogliono davvero spingere verso le elezioni. Il dissenso, sul tema, è quasi unanime. «Qualche mossa, dietro le quinte, c’è stata, puntando proprio sulle frizioni emerse tra Zelensky e Trump, ma anche in questo caso non credo ci siano i margini per arrivare a stravolgimenti politici. Non credo che ci possa essere una campagna di scontro tra idee completamente diverse sulla fine di questa guerra. Al contrario, chi dovesse uscire premiato da queste eventuali elezioni presidenziali, potrebbe vantare un mandato molto più forte. E vale per lo stesso Zelensky».
La posizione russa
E la Russia? Ricordiamo che Vladimir Putin, nella sua conferenza stampa di fine anno, il 19 dicembre scorso, aveva ribadito che il Governo ucraino, ai suoi occhi, «dovrebbe rendersi legittimo attraverso le elezioni». La Russia - aveva aggiunto - è pronta a prendere in considerazione l’interruzione degli attacchi in profondità in Ucraina nel giorno delle elezioni. Ma che cosa ci guadagnerebbe il Cremlino, se davvero Zelensky non trovasse alcuna resistenza? Lo chiediamo ancora a Anna Zafesova. «Tanto per cominciare, non sono sicura che a Mosca sappiano di quella che sarebbe la prospettiva più probabile per eventuali elezioni in Ucraina. In fondo, la guerra stessa era iniziata con un errore totale di valutazione delle volontà della popolazione ucraina. Questa guerra nasce dall’assunto di Putin secondo cui l’Ucraina era colonizzata dall’Occidente e che non aspettava altro che i russi venissero a liberarla. Altrimenti la Russia non avrebbe lanciato il blitz con forze assolutamente inferiori a quelle richieste da un simile obiettivo. L’invasione era partita con poco più di 130 mila persone al fronte, e ora dopo quattro anni ne sono state utilizzate un milione e mezzo, senza parlare della quantità di vittime. Il tutto per conquistare una piccola percentuale in più del territorio ucraino rispetto al 2014». Era un obiettivo sproporzionato, per le forze messe in campo. «Eppure c’era la reale convinzione di Putin che gli ucraini, essendo - dal suo punto di vista - russi, avrebbero accolto l’esercito a braccia aperte. Quindi non escludo una nuova sottovalutazione». È vero, aggiunge Zafesova, che la percentuale della popolazione ucraina stanca della guerra continua a salire, ma non a un livello tale da mettere in dubbio la bocciatura del referendum. «Comunque ogni campagna elettorale è un momento di discussione, potenzialmente divisivo. La Russia potrebbe puntare a questo aspetto, a indebolire in questo modo l’Ucraina. Potrebbe essere messa in discussione così quell’unità nazionale che sin qui ha resistito a molti altri colpi ricevuti. I russi potrebbero anche promuovere un candidato filorusso o puntare a creare un fronte parlamentare. Dal mio punto di vista, siamo nel campo della fantapolitica. Sì, perché noi proviamo ad analizzare la situazione con razionalità, anche se in realtà non c’è molto di razionale».
